La signora Harris va a Parigi

Non è mai troppo tardi per essere Cenerentola. In Dior

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La signora Harris va a Parigi
di Anthony Fabian
con Lesley Manville, Isabelle Huppert, Lambert Wilson, Alba Baptista, Lucas Bravo

1957. La vedova di guerra londinese Ada Harris (Manville)  vive facendo le pulizie per i ricchi, ha un’amica nera con cui scommette nelle corse dei cani, è un cuorcontento nonostante la solitudine, sa raddrizzare con affetto le vite degli altri, sa cucire e ama i bei vestiti. Anzi, vorrebbe così tanto un Dior “Haute Couture” che risparmia fino ad arrivare a Parigi alla Maison Dior e con grande scandalo di nobili e arricchiti, che però non pagano mai, si presenta con rotoli di sterline nella borsa. Però capita lì mentre Dior naviga in cattive acque e il mondo nel dopoguerra sta cambiando. Insomma, la signora Harris organizza il primo sciopero dei lavoranti dell’alta moda, quasi seduce un nobile francese in cerca di memorie di servitù casalinghe, combina un matrimonio tra una bellissima modella e un ragioniere che di nascosto studiano filosofia e forse inventa il prêt-à-porter. Ci credete? Forse no, ma è una favola, anzi è il terzo adattamento (un film di un’ora nel ’58 e un tv movie con Angela Lansbury nel ’92) di un romanzo di Paul Gallico, scritto nel 1958 quando si ridacchiava delle differenze tra gli inglesi e i francesi. Oggi questo genere di film sembra un ritorno al cinema inglese  fitto di personaggi da vignetta pieni di tic e di birignao popolari. Niente di male. Il regista Anthony Fabian viene da film pubblicitari e documentari brevi, e si sente: la favola sembra cucita con frammenti “simpatici” e folkloristici, la nebbia inglese, il disordine francese, i cockney londinesi, i clochard parigini, e la confezione finale, come ha scritto il Guardian, è un volo di fantasia al servizio di Lesley Manville, che era già stata alle prese con l’alta moda in Il filo nascosto (nomination all’Oscar come non protagonista).

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