Dante

Boccaccio in pellegrinaggio sulle tracce della vita di Dante Alighieri

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Dante
di Pupi Avati
con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Enrico Lo Verso, Carlotta Gamba

Da un certo punto di vista è come Quarto potere (Citizen Kane), anzi un Citizen Dante. Un poeta sulle tracce della vita di un altro poeta. Incaricato da Firenze di risarcire il sommo poeta che Firenze aveva tanto maltrattato, Castellitto nei panni doloranti di Giovanni Boccaccio (quello del Decamerone) nel 1350 fa un pericoloso viaggio da Firenze a Ravenna per portare alla figlia di Dante Alighieri (suora in convento) dieci fiorini d’oro e tutta la sua commossa ammirazione. E in questo viaggio ripercorriamo in flashback le disavventure di Dante (Alessandro Sperduti, con un paio di protesi): l’amore per Beatrice, il rapporto con Guido Cavalcanti, le storie di Paolo e Francesca e del Conte Ugolino, ma anche la genesi della Divina Commedia e tutta la faticosa storia politica del ghibellin fuggiasco che poi era un guelfo bianco che neppure ai guelfi andava bene, compresa la sua misteriosa esperienza di guerra. Il medioevo di Pupi Avati (Magnificat per esempio) è sempre sia poetico che filologico che macabro e terribile. Certo: Dante ha il naso a becco e ogni tanto cita le quartine per cui è famoso, però – bella licenza poetica- a parte che sul letto di morte è per tutta la vita il ragazzo che vide Beatrice Portinari sposare un altro e giocare con la bambola un po’ mortuaria che doveva rendere prolifico il matrimonio: e quando Beatrice si contende il bambolotto con le amiche al matrimonio sembra una strega e pensi che inferno e paradiso  non sono poi così lontani. Tutti i segni sono di materia: la malattia (la peste che Boccaccio usa come espediente poetico), il sesso,  la sporcizia, gli escrementi, la morte, la fede forse profondissima eppure così ancorata nel pagano. E la questione tra Dante e Guido Cavalcanti più che sul Dolce Stil Novo vira sul western e sulla politica, ma poi si magnifica nella lingua. Avati è un visionario. E sì, ogni tanto trabocca. E meno male.

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