Una famiglia italiana borghese negli anni Settanta secondo Emanuele Crialese: disfunzionale, padre professionista che ingravida la segretaria, madre (Penélope Cruz) casalinga di origini spagnole con scatti di allegria o tristezza estrema, due bambini più piccoli (uno se può fa la cacca sul pavimento) e la ragazzina protagonista che fino a che non scopri che si chiama Adriana sembra un maschietto di nome Andrea, ma si chiarisce che è una femmina scontenta del suo apparente genere. Intorno imperversano nella tv in bianco e nero del tempo spettacoli con la Carrà e Celentano e un po’ di hit musicali. Mentre le altre canzoni del periodo vengono dai materiali RAI o sono reinterpretazioni della madre o della ragazzina, L’immensità passa solo sui titoli di coda. È il film dell’outing di Crialese, o forse della fragilità dell’Italia di quel tempo. A parte la fluidità di genere (molto di moda) alcune cose sono di gran livello prese in sè, come succede spesso nel cinema di questo regista (Respiro, Nuovomondo). L’insieme però sembra fragile.
Venezia 79. L’immensità
Una famiglia italiana negli anni Settanta. E una ragazzina fuori posto nella sua pelle






































