Tra qualche giorno Federico Zampaglione e i suoi Tiromancino apriranno in anteprima la quarta edizione del Festival delle Idee.
Sabato 24 settembre alle 21.00, infatti, al Teatro Toniolo, ripercorreranno le canzoni più celebri della band in un concerto speciale in trio acustico, che vedrà quindi i brani riproposti nella loro forma più intima e autentica, e potremo quindi ascoltare in questa nuova veste successi come La descrizione di un attimo e Due destini, Attimi di cielo, Un tempo piccolo e L’alba di domani.
Alle 18.30, sempre al Toniolo, i Tiromancino anticiperanno il concerto con un incontro dedicato al tema del Festival, Emozioni collettive, mettendo insieme il racconto di una carriera musicale e la condivisione delle emozioni.
Si può prenotare la propria partecipazione all’evento seguendo questo link.
Ulteriori info sul programma del Festival delle Idee potete trovarle qui oppure qui.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Federico Zampaglione per una chiacchierata proprio sul tema del Festival e su cosa dobbiamo aspettarci sul palco del Teatro Toniolo di Mestre.
Il tema di quest’anno del Festival delle Idee è “emozioni collettive”. Un titolo azzeccato per riappropriarci di quello che ci è mancato di più durante il Covid, ovvero poter condividere tutti insieme delle emozioni.
Assolutamente sì.
La musica è stata uno dei campi in assoluto che ha sofferto di più, probabilmente il campo più abbandonato e trascurato anche dalle iniziative economiche del governo. Chi fa il mio mestiere, quindi, è stato completamente dimenticato e lasciato in balìa di se stesso, e questo per tutti noi è stato uno shock.
Proprio per questo motivo, però, ci siamo rimboccati le maniche tutti quanti e siamo tornati a fare concerti, anche con la gioia di riscoprirci finalmente a fare di nuovo il nostro lavoro.
Per un musicista immagino che non ci possa essere un’emozione collettiva più grande di quella che può dare un concerto.
Il concerto è un rito collettivo e in questi anni è mancato tantissimo a tutti.
Questo inverno abbiamo fatto una tournèe invernale in un momento in cui ancora era pieno di restrizioni, di problematiche e criticità varie. La vera e propria rinascita si è vista questa estate, quando sono finalmente andate via gran parte delle restrizioni e i concerti hanno ripreso a svolgersi nella loro dimensione normale: senza distanziamenti e senza mascherine.
Finalmente si è ritornati a vivere un concerto anche come un gesto liberatorio, perchè con tutte le restrizioni che c’erano prima, di liberatorio c’era ben poco.
Quello che mi ha stupito qualche mese fa quando sono venuto a vedere il vostro concerto del tour invernale a Padova è stato lo scoprire le tue doti di chitarrista e la tua anima blues.
In realtà nasco proprio così, come chitarrista blues. All’inizio non avrei mai pensato di fare il cantante, meno che mai di musica italiana, perchè sono cresciuto ascoltando altre cose.
Poi ho cominciato ad appassionarmi al cantautorato, ai dischi di grandi come Lucio Dalla, Pino Daniele, Lucio Battisti, Franco Califano, Vasco Rossi, e da lì è nata l’esigenza di cantare e di scrivere.
Hai citato diversi grandi cantautori tra cui Franco Califano, di cui ieri ricorreva l’anniversario della nascita, con cui hai collaborato e al quale sei stato legato da una profonda amicizia.
Ricordo che diversi anni fa avevi detto che avresti fatto un album reinterpretando le canzoni del Maestro. Prima o poi arriverà?
Chi lo sa… In questi anni sinceramente fare i dischi e in generale il mondo della discografia non è che sia il massimo. Non è un periodo in cui sei stimolato a metterti ad incidere dischi di cover.
In che senso?
Al di fuori di prodotti molto giovanilistici e stagionali, questo mondo discografico è un po’ incomprensibile e non si capisce dove stia andando, o almeno io personalmente non lo capisco.
Non vedo in questo momento storico una discografia che è interessata a progetti musicali di un certo tipo, mi sembra più a caccia del ragazzino del momento o del tormentone estivo, ma per il resto non sento uscire musica interessante da quegli uffici.
Intendiamoci, non ce l’ho assolutamente con la musica giovanile perchè c’è sempre stata e ci sarà sempre. Non mi piace, però, quando i giovani vengono sfruttati e usati dalle case discografiche per fare soldi facili. Mi piacerebbe di più vedere dei progetti seri da parte delle etichette per aiutare questi ragazzi a costruire le loro carriere e farli crescere artisticamente.
Io sono un fan dei giovani, non sono un fan di come vengono gestiti.
Come dici tu, c’è sempre stato un certo tipo di musica che si rivolge ai giovanissimi. Magari all’epoca si sfruttavano la tv e i famosi giornalini per ragazzi, mentre oggi rispetto al passato il marketing, grazie anche all’immediatezza e alla forza dei social, viene spinto all’eccesso per cercare di attirare pubblico.
Quante volte abbiamo letto “quello è il nuovo Jim Morrison”, “quell’altro è il nuovo David Bowie”, “quello è il nuovo Drake”, “questo il nuovo Snoop Dogg”? C’è sempre il “nuovo qualcosa”. Non si dovrebbe fare l’imitazione degli altri, ma bisognerebbe cercare di aiutare le persone a tirare fuori e sviluppare la loro personalità.
Poi un po’ di colpa va data sicuramente anche ai media, che spesso lavorano per creare il fenomeno, creare l’hype, per poi il mese dopo cambiare fenomeno di turno.
Quando ho cominciato a fare dischi non avevo l’ambizione di diventare il “nuovo qualcuno”, volevo essere un personaggio e un musicista con una sua personalità, che faceva la sua musica, senza andare a cercare di scopiazzare qualcun altro.
Si cercava di essere riconoscibili e di avere una certa unicità, non questa omologazione e questo continuo parallelismo con personaggi già esistenti.
Oggi è tutto sbagliato, e sarebbe bello se un giorno si ritornasse tutti quanti a parlare di musica e a trattare la musica come una cosa seria, perchè tutto questo circo che vedo in questo periodo non quanto sia veramente rispettoso dell’arte musicale.
Su questo mi trovi d’accordissimo. Anche perchè è più facile che un artista emerga se porta nella musica qualcosa di nuovo piuttosto che qualcosa di simile a quello che ha già fatto qualcun altro.
Esattamente! Perchè tanto quell’altro già c’è, e se già c’è significa che ha fatto bene, quindi che senso ha mettersi a ricopiare quello stile e quel sound? È una cosa deprimente.
La mia personalissima idea è che da qualche tempo a questa parte le case discografiche cerchino di “correre dietro” al gusto medio del pubblico per accaparrarselo, con canzoni magari dal successo sicuro ma di breve durata, e di dubbia qualità. Un tempo, invece, si cercava di pubblicare dischi dal livello qualitativo più elevato possibile e, se l’album piaceva, il pubblico arrivava da sé.
Questo ovviamente presupporrebbe un lavoro più certosino e a lungo termine, non un assalto alla diligenza solo per fare soldi facili, come quello a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi. Alla fine dipende sempre da qual è l’obiettivo che si vuole ottenere.
A me comunque non interessa addentrarmi in queste polemiche. Non ho nulla contro nessuno, semplicemente sono un po’ perplesso per tutto quello che vedo, e proprio per questo mi concentro molto sulla musica suonata dal vivo.
Alla fine quando sali su un palco c’è poco da chiacchierare: o suoni e canti, o niente. Non ti puoi inventare trucchi o altre cose.
Tornando al tema del Festival delle Idee, “emozioni collettive”, qual è stata l’emozione collettiva più grande che hai vissuto?
Recentemente la più grande emozione è stata quella di tornare a fare concerti, perchè in tutti questi anni non mi era mai successo di stare così a lungo lontano dal palco: magari ci si fermava con il tour, però si faceva sempre qualcosa, tipo un’ospitata o cose simili.
Invece, dopo questo silenzio così lungo della musica, quando poi mi sono ritrovato sul palco per la tournèe invernale, è stato commovente vedere le persone che arrivavano per ascoltarti.
Mi ricordo la sensazione di arrivare in città che erano spettrali, senza nessuno in giro la sera. Davvero non c’era un anima, andavo in giro e mi chiedevo “ma dove sta la gente?”. Erano tutti a casa.
Poi arrivavi a teatro e misteriosamente lì dentro trovavi la gente che ci aspettava, contenta, e quella sembrava una piccola magia.
In più quel clima già difficile per il Covid veniva ulteriormente appesantito dalla guerra in Ucraina, che era appena cominciata, quindi il concerto era come un momento salvifico: sembrava quasi di essere abbracciati nelle note della musica in un mondo che stava andando e che sta ancora andando a rotoli.
Ecco, quella è stata una grande emozione collettiva.
Il 24 settembre il concerto di apertura del Festival delle Idee sarà in trio acustico.
Il concerto acustico è uno dei modi di presentare le canzoni.
I brani in sè non perdono nulla, perchè gli arrangiamenti possono essere vari: li puoi fare con un’orchestra, con una band o con una formazione molto ristretta come quella che poteremo a Mestre. Quello che resta sempre è l’anima delle canzoni.
Il concerto sarà quindi molto coinvolgente, suoneremo una scaletta di successi e siamo contenti di venire a proporre le nostre canzoni in questa veste.





































