Esce oggi Il treno dell’anima, il nuovo disco di Enzo Avitabile. «Un disco felice, bello, di canzoni, che fa compagnia – spiega l’artista napoletano – Un disco che chiude per me un cerchio, quello della pop music».
Un disco ricco di collaborazioni eccellenti: Ligabue, Edoardo Bennato, Biagio Antonacci, Giuliano Sangiorgi, Jovanotti, Gué Pequeno, Speranza, Rocco Hunt & Boomdabash. Le canzoni sono undici, alcune inedite, altre rilette per l’occasione. Avitabile, alfiere italiano della World Music, è un musicista che suona di fatto tutti i giorni in giro per il mondo. Un giorno a Londra e l’altro a Copenaghen, poi ad Agadir e a San Giovanni a Teduccio. «Non è il teatro che fa la commedia», spiega Avitabile, che ama citare anche una frase che dice spesso con l’amico Renato Zero: «La bonifica va fatta comunque e ovunque».
Il disco è prodotto dalla Black Tarantella, la label dell’artista partenopeo, e distribuito da Believe. La produzione è di Andrea Aragosa, la foto di copertina di Carsten Höller.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Enzo Avitabile per presentare il progetto.

Hai definito il disco «un progetto che non stanca, non rompe». Cosa intendi con questa definizione?
È un disco che fa compagnia, è un disco che sta lì, è un disco che decidi quando ascoltarlo. Non è un album “concept” nel senso stretto della parola, che lo devi sentire tutto insieme. Puoi scegliere le cose, puoi viverlo come canzoni, come incontri, come storie da raccontare. È un disco rilassato, che nasce nel periodo della pandemia, dalla voglia di farlo. Nasce da rapporti coltivati nel tempo, dal desiderio di fare cose insieme con altri artisti. Questo è un disco semplice, di canzoni prevalentemente italiane, con degli amici che, guarda caso, sono superstar della musica.
Il disco presenta una grande varietà non solo musicale, ma anche di linguaggio. In Per sempre noi si ascolta il salentino griko, in Nessuno è figlio di nessuno l’esperanto. Perché questa scelta?
L’esperanto mi affascina, il griko mi piace tanto perché è un codice espressivo molto forte. Mi piaceva rendere contemporaneo un brano come Kalinifta, che appartiene alla tradizione salentina, un brano molto potente, quasi una sorta di brano di chiusura. Così ho chiesto a Giuliano Sangiorgi se gli avrebbe fatto piacere fare questo omaggio, però riadattandolo melodicamente in un quadro diverso, come una libera citazione. Il linguaggio alla fine è anche mantrico, la parola ha la sua forza. Non è vero che la parola deve essere a tutti i costi vincolata a quell’accordo, a quel momento, a quella canzone, a quell’involucro.
È un disco ricco di collaborazioni. In alcuni casi si tratta di artisti con i quali già più volte hai lavorato, come ad esempio Jovanotti.
Questa è un’amicizia storica. Quando negli anni ’80 ho portato in Italia gli Afrika Bambaataa, lui è stato il primo ad accoglierci a 1, 2, 3 Jovanotti. Da sempre c’è stata questa sorta di militanza tacita, rispetto alla parola sul ritmo. Abbiamo fatto diverse cose insieme, come la canzone Corpo a corpo, che mi piace tanto. Ho anche partecipato a due Jova Beach Party, esperienze straordinarie.
La collaborazione con Ligabue invece come è nata?
Dal desiderio di farlo. Volevo cantare un brano con Luciano, gli dissi che avevo questo grande desiderio e lui mi ha invitato per parlarne. Gli ho fatto sentire un’idea di partenza e mi ha detto subito sì. Nell’immaginario collettivo ci sono delle collaborazioni che sembrano impossibili nel campo della musica, uno pensa che Enzo Avitabile non potrebbe mai fare una cosa con Ligabue, sono generi diversi. E invece, la musica smentisce la musica.
A proposito di collaborazioni in apparenza impossibili, con Biagio Antonacci come è andata?
Quella è una bomba atomica. La proposta musicale è partita da Biagio. Tra di noi c’era un rapporto di amicizia, l’ho invitato a fare una cosa insieme. Lui mi ha risposto che ci avrebbe pensato e dopo tre giorni mi ha mandato questo pezzo, di grande groove, di un’energia pazzesca. Insieme a una confezione di vini suoi, che non guasta mai. Biagio ha una vena soul che fa paura.

Fra le collaborazioni non possiamo non citare quella con Edoardo Bennato…
Possiamo dire che in questo brano lui è poco Bennato e io poco Avitabile. C’è una frase di Carmelo Bene che amo molto: «Il significante e non il significato». Battezziamo il suonante e non il suonato, una musica che vive giorno per giorno.
Perché hai scelto come titolo Il treno dell’anima?
È una continuazione di Soul Express, è un disco di inclusione, saliamo senza schema, senza giudicarci, ci siamo tutti. Ci salviamo a vicenda, ci confidiamo a vicenda, prendiamo coscienza a vicenda di stare su questo treno. Una coscienza a cui aspiriamo, ma che è molto difficile raggiungere. Questo treno dell’anima, più che una speranza è un’aspirazione.
In questo disco ci sono anche artisti di generazioni più recenti. Il treno dell’anima vede la collaborazione di Rocco Hunt & Boomdabash, Nessuno è figlio di nessuno di Gué Pequeno.
Gué è una superstar, Rocco non ne parliamo proprio. Entrambi hanno una grande forza. Con Gué avevo già fatto delle cose, lo trovo un poeta contemporaneo, straordinario.
Fra le collaborazioni di questo disco è necessario ricordare anche quella con Speranza.
Adoro Speranza, lo trovo rivoluzionario, fortissimo. È una sorta di banditore, declamatore. È un rapper che esce dal mondo di De Simone, che parte da Giambattista Basile. Direttamente dal ‘700 napoletano esce Speranza, che è anche mezzo francese.

Fra le canzoni del disco, un posto di rilievo credo che lo meriti E duorme Stella. Come è nato questo pezzo?
Quando è nata Stella, la figlia di Giuliano Sangiorgi, scrissi questa canzone e mandai a Giuliano una registrazione fatta alla buona. In occasione della triade dedicata a Eduardo De Filippo, fatta da Edoardo De Angelis per la Rai, mi venne in mente questa canzone per il finale di Natale in casa Cupiello. C’erano due miei fan piccoli, Sofia e Francesco, entrambi non vedenti, che desideravano incontrarmi. Promisi ad entrambi che avremmo cantato qualcosa insieme. E pensai proprio a questa canzone. Accennai la cosa a Giuliano e lui mi rispose: «Stella sarà orgogliosa quando sarà più grande che tu hai scritto per lei questo pezzo e lo hai cantato con questi due ragazzi». Così li ho fatti cantare e l’effetto è bellissimo.
Dicevamo che il disco è nato in un periodo difficile come quello della pandemia. E purtroppo esce anche in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo.
Io sono un uomo che ha il karma del difficile. Però ho anche avuto dei periodi difficili che sono stati vantaggiosi. Ad esempio, quando sono arrivato primo in classifica con Soul Express era anche perché nessun numero uno di quei tempi aveva tirato fuori un LP. Nella vita ci sono corsi e ricorsi. Questo è un periodo difficile e non credo che sia un periodo che uno possa circoscriverlo. Siamo in una fase lunga, progressiva e ahimè anche un po’ cieca, non è che si vede bene uno spiraglio.
Esattamente 40 anni fa usciva Avitabile, il tuo primo album. Guardi gli anniversari?
Non li guardo, però sono molto a contatto con la mia età. So esattamente quanti anni ho e ho sempre questa grande voglia di suonare. Il calendario è aperto, noi non abbiamo un tour, la nostra vita è un tour. Questa è una scelta che ho fatto, mi trovo a mio agio perché io sono così. Non sarò figlio delle stelle, ma figlio del suonare sicuro. Alcune canzoni di questo nuovo album già le faccio dal vivo. Questo disco va ascoltato, io non credo nei concerti promozione, sono cose che andavano bene negli anni ’60 e ’70. Oggi abbiamo tutte le possibilità per ascoltare qualcosa e per sceglierla.
In carriera hai spesso lavorato per il cinema. Che ricordo hai della collaborazione con Jonathan Demme e del docu-film Enzo Avitabile Music Life?
Jonathan Demme e Andrea Aragosa, il mio produttore, hanno preparato questo lavoro straordinario, che mi ha aperto tutto. Poi con Edoardo De Angelis ho vinto due David di Donatello per il film Indivisibili, tre Nastri d’argento (due per Indivisibili e uno per Il vizio per la speranza), un Globo d’oro assegnato dalla stampa estera. Sono legatissimo anche al Premio Ubu, per la sinfonica, vinto con l’opera Vangelo di Pippo Delbono. Così come sono legato al Premio Moricone, che mi è stato consegnato proprio dal maestro, un momento che sotto l’aspetto emotivo mi porterò dentro per tutta la vita.
Nel 2019 hai vinto anche il Premio De André.
Avevo questo desiderio di “napoletanizzare” La guerra di Piero. Non era una cosa che dovevo fare per contratto, era un mio desiderio e come diceva Tina Turner «ogni desiderio è un’illuminazione». Così chiamai Dori Ghezzi e lei si dimostrò subito entusiasta. Mi chiese solo una piccola modifica. Invece di “fermati Piero, fermati adesso”, io avevo scritto “firmete fra, firmete mo” e Dori mi invitò invece ad utilizzare il nome Piero. Questa cosa fu bellissima e mi diedero il Premio Fabrizio De André alla carriera. Un riconoscimento che mi ha reso felicissimo.





































