Come al solito in grandissima economia Jafar Panahi gioca con le nostre illusioni: ecco la storia di una tentata fuga dall’Iran usando passaporti falsi. No. Sta dirigendo un film a distanza, quasi nascosto in un paesino polveroso con un computer. In parallelo nel paesino dove ha scattato qualche fotografia, piano piano, con un crescendo insieme buffo e inquietante, ecco che il regista viene coinvolto in una faida: una storia di bambine promesse a bambini a partire dal cordone ombelicale, la bambina ora ragazza che non vuole sposare il pretendente, il pretendente è sicuro che il regista ha fotografato la ragazza con un altro pretendente. Quella che sembrava una tradizione sorpassata diventa un casus belli che potrebbe portare a brutte conseguenze anche politiche. E così Panahi viene costretto a un giuramento sul Corano (che non farà), ma mentre si reca sul luogo del giuramento gli dicono che è meglio essere accompagnato perché gli orsi in quel tratto sono pericolosi. E subito dopo gli dicono che gli orsi sono una bugia. E mentre la storia nel paesino peggiora anche il film passa dalla finzione alla realtà. Gli orsi sono le paure che ci inculcano per obbedire. Come al solito un film fatto di aria e privazioni eppure con un peso politico enorme. E sorridente. Chissà come fa…
Venezia 79. Khers Nist (Gli orsi non esistono)
Una parabola sul potere e la realtà fatta di aria e intelligenza. Panahi







































