Maigret

Leconte e Depardieu affrontano Maigret e la giovane morta di Simenon

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Maigret di Patrice Leconte con Gérard Depardieu, Jade Labeste, Mélanie Bernier, Aurore Clément, André Wilms

Cominciamo col dire che Leconte è il regista di L’insolito caso di Monsieur Hire, Il marito della parrucchiera, L’uomo del treno e Confidenze troppo intime, un genio della commedia dal tocco delicato e insieme bruciante. Questo Maigret è sorprendente ed è sorprendente Dépardieu, perché il timore era che il regista sentisse il peso della leggenda del personaggio di Simenon, oppure optasse per la fumettizzazione (come spesso piace a Dépardieu). Chi scrive non sa quanto possa essere aderente il film al romanzo da cui è tratto (Maigret e la giovane morta) e se ha colto nel cuore le intenzioni di Simenon: Maigret è grosso, silenzioso, non si toglie mai il cappotto, è leggiadro nella sua stazza, svogliato (quindi non mangia con appetito come suo solito) e indaga malinconico su una ragazza di provincia distrutta dalla città dopo aver indossato un abito di classe. Perché? L’indagine è tripla: Maigret insegue i passi della ragazza morta usando come modello una ragazza viva che sembra essere sulla stessa pista di dolore e tenendo presente in sè (i riferimenti sono sobrii, e quindi anche più dolorosi) una terza ragazza che se fosse viva avrebbe l’età delle altre due: la figlia. Il film è breve e lieve, quasi silenzioso, con un paio di battute fulminanti su cosa si beve a seconda dell’indagine che si fa e un meraviglioso scatto di rabbia per le privazioni (Maigret non dovrebbe fumare) quando lo beccano a fumare e lui esclama “questa non è una pipa! e poi spiega che è umorismo belga (belga come Simenon e come il quadro Ceci n’est pas une pipe di Magritte, che suona un po’ come Maigret…)

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