Dopo una prima tranche nei teatri e una seconda sui palchi estivi, Davide Van De Sfroos è tornato a suonare dal vivo. Il suo Maader de Autünn Tour ha già toccato Legnano, Zurigo e Olginate. I prossimi appuntamenti saranno il 12 novembre a Belluno, il 19 novembre a Cassano Magnago, il 26 novembre a Sondrio, il 2 dicembre a Fidenza e il 9 dicembre a Seregno.
Con lui suonano Angapiemage Galiano Persico (violino, mandolino, tamburello, cori), Paolo Cazzaniga (chitarra elettrica e acustica, cori), Silvio Centamore (batteria, percussioni), Matteo Luraghi (basso), Thomas Butti (fisarmonica, tromba) e Daniele Caldarini (tastiere, chitarra acustica).
Il tour arriva a un anno di distanza dalla pubblicazione di Maader Folk, l’ultimo album di Davide Van De Sfroos. Il disco contiene quindici tracce, compresi i due singoli Gli Spaesati e Oh Lord, Vaarda Gio.
Abbiamo intervistato Davide Van De Sfroos in uno dei suoi rari giorni di pausa per una chiacchierata a 360 gradi sul tour, ma anche sulla sua carriera e sui progetti futuri.

Come sono andati i primi concerti del tuo Maader de Autünn Tour?
Sono andati molto bene. La scaletta estiva era un po’ più rock-folk, in questa abbiamo cercato di inserire tutte quelle canzoni che da troppo tempo erano rimaste nei cassetti, ma che la gente continuava a reclamare. Sono canzoni che ci hanno dato tante soddisfazioni e che ci appartengono anche dal punto di vista emotivo. La scaletta è molto ricca di brani e io mi sono ripromesso di parlare molto meno rispetto al passato proprio per far spazio a più canzoni possibili. Sono tornati ad esempio pezzi come New Orleans, 40 pass, Il costruttore di motoscafi, La machina del ziu Toni e La balàda del Genesio. Non è più una scaletta di presentazione del disco nuovo, anche se ovviamente c’è anche qualche pezzo dell’ultimo album. È una scaletta completamente libera, tutta volta a mescolare ritmica e canzoni con quella suggestione tipica delle foglie che si staccano, dei colori incredibili di questa stagione. È un po’ l’entrare dentro nel mood invernale, emozioni che il mondo dell’ascoltatore come sempre richiede. Noi che lavoro facciamo, se non quello di essere degli uomini-medicina che costruiscono canzoni-antidoto per cercare di far sopravvivere emozioni?
Ti diverti ancora ad andare sul palco dopo tanti anni di carriera?
Grazie a Dio sì. Io non faccio musica a livello industriale, la mia musica non passa molto in radio, non è un prodotto mainstream. Le mie sono canzoni costruite per cercare di condividere qualcosa che ti esalta, come quando fai una foto e non vedi l’ora di mostrarla, perché hai vissuto talmente un momento che lo vuoi proprio condividere con gli altri. Sul palco siamo in sette e più volte ci siamo detti che con l’età avremmo potuto provare un po’ di fatica in più. Invece scendiamo dal palco quasi più leggeri di qualche anno fa proprio perché ci torna indietro proprio questa esigenza, da parte del pubblico, di voler condividere quella roba nella quale noi crediamo. Non mi stanca proprio perché vedo che funziona. Possono stancare tante altre cose, ma se uno ha dentro sempre questa sensazione di condivisione, di sincerità e di credibilità allora tutto funziona. Nel momento in cui non sarà più così, allora inizierò a pensare a fare un orto o qualcos’altro…
Quanto e quando scrivi?
Scrivo cose su migliaia di taccuini ogni giorno della mia vita. Lo farei anche se fossi su un’isola deserta. La profondità del foglio è l’unica cosa che mi permette di buttar dentro tutto quello che agli altri magari non posso dire. Il foglio invece è profondissimo e ha una pazienza che non finisce mai. Io riesco a capire quelli che vivevano come eremiti eppure scrivevano, perché avevano bisogno di dialogare con l’unico che ascolta veramente tutto, ovvero il foglio bianco.

Come hai vissuto il lungo periodo di stop della musica dal vivo dovuto al Covid?
La mia categoria è stata mutilata, ma io non ho fatto tante tragedie. Da bambino dicevo che volevo fare il guardiano del faro, perché ero ancora più orso di adesso. Ho un’autonomia di due o tre anni di solitudine. Potrei farcela, in condizioni ovviamente gradevoli per me. Durante quel periodo soffrivo molto di più per i miei tre figli, che sono ancora relativamente giovani e non potevano vivere un tempo magico. Io me ne sono fatto una ragione, anche se ovviamente ero preoccupato per quello che accadeva fuori. Ogni giorno mi arrivavano richieste di video o dediche e io passavo le giornate a inviare video sui social o privatamente. Anche medici e paramedici mi dicevano che c’era bisogno di questa cosa. Lo spettacolo non avveniva in giro, ma alla mattina la prima cosa che facevo era filmarmi, cantando una canzone richiesta o a mia scelta. Poi ho letto qualche libro in più e scritto qualche canzone in più. Fra l’altro era già pronto il disco Maader Folk, che però non poteva assolutamente uscire. È un disco che ha dovuto avere molta pazienza, quando è esploso sul palco aveva una forza superiore agli altri probabilmente perché risentiva di questa retrocarica.
A proposito del tuo ultimo disco, uscito poco più di un anno fa, ci racconti come è nata la collaborazione con Zucchero in Oh Lord, Vaarda Gio? Con Zucchero, fra l’altro, avevi collaborato al testo di Testa o croce, una sua canzone del 2019…
Ho conosciuto Zucchero in occasione del Festival di Sanremo 2011, quando feci un duetto con sua figlia Irene Fornaciari. Che fra l’altro nell’occasione fu bravissima. Zucchero era entusiasta e nel tempo abbiamo continuato a sentirci. Fra di noi c’è sempre stato un sincero affetto e stima reciproca. Ad un certo punto mi sono ritrovato con questa canzone e sentivo dentro proprio la voce di Zucchero, quando la riascoltavo. Gliel’ho proposta e lui è stato felicissimo di partecipare.
Nel video invece avete coinvolto Mauro Corona.
Se nel video ci fossimo stati Zucchero ed io, le nostre presenze avrebbero distratto da un testo che in qualche modo è spirituale. Allora ci siamo chiesti quale fosse, oggi come oggi, la presenza più sciamanica per far passare il messaggio. E ci è venuto subito in mente Mauro, con il quale io avevo già un bellissimo rapporto. Ha sentito la canzone, si è commosso e ha accettato di partecipare, anche se all’inizio era molto spaventato. Diceva: «Non ho mai ballato, neanche quando ero piccolo…». Poi invece si è dichiarato, in un filmato per la televisione svizzera, molto contento per questo video, perché il regista Dario Tognocchi era riuscito a captare il suo vero spirito, quello ancora fanciullesco. Nel video c’è l’unione di parecchie cose: Zucchero, Davide, Mauro Corona e soprattutto questo mondo che, volenti o nolenti, ci appartiene, anche se lo trattiamo parecchio male.
Prima accennavi al Festival di Sanremo del 2011. Che ricordo hai di quella tua partecipazione?
Io soffro di vertigini e all’inizio mi sentivo come uno di quelli che saltano dalle gru con gli elastici ai piedi. Però quello era un Festival speciale, Morandi chiamò sul palco tanti amici che avevo già incontrato, per esempio al Premio Tenco. C’erano Luca Madonia, Battiato, i La Crus, tanti artisti che erano già stati compagni di palco con me. Mi sono detto: «Se non è questo l’anno buono…». Così ci siamo buttati. I bookmaker inglesi ci davano come assoluti sfavoriti e invece sera dopo sera l’entusiasmo cresceva. La canzone era allegra e piaceva molto all’orchestra. Anche grazie al duetto con Irene Fornaciari è andato tutto in crescendo e alla fine siamo arrivati quarti. Dopo andavo a Roma, andavo a Napoli, e mi dicevano che la cosa era piaciuta. Forse perché avevano intravisto l’entusiasmo per un qualcosa di locale, di antropologicamente attivo. Siamo ancora vivi, usiamo una lingua che c’è e che ci appartiene. Tutti hanno capito questo messaggio. È stata un’esperienza magica.
Quindi torneresti a Sanremo? Lo rifaresti?
Mai dire mai. Bisognerebbe trovare la situazione giusta, con la canzone giusta. In quel contesto si va verso un pubblico che vuole sentire qualcosa che deve anche un po’ comprendere. Nel 2011 ho portato una canzone che non era stata scritta per il Festival. C’era già, era registrata nel disco nuovo, prima ancora di sapere che saremmo andati a Sanremo. In quel caso è stato Sanremo a venire da me, perché volevano fare qualcosa di “strano” in quell’edizione. Non volevo sentirmi come Bob Dylan che non va a ritirare il Premio Nobel; ho riflettuto per una settimana, poi mi sono detto: «Andiamo e vediamo cosa succede…».

Dopo Sanremo, nel 2017 ha vissuto un altro grande momento: il concerto allo stadio San Siro.
Per me è stata un’esperienza che definirei trasgressiva. Sapevo benissimo che non potevo riempirlo, non appartengo a quella categoria di musicisti super conosciuti. Però era talmente forte, forse nella pazzia, la voglia di portare quel pubblico nel tempio della musica di Milano, che ci siamo lanciati. Sono arrivate più di ventimila persone e la scena era assolutamente mozzafiato. Ho il ricordo di tutto che andava come un disco e non riesco neanche a ricordarmi esattamente che quella cosa è esistita. Fra l’altro lo show è stato pochi giorni dopo l’attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande. C’erano dei controlli strettissimi, non lasciavano portare dentro nemmeno i panini. E non abbiamo potuto fare una canzone per noi importantissima perché ci hanno cronometrato la durata del concerto. Era una cosa fuori dalla nostra portata, ma averci provato e aver visto quella gente così esaltata, è stata la conferma che andava fatta.
Dopo cosa è successo?
Ci sono state delle mie crisi personali. Ho avuto una pausa e poi sono ripartito dal giardino di casa. È stato importante anche quel tipo di viaggio. Ogni tanto bisogna avere il coraggio di sedersi, fermarsi, avere dei dubbi. E anche di stare poco bene.
Il 9 dicembre terrai a Seregno l’ultimo concerto di questo tour. Dal 10 dicembre cosa farai?
Di solito quando arriva l’inverno si ha il tempo per pensare anche a qualcosa di nuovo. Da tanti anni, ad esempio, mi chiedono: «Quando farai il tuo disco Nebraska?». E io rispondo che lo ha già fatto Bruce Springsteen… E non ditemi di fare Bernasca… Però lo ammetto, la tentazione di fare un disco acustico, personale, intimo, un po’ “roots” c’è da anni. Stiamo cominciando a dire che forse è arrivato il momento.
E la televisione?
Dopo che su Rai 2 ci hanno fatto fare la seconda edizione de Il Mythonauta, se ci fosse anche una terza stagione sarebbe bello andare a fare altre quattro puntate alla ricerca di miti, misteri e leggende.








































