Tra qualche giorno, il 18 novembre, avrebbe compiuto 92 anni. Se ne è andato ieri sera Franco Fayenz, una signore che il jazz lo amava, lo capiva e sapeva raccontarlo come pochissimi altri al mondo. Nato e cresciuto a Padova, laureato in giurisprudenza, ha iniziato a frequentare il mondo del jazz nei primi ani Cinquanta, e non se ne è più allontanato. Ha scritto per quotidiani e riviste, e pubblicato numerosi saggi.
Appena si è diffusa la notizia della sua morte, sui social ha ricevuto metaforicamente migliaia di abbracci. Uno dei post più intesi lo ha scritto Paolo Fresu: «È stato grazie a lui che ho potuto incidere negli Studi di Franco Fontana a Milano il mio primo disco “Ostinato” nel 1984, e sempre grazie al suo invito che ho potuto esibirmi con il Quintetto storico nella rassegna di Padova da lui diretta nei primi anni Ottanta.
Profondamente legato a Time in Jazz ha trascorso anche qualche tempo a Berchidda ed ha voluto donare una parte dei suoi libri proprio alla nostra associazione. Mi piace ricordarlo seduto in prima fila ai concerti di Piazza del Popolo e presente al nostro matrimonio.
Franco era per me e per noi più che un profondo conoscitore della musica jazz. Era un amico e con lui se ne va un pezzo di storia».
Gli organizzatori di Umbria Jazz, invece, hanno voluto ricordarlo così: «Con Franco Fayenz se ne va anche un pezzo di Umbria Jazz. Fayenz è stato presente al festival fin dalla sua nascita, nel 1973, a fare il suo lavoro di critico, e poi non ha mancato una edizione, fino a quando la sua salute glielo ha permesso.
Un uomo colto, elegante, intellettualmente raffinato. Apparteneva all’aristocrazia del giornalismo e della letteratura musicale. Non solo: è stato egli stesso organizzatore di eventi e direttore artistico, di jazz ma anche di musica classica, l’altro suo grande amore.
Fayenz è stato un amico di Umbria Jazz e non ha fatto mancare, con il rigore e l’onestà intellettuale che gli erano propri, lodi e critiche. Sempre con la schiettezza e l’autonomia di giudizio con cui svolgeva il suo lavoro. Molti, leggendolo, hanno capito un po’ di più, quindi amato, il jazz».







































