Il 17 luglio 2008 nell’aula del Consiglio Comunale di Verucchio, piccolo comune in provincia di Rimini, di origine molto antica e con un imponente castello, si conferisce la cittadinanza onoraria al musicista Ludovico Einaudi, da alcuni anni direttore artistico del locale festival estivo, che ha raggiunto grande prestigio. L’amministrazione ha chiamato per un omaggio al neocittadino un ragazzo del posto di 16 anni per proporre una sua versione de I giorni del musicista torinese, nipote del secondo Presidente della Repubblica. Jeans e maglietta bianca, con il suo violino elettrico Federico Mecozzi incanta i presenti e riceve i complimenti di Einaudi.
«Rimase molto colpito, ci conoscemmo e restammo in contatto», ricorda oggi. «Gli mandavo le mie prime composizioni, mi dava consigli ed è nato un bellissimo rapporto, che si è coronato quando mi chiese di far parte del suo ensemble. Da fan mi sembrava qualcosa di incredibile, quasi da non sentirmi all’altezza. È diventata la mia vita. Il rapporto si è intensificato molto a livello umano, di amicizia, e lavorativo come assistente e come collaboratore agli arrangiamenti. Il valore di cui ho fatto tesoro è il suo coinvolgere i musicisti nell’apportare un gusto personale. Soprattutto nel penultimo cd in trio del megaprogetto Seven Days Walking ha chiesto sia a me che al violoncellista di creare la nostra parte. Poi c’è la cura maniacale per ogni singolo dettaglio. Ogni nota ha un peso, un valore. La sua musica può sembrare semplice, ma dietro c’è questo peso e la cura assoluta del dettaglio e del suo valore. Rimane l’esperienza più significativa della mia vita, mi ha permesso di calcare i palcoscenici più importanti del mondo e non stanca mai. È un grande privilegio.»

foto di Enrico De Luigi

Questi insegnamenti Mecozzi, da 13 anni a fianco di Einaudi, li ha messi nel frattempo a frutto con la sua carriera da solista, che ha visto le collaborazioni con Enrico Nigiotti (anche come suo direttore d’orchestra a Sanremo) e Pacifico, Angelo Branduardi e Remo Anzovino, Andrea Mingardi e I Ministri, e soprattutto la pubblicazione nel 2019 di Awakening e in questi giorni di Inwards. Album strumentali di grande effetto emotivo, lirici e intensi seppur nella loro diversità.
«Li considero molto collegati, proprio per la loro diversità», continua Federico durante la nostra chiacchierata telefonica. È a Londra perché in serata deve esibirsi alla Royal Albert Hall con l’ensemble di Einaudi. «Awakening, “risveglio”, era un cd la cui nascita è stata molto condizionata dal desiderio di esprimere quelle esperienze di viaggio, di apertura degli orizzonti, di incontri, di agenti esterni, che hanno arricchito il sottofondo interiore in mio possesso, ma che avevo bisogno di alimentare e mescolare perché fosse del tutto mio. Un cd luminoso, molto legato agli spostamenti, alla strada percorsa, allo stare fuori.
Inwards invece è figlio del momento storico compositivo in cui è nato. La prima pandemia che mi ha fatto abbandonare lo stile di vita itinerante che per fortuna oggi ho ritrovato. Chiuso in casa ho avuto la necessità di scrivere musica, nuovi brani che non potevano più nascere dalle contaminazioni esterne. Ho dovuto scavare dentro di me, per cui sono nati brani più interiori, più tormentati, più malinconici, anche se per fortuna ho trovato anche della luce, della pace, della gioia. Ogni brano vuole descrivere una tappa di questo cammino interiore che tocca momenti diversi. È la continuazione del precedente in una direzione opposta, sono due lavori che si completano: il lato a e il b, il fuori e il dentro.»
Inwards è un album raffinato e intrigante, che raccoglie nove pezzi emozionanti, che scivolano direttamente nel cuore grazie a un virtuosismo che appare appena, senza interferire con lo scorrere delle melodie. Un sound gradevolissimo, che riesce a essere nello stesso tempo accennato e decisamente incisivo, che vola come un sogno di una notte di mezza estate, che distende una serie di emozioni capaci di portare alla piena realizzazione della ricchezza dell’esistenza. Musica classica contemporanea e anche musica tradizionale, archi e anche elettronica, momenti quasi rock e anche tenerezze romantiche, una serie di contraddizioni convogliate in un flusso sonoro capace di sprigionare sensibilità melodica e ricerca timbrica.
«Ho fatto tutto sull’onda della massima spontaneità, della sua ricerca. Una composizione musicale troppo premeditata fa perdere autenticità e l’effetto che cerco, cioè sempre quello emotivo, lo stesso che io cerco quando ascolto musica. Ho bisogno che la musica non richieda filtri mentali, che arrivi direttamente quasi al corpo, che scuota l’anima. È figlia dei miei gusti e di quello che ho incontrato nel mio percorso. Ho miscelato i portati in modo naturale, perché sono diventati elementi normali del mio linguaggio. Anche quando improvviso emergono nella maniera più naturale. Non so come esca questo mix, ma sono contento che avvenga. È la mia direzione artistica di questo momento, magari in futuro cambierà. L’importante è non studiare troppo quello che si vuole fare, ma lasciarsi molto trascinare dall’istinto.»
Negli ultimi negozi di dischi rimasti, in quale scaffale vorresti fosse messo il tuo album?
«Mi piace molto l’idea che sia difficilmente collocabile. Etichettare troppo la musica è sempre pericoloso, perché rischiamo di cristallizzare i generi e alimentare il senso di distanza tra loro. Sono per la musica a 360 gradi e priva di pregiudizi. Benché venga dalla classica, sono diplomato in violino, amo tantissimo gli altri generi, dal folk al cantautorato, finanche al pop, che ha valori di immediatezza nei confronti delle persone. È difficile inquadrarmi in un genere solo, la mia musica non è classica, non è pop, è una forma ibrida cui non saprei dare una collocazione, anche quella nella musica strumentale è un po’ approssimativa.»
Sei nato e vivi in riva all’Adriatico, in una città come Rimini che ha due facce, quella estiva del divertimentificio e quella felliniana invernale. Cosa rimane nella tua musica di questo contrasto?
«Credo che, anche inconsciamente, involontariamente, l’influenza dei luoghi dove viviamo si rifletta sempre nel nostro modo di comunicare. Nel mio caso è una tendenza inevitabilmente alla luce, alla luminosità, alla gioia, che contraddistingue noi riminesi per la vita estiva, il divertimento. Ai tempi del liceo ho frequentato il mondo delle discoteche e in qualche modo tra le diverse sonorità che ci sono nella mia musica a volte c’è un richiamo alla musica ballabile, che reputo elevatissima a dispetto dei pregiudizi che la circondano. La trovo per certi versi quasi spirituale, come elevazione del corpo, con cui impatta fortemente. Nell’atmosfera che si respira in Riviera, c’è poi questa parte, come dicevi tu, più felliniana, più oscura, che porta all’immaginazione, all’onirico, e che rimane nella mia musica come mistero, come indefinito, come sogno, la rende più emotiva e più intensa. Amo molto coniugare queste due anime, sono un’altra delle contaminazioni che la elevano.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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