Tutto è iniziato con lo spettacolo teatrale Ho ucciso i Beatles, e oggi siamo all’album All You Need Is Love con i Fab Four che saltano nelle orecchie belli, vivi e vegeti. Tanto che i protagonisti vorrebbero a breve incidere un secondo volume. Parliamo dei partenopei del Solis String Quartet, il quartetto d’archi più famoso della nostra musica pop, poco felici dell’autenticità del detto evangelico nemo propheta in patria. «Neppure quando abbiamo vinto a Sanremo insieme a Elisa nel 2001 Napoli si è accorta di noi», dicono con evidente delusione. Eppure hanno lavorato con musicisti internazionali del calibro di Andreas Vollenweider, Pat Metheny, Noa, Omar Sosa, Jimmy Cliff, per citarne alcuni, e con tutti i big italiani, da Baglioni a Celentano, da Ligabue a Mengoni, dalla Nannini a Pezzali, dai Negramaro agli Stadio, tra cui i concittadini Toni Servillo, Enzo Gragnaniello, 99Posse. Che con questo album sia la volta buona?
Lo meriterebbero, perché All You Need Is Love è un gioiellino prezioso, in cui gli archi dei violinisti Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio, del violista Gerardo Morrone e del violoncellista Antonio Di Francia, si confrontano con la voce senza limiti di Sarah Jane Morris in 10 brani del repertorio firmato Lennon-McCartney (cui si somma un medley strumentale), esclusa Eleanor Rigby, celeberrima proprio per l’uso degli archi, in quel caso un ottetto. «Ho ascoltato molte rivisitazioni del repertorio dei Beatles proprio per proporre qualcosa di differente», dice Di Francia, che ha arrangiato tutti i brani, durante la presentazione del disco nello studio di registrazione Il Cortile di Milano. «Per questo non c’è Eleanor Rigby, che però sarà sicuramente la prima del volume due che vorremmo proprio fare. Abbiamo cercato l’essenza delle canzoni, melodia e armonia, per rifarle in maniera cameristica e teatrale.» «Sono dei tesori musicali ritrovati, dei classici», aggiunge Morris, anche lei vincitrice a Sanremo, esattamente dieci anni prima, insieme a Riccardo Cocciante. E anche lei con una carriera lunghissima, che l’ha vista riscuotere successi in mezzo mondo.
La rossa Sarah, dalla vocalità prorompente che dal mezzosoprano scende fino al baritono maschile, confessa il suo legame quasi atavico con i baronetti. «Mio padre era di Liverpool e ha vissuto appieno la Beatlemania, trasmettendomi l’amore per John, Paul, George e Ringo, che hanno reso la musica pop una forma di arte complessa. Le loro canzoni sono cariche di significato e di passione e sono ancora perfette per questo selvaggio terzo decennio del XXI secolo. Conosco Julian Lennon, che ha suonato la chitarra per me, e mi piacerebbe far ascoltare queste versioni a Paul McCartney, magari quando lo presenteremo a marzo nell’Auditorium inaugurato da Yoko Ono
All You Need Is Love, presentato live fino a domenica 16 ottobre al Blue Note di Milano e poi in un minitour a dicembre, propone lo spericolato – ma stavolta non troppo – eclettismo del Solis in un continuo interscambio con la voce dalle tinte cangianti, a base di soul e jazz, di Morris, sulla linea notissima di capolavori evergreen come Yesterday e Come Together, Hey Jude e Strawberry Fields Forever, Lucy In The Sky With Diamonds e The Long And Winding Road, iniziando dalla positiva title-track. «Il titolo è dettato dai tempi, da questi tempi strani», dice Morris. «Vuole essere un augurio per il futuro e anche l’incitamento a impegnarsi per migliorarlo. Sto lavorando molto in supporto dei rifugiati, che spesso erroneamente vengono chiamati immigrati. Sono persone che fuggono da conflitti o da persecuzioni, vengono da Iran e Iraq, da Eritrea e Siria, da Afghanistan e Ucraina. Chiudevamo lo spettacolo Ho ucciso i Beatles con una versione di Imagine cui ho aggiunto un testo quasi rappato che denuncia queste ingiustizie e afferma che nessuna guerra è in mio nome, solo la pace può esserlo.»
Dopo la chiusura di quegli show a causa del primo lockdown, i cinque avevano prenotato una sala a Napoli per registrare le canzoni di quella piece dedicata dall’autore e regista Stefano Valanzuolo al rapporto morboso tra l’assassino di John Lennon e la band. «L’avevamo scelta vicino a una celebre pizzeria, perché Sarah adora la pizza», sorride Di Francia, «ma non ci è potuta venire, perché il secondo lockdown ci ha di nuovo bloccati. Così abbiamo rivisto un po’ le scelte e Sarah ha inciso le sue parti in Inghilterra, fra l’altro nello studio di un ex chitarrista di McCartney.»
Da segnalare la copertina che, anche se è l’ennesima riproposta di quella classica del geniale Peter Blake per Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, vede il marito di Sarah, l’artista scozzese Mark Pulsford, allineare tra i personaggi asserragliati dietro i protagonisti Leonardo da Vinci e Maradona, Pino Daniele, Antonio Gramsci e gli stessi Beatles nella celeberrima tenuta da “club band dei cuori solitari”.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

 

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome