Uscirà venerdì prossimo, 30 settembre, in formato digitale e cd, Sette canzoni al piano, il nuovo album di Celso Valli. Nuovo e anche primo, perché dopo aver collaborato a centinaia di dischi dei più importanti artisti italiani (e non solo), all’età di 72 anni il musicista bolognese ha deciso per la prima volta di pubblicare un album interamente a suo nome.
Sette canzoni al piano scaturisce dall’incontro con la tecnologia sviluppata per le più importanti sofisticate forme d’ascolto, l’architettura musicale è stata infatti creata appositamente per la fruizione con Dolby Atmos. Collabora al progetto anche il Comune di Bologna ed in particolare il Settore Musei Civici Bologna e Settore Cultura e Creatività: la confezione del cd accoglie infatti un coupon (valido per due persone) che consente di visitare gratuitamente una delle sedi espositive. Un’altra collaborazione da sottolineare è quella con la Cineteca di Bologna, che ha concesso uno scatto tratto dall’Archivio Nino Comaschi per la copertina del disco. L’album è stato prodotto dallo stesso Celso Valli, autore di tutti i pezzi, in collaborazione con Luca Bignardi. Saar Records cura la distribuzione. Il progetto, un’esclusiva LaMerE, è a cura di Maria Marinoni e Guido Dall’Oglio. Pirames si occupa della distribuzione digitale.
Di seguito la nostra intervista a Celso Valli: si parla del nuovo disco, ovviamente, ma anche di alcune delle collaborazioni eccellenti che hanno punteggiato la sua lunga carriera.

L’architettura musicale del disco è stata pensata appositamente per la fruizione con Dolby Atmos. Puoi spiegarci quali sono le sue caratteristiche?
È un sistema di ascolto innovativo che consente di sentire da sette o nove fonti. È uno stereo moltiplicato per quattro, per cinque. Il sistema individua e separa gli strumenti. Il disco è pensato per questo tipo di ascolto, se ne è occupato Marco Borsatti che lo ha mixato anche in Dolby Atmos. Poi ovviamente l’album può essere ascoltato su tutti i supporti.
Perché le canzoni sono proprio sette?
Sette è il numero che mi porta fortuna ed è un numero di simbolico. L’ultimo brano fra l’altro si intitola Il settimo piano. Non volevo mettere troppi pezzi e con meno non sarebbe stato un album, sette mi è sembrato il numero giusto, perfetto. E poi suona bene.
Con chi hai collaborato per la realizzazione dell’album?
I musicisti sono quelli con cui spesso ho lavorato nei miei dischi, come Valentino Corvino, Alessia Dall’Asta e Sebastiano Severi. C’è anche mio figlio Paolo alle percussioni: lui c’entra poco in un disco così, ma comunque c’è anche lui. Poi c’è la Budapest Scoring Orchestra. Sono dei musicisti straordinari, hanno partecipato ad alcuni dei pezzi. Con loro ho lavorato on line, scoprendo uno scenario strumentale fantastico. Come in America, come a New York.
Poi c’è la collaborazione con il Comune di Bologna…
Vero, l’amministrazione comunale, a cominciare dal sindaco Matteo Lepore, ha fatto suo il progetto. Se ne sono innamorati e il Comune è diventato un partner importante.
In tema di collaborazioni, ricordiamo anche la Cineteca di Bologna?
Sì, certo, il presidente Gian Luca Farinelli è un mio amico. Io vivo per il cinema ed anche loro hanno partecipato al progetto, aiutandomi a fare uscire questo disco.
Questo è il primo album che esce a tuo nome…
Magari è anche l’ultimo, spero di no. Ho avvertito l’esigenza di scrivere qualcosa, rifacendomi alla musica che amo da quando andavo al Conservatorio da ragazzo. Mi riferisco all’impressionismo di Debussy, Ravel, Erik Satie. La gente non lo sa, ma le loro musiche sembrano pezzi di oggi. Erik Satie firma un pezzo usato anche nella pubblicità, che è famoso quanto Volare, per fare un esempio. Quel momento classico, secondo me, è l’inizio della musica leggera. Poi negli anni mi sono appassionato anche al jazz. La somma di tutte queste esperienze l’ho messa disordinatamente, a istinto, in questo disco.
Perché hai intitolato l’album Sette canzoni al piano?
Non sapevo come chiamarlo. Che tipo di musica è? Non è classica, non è pop, non è jazz. Poi mi è venuta l’illuminazione. Sono canzoni nella struttura, anche se ovviamente non sono canzoni che ci metti un testo e si possono cantare. Però la forma è quella, con strofe e incisi. Avrei dovuto chiamarlo “Sette brani in forma canzone per piano”, ma era troppo difficile. E allora l’ho tradotto così.
Perché, dopo aver lavorato in centinaia di dischi, hai aspettato fino a 72 anni per incidere un album tutto tuo?
Non lo so, semplicemente mi è venuto così. Non c’è un motivo preciso, avevo questo desiderio di rappresentare quel genere, quello stile, quel mondo che ho amato sempre, una fonte di ispirazione importante.
Porterai questo tuo lavoro anche in una dimensione live?
No, non credo, io non sono un concertista. Volevo far ascoltare questi pezzi e basta. Poi non si sa mai, sicuramente se ci fosse un’ipotesi, sarebbe con un quartetto di musicisti ad accompagnarmi e sorreggermi. Da solo non avrebbe senso.

Hai una carriera incredibile alle spalle. Ad esempio hai curato gli arrangiamenti de La vita è adesso, l’album di Claudio Baglioni che a tutt’oggi è il disco più venduto di sempre in Italia.
Di quella collaborazione ho un ricordo molto bello, anche se fu faticosa. Claudio ed io, in quell’occasione, nei rispettivi ruoli, volevamo proprio fare la differenza. Volevamo stupire tutti ed abbiamo lavorato tanto, c’è stato un grande affiatamento, una grande alleanza, una grande simpatia artistica. Abbiamo fatto tutto a Londra. Ringrazio quel disco perché mi ha dato modo di imparare l’inglese e conoscere dei musicisti internazionali, con i quali poi in seguito ho lavorato per anni. È stato un punto fermo, una tappa straordinaria, importante.
Con Celentano invece sei andato anche in televisione, ai tempi di Rockpolitik.
La proposta era talmente allettante, che non potevo non andare. Io non volevo fare il maestro in televisione, ma in quell’occasione era diverso, bisognava esserci. Una decisione della quale non mi sono certo pentito, perché mi sono divertito da matti. Ho inventato questa cosa delle due orchestre che si sovrappongono una sull’altra, sono cose che si possono fare solo con Adriano. Piacque molto l’idea di avere da una parte un’orchestra grossa e dall’altra una band rock. Suonavano tutti insieme, non si doppiavano, erano parte integrante della partitura. Adriano era contento e va riconosciuta la sua grandezza.
Sei stato anche uno dei primi a credere in Eros Ramazzotti…
Con lui ho fatto Terra promessa, il suo primo pezzo. Era un ragazzino timido, che parlava pochissimo. Non avrei mai immaginato un successo simile, ma avevo avvertito che lui aveva qualcosa da dire e che il pezzo era forte e sarebbe andato bene. Certo, non potevo sapere che avrebbe trionfato a Sanremo, ma si capiva che Eros era uno forte. Uno di quelli che hanno l’X Factor, come pochissimi artisti. Alcuni ho avuto l’onore di conoscerli.
Con Vasco Rossi hai invece iniziato a lavorare ai tempi di Guarda dove vai. Ricordi come nacque quella collaborazione?
Conoscevo Vasco da sempre, siamo entrambi emiliani. È stato lui a chiamarmi, intuendo che avremmo potuto fare delle cose buone insieme. Io avevo lavorato con Baglioni e Mina, venivo considerato il principe del pop, e mentre andavo in studio da lui per la prima volta, pensavo: «Che cosa c’entro io con Vasco e con il rock?». Sono stato smentito immediatamente, già alla fine della giornata. Vasco sentì l’idea di fondo del pezzo e gli piacque subito. Iniziò così un’alleanza artistica che mi onora e che sta andando avanti ancora.
Poi con Vasco hai curato gli arrangiamenti di quel capolavoro che è Sally…
Stavamo facendo un album molto rock, un giorno affronto Sally e ricordo che c’era il chitarrista Paolo Gianolio. Ad un certo punto mi è venuta un’idea e l’ho invitato ad andare a prendersi un caffè. È nata così quella base di pianoforte che caratterizza il pezzo. Piacque subito, quella fu una giornata magica. La canzone ha svoltato in quel momento, è diventata un pezzo per voce, pianoforte e band. Rock, ma con un piano predominante, atipico per Vasco. Lui appena l’ha sentito è andato in studio e in venti minuti, mezz’ora, l’ha cantato. Alla fine della giornata era nata Sally, nel suo arrangiamento e nella sua impostazione così pop/rock.
Com’è nata invece la collaborazione con Mina?
Ero in studio e mi dissero che c’era una ragazza al telefono. La conversazione iniziò così:
«Le interesserebbe fare qualche arrangiamento per me?»
«Scusi, con chi parlo?»
«Sono Mina»
Il mio primo approccio con Mina è stato questo, è una storia che racconto da quarant’anni. Poi ho lavorato con lei in tanti album, siamo anche diventati amici personalmente e tutt’ora ci sentiamo. Successivamente è entrato in scena anche Massimiliano Pani, mio grandissimo amico, per me una sorta di nipote. Mina mi raccontò che se sente da qualche parte una cosa che le piace, magari in radio, chiede di contattare l’artista. Con me credo che successe così.






































