Cordio presenta Cose che si dicono: «Sono soddisfatto del mio lavoro»

0

Dopo Ritratti post diploma (2020), il 7 ottobre è uscito per Mescal il secondo album di Pierfrancesco Cordio, dal titolo Cose che si dicono.

Le aspettative, per questo nuovo lavoro, erano parecchie alte, ma alla fine Cordio ha saputo essere all’altezza: Cose che si dicono è un album interessante da ascoltare sia dal punto di vista dei testi che da quello musicale.

Se sulla capacità di scrittura del cantautore catanese si potevano avere pochi dubbi, perché i lavori precedenti avevano già attestato il fatto che sia un’ottima penna, il sound di questo nuovo lavoro sorprende un po’, perché è decisamente in controtendenza con il modo di fare musica attuale, che lascia poco spazio agli strumenti e ai musicisti.

https://www.instagram.com/p/CjAnEPxjij7/

È un progetto interessante, composito e completo, curato sotto tutti i punti di vista nei minimi dettagli: la parte musicale si incastra bene con i testi, c’è un’attenzione particolare per le immagini, che siano le cover (realizzate da Juli Vivas) o i video ufficiali dei singoli rilasciati, in cui emerge l’approccio al lavoro dell’autore ma anche di Lorenzo Vizzini, il produttore di questo nuovo progetto, mixato e masterizzato da Pino Pinaxa Pischetola.

Abbiamo sentito Cordio per farci raccontare di più di questo lavoro.

La prima riflessione è quante cose che avevi da dire!
In realtà, no. Non è un disco in cui dico tante cose, anzi, il titolo voleva smorzare un po’ i toni e le aspettative, attraverso dell’autoironia. Spesso in chi scrive le canzoni c’è l’ambizione di avere per forza qualcosa di originale da dire, invece io volevo alleggerire questa tendenza per riportare tutto in un tono più colloquiale e meno “pubblicitario”.

Tralasciando Mezza Mela di cui abbiamo già parlato (qui), questo album è stato anticipato da diversi singoli. Andiamo con ordine e parliamo della titletrack, Cose che si dicono, la registrazione di una telefonata. Da dove nasce l’idea per questo pezzo?
È una canzone che non arriva da un’idea. È una sorta di sfogo, quindi nasce da un’esigenza. Stavo provando questo sentimento di forte nostalgia e anziché fare quella chiamata, l’ho scritta.

Poi è arrivato Hey, Vittoria! è invece un singolo molto più spensierato…
L’obiettivo di tutto il disco è raccontare delle piccole storie, che è una cosa che le canzoni hanno fatto molto in passato e che oggi fanno un po’ meno. Però siccome è un argomento che a me piace molto l’ho voluto recuperare insieme a Lorenzo Vizzini, con cui ho scritto i testi di questo disco. Hey, Vittoria! ha quindi una forma narrativa, come tutte le canzoni dell’album: inizia, ha uno svolgimento e una fine. È un po’ romantica, ma anche tanto spensierata. 

Pane, olio e sale lo hai definito “una raccolta di polaroid ingiallite”. Cosa hai voluto raccontare?
Non volevo raccontare la nostalgia, volevo tenere in vita certi ricordi, che è una costante di certe mie canzoni: scrivo di ciò che avrei paura di dimenticare col passare del tempo, e invece quando sento che le sensazioni sono ancora molto nitide, provo a fissarle in una canzone, così da poterle avere sempre lì. Il mio desiderio, a parte quello personale di raccontare momenti della mia infanzia, nel pubblicare questa canzone era dare agli altri l’opportunità di fissare momenti della propria, attraverso la mia canzone.

Arriviamo poi a Fandango, il nuovo titolo di Come una danza: l’hai realizzato insieme alle Las Migas. Intanto perché hai deciso di condividere questo pezzo con loro e poi com’è stato lavorarci?
Io avevo questa canzone nel cassetto da tanto, a volte la suonavo dal vivo, ma per una serie di motivi non è uscita col mio primo disco. Quando l’ho fatta ascoltare al mio attuale produttore, lui ha colto nella scrittura quella “componente spagnola”, motivo per cui, riscrivendola l’abbiamo ambientata in Spagna, in un posto che io ho visitato qualche anno fa che si chiama Puerto de Santa Maria, un borgo di pescatori che si affaccia sull’oceano, e abbiamo deciso di coinvolgere le Las Migas per essere fino in fondo immersi in quell’atmosfera. E loro ci ha fatto il regalo di suonare e cantare questo pezzo insieme a noi.

Musicalmente questo album è uniforme, con uno stile un po’ démodé, ma ogni brano ha la sua identità. Li avevi pensati così già dall’inizio oppure è stato il lavoro con Lorenzo Vizzini che vi ha portati a questo risultato?
È stato molto il lavoro con Lorenzo che ci ha portati a questo risultato, perché è davvero un lavoro fatto insieme. Ci accomuna un gusto per i cantautori e la musica dei primi anni 80, dove c’era una grande passione per il sound e si tendeva spesso a far suonare i musicisti. Abbiamo chiesto ai nostri musicisti di non essere statici e “standard” ma di improvvisare un minimo, sentendosi liberi. Questo probabilmente rende l’album omogeneo pur nella sua diversità. Ogni canzone ha la sua peculiarità che però in qualche modo sta bene insieme alle altre, lo senti che sono nello stesso disco.

Dal punto di vista dei testi, un tuo tratto distintivo è l’attenzione alle parole, in modo che si incastrino perfettamente. Ti viene naturale o sei un perfezionista?
Di gran lunga la seconda! Io già di base ho questa tendenza di mio, perché ascolto in modo attento i testi, e da quando ho iniziato a scrivere ho sempre avuto un’attenzione primaria per le parole, alle volte anche a discapito dell’attenzione riservata alla musica. Infatti, su questo sto cercando di migliorare. Poi ho sempre lavorato con produttori che sono anche autori di canzoni, quindi anche nel lavorare con loro c’è sempre stato un confronto abbastanza maniacale sui testi, e alla fine questa cosa si sente.

Questo album ha anche un’identità visiva molto forte: ogni pezzo ha una copertina illustrata. I disegni partono da un tuo input o hai lasciato libertà all’autrice?
Ho lasciato completa libertà all’artista, è una ragazza argentina che si chiama Julieta Vivas e mi fido molto di lei e del suo gusto. Penso che ha trovato la giusta rappresentazione di queste canzoni perché come i brani sono un po’ “démodé” anche le cover sono a modo loro in linea però allo stesso tempo c’è una componente del linguaggio che è molto moderna. Credo abbia fatto un ottimo lavoro, calza a pennello con lo stile del disco. Io ci tengo tanto anche a questo aspetto; per me un album non è fatto solo delle canzoni ma anche come lo presenti, e quindi  credo che tutto, dalla fotografia, alla grafica, i video, la comunicazione, debba essere coerente, altrimenti rischi di fare qualcosa che non abbia una sua identità.

Qual è il file rouge che unisce tutti i pezzi?
Non è un concept album, però sia il modo con cui sono state registrate le canzoni, sia le scelte tecniche che chiaramente chi ascolta non sa e non è tenuto a sapere, che il linguaggio usato nelle canzoni, è tutto molto coerente. Abbiamo chiamato il disco Cose che si dicono e abbiamo cercato di togliere qualsiasi enfasi retorica che fosse in disaccordo col plot dell’album, che era la colloquialità. Secondo me è per questo che il disco è scorrevole e coerente fino alla fine.

Quest’estate ti sei goduto un po’ il pubblico, con qualche data live: che esperienza è stata?
Ho fatto queste date da solo, cercando di raccontare queste canzoni in modo molto essenziale e spero genuino. È stato molto importante, perché dopo questa pausa molto lunga mi sono reso conto che c’erano delle ricadute psicologiche su di me, nel senso che sono stato fermo per tantissimo tempo. Questa cosa ti fa quasi dimenticare che dietro i tuoi ascolti, i tuoi commenti, i tuoi like, ci sono delle persone, e a furia di non incontrarle mai, perdi il contatto col fatto che sono vive, in carne ed ossa. Avevo davvero bisogno di qualcuno che mi riportasse alla realtà e i live mi sono serviti a questo.

Hai avuto anche l’occasione di incontrare un’artista eclettico come Simone Cristicchi: cosa ti ha lasciato?
Soprattutto mi ha lasciato la testimonianza che si può essere artisti senza nutrire il proprio ego e senza dare in pasto il proprio ego. Simone è molto attento a raccontare le storie di altri e nel pensare a se stesso come uno strumento, e questa cosa me l’ha trasmessa.

E adesso che programmi hai?
Adesso l’obiettivo è quello di annunciare il prima possibile un piccolo tour che farò con la band in cui suonerò il disco dal vivo, non più in versione acustica. Ecco questa forse era l’idea dietro a tutto: poter fare dei concerti divertenti, avere un repertorio che avesse dell’energia ed è questo quello che vorrei fare adesso.

Per concludere, tu, del tuo disco, cosa pensi?
Io sono supersoddisfatto. Ho fatto il disco che volevo fare, sono le canzoni e il tipo di sound che mi rispecchiano. Questo lo sto leggendo anche nei commenti delle persone che mi conoscono quindi sono veramente felicissimo, anche in un certo senso di aver fatto un disco leggermente fuori dai canoni moderni, perché io in fondo non sono mai stato una persona interessata alle mode, e non lo dico come un vanto, perché non c’è niente di cui vantarsi, è semplicemente un dato di fatto. Aver rispettato questo mio modo di essere, facendo un album con un sacco di strumenti suonati con dei musicisti di Serie A, in un periodo in cui si chiamano poco i musicisti, non si usano certi suoni, mi rende molto orgoglioso. Non mi interessa essere contro corrente per principio, però mi sento bene solo quando faccio quello che mi piace.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome