La Black Out Band racconta One More

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È uscito giovedì 24 novembre 2022, One More, il nuovo EP della Black Out Band, registrato e prodotto da Christopher Bacco di Studio 2. I componenti di questo gruppo sono tre, Edoardo, Giacomo e Sebastiano e nella loro formazione manca volutamente il basso elettrico, per una scelta stilistica ben precisa.

One More arriva a tre anni da Cosa Rimane (2019) ed è un EP molto particolare perché mette insieme quattro tracce provenienti da universi sonori diversi, legate a tematiche anche piuttosto importanti.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Edoardo, voce e chitarra della band.

Dovendo raccontare il vostro lavoro in poche parole, come lo descriveresti?
Direi che è un disco molto malinconico, a tratti graffiante e rock, con molta rabbia dentro perché affrontiamo tematiche “calde” dal punto di vista dell’attualità. 

È un album composto da quattro brani con stili diversi ma connessi. È un’esigenza nata scrivendo o avevate già previsto di costruire l’EP in questo modo?
Non l’avevamo deciso a priori, semplicemente quando scriviamo ci piace creare delle atmosfere e dei paesaggi un po’ cinematografici e per noi ogni brano è come se fosse un film a sé, una storia diversa. Questa cosa, ovviamente veicola suoni diversi. La sfida è cercare di unire questi suoni e cercare di renderli coerenti. Quando abbiamo ascoltato da fuori queste quattro tracce ci siamo resi conto che stavamo ascoltando quattro universi sonori differenti ma abbiamo colto la sfida di renderli coerenti.

E qual è il file rouge che lega questi brani?
Il filo rosso secondo me è l’utilizzo degli strumenti che fanno parte di una “tradizione analogica” della musica: chitarre elettriche, valvolari, hammonds, batterie registrate in un certo modo… Quello che vorremmo si sentisse è la coerenza del suono analogico che è ciò da cui siamo partiti e che vogliamo portare avanti. 

Cosa deve aspettarsi chi lo ascolta?
Si deve aspettare un viaggio. Un viaggio fatto di tanti paesaggi e tanti scenari, quindi anche un viaggio complesso. E ci auguriamo che questo sia un vantaggio e non un motivo di destabilizzazione. Speriamo che chi ascolta l’EP si lasci trasportare in universi differenti.

Partiamo da And Mist Comes Again: inizia come una ballad, chitarra e voce e poi c’è l’esplosione della parte ritmica, col basso e le chitarre. Cosa c’è dentro questo brano?
È un brano che parla della nebbia. Noi viviamo in pianura Padana, quindi di nebbia ne abbiamo molta e la odiamo, però abbiamo cercato di rileggere il concetto della nebbia come qualcosa di positivo, cioè come una sorta di coperta che copre le preoccupazioni, i conflitti, gli affanni. E quindi la nebbia diventa qualcosa di bello perché crea un momento di silenzio, di pausa nella vita di tutti i giorni e diventa un rifugio. L’idea della produzione era quella di partire in modo molto intimo, di fatto, questa è una canzone che parla di una storia d’amore conflittuale e poi arriva a temi più generali. Proprio per questo abbiamo deciso di partire in questo modo, ma poi a noi piace viaggiare quindi alla fine questo pezzo arriva a tutt’altra destinazione.

In When The Fire Stops Burning emerge invece tutto lo sconforto provato nel raccontare qualcosa con cui ci troviamo a fare i conti, il cambiamento climatico. Un tentativo di smuovere gli animi?
La speranza di smuovere un po’ gli animi c’è sempre. La musica si scrive e si registra per comunicare, e nel momento in cui noi abbiamo voluto comunicare questo tipo di rabbia, l’abbiamo messa in musica. Il nostro obiettivo più nobile sarebbe quello di far arrivare agli ascoltatori questa rabbia che graffia, anche nei suoni, e che l’ascoltatore si faccia due domande

Per You Fools! avete scelto un sound un po’ vecchia scuola. Com’è nato questo pezzo?
Questo è il brano più vecchia scuola perché pensiamo sia importante, quando si registra, pagare tributo alle proprie influenze. È un brano abbastanza turbolento, nato da un riff di chitarra anche piuttosto semplice. Non c’era dietro una storia, la storia ha preso pian pianino vita e anche la produzione è andata in una direzione forse un po’ inquietante e grottesca.

La conclusione è affidata invece a The Road Is You un brano dalle atmosfere più oniriche e sognanti. Perché avete scelto questo pezzo come brano di chiusura?
Il brano è orientato al futuro. Sempre per parlare di immaginari, è la descrizione di questa persona che in qualche modo rinasce dopo un periodo difficile e quindi letteralmente si trova davanti una strada lunga e dritta, anche vuota e desolata, perché è una strada tutta da scrivere. Allora, questa strada tutta da scrivere diventa per forza l’ultimo brano perché anche per noi, alla fine dell’EP diventa tutto da scrivere di nuovo, ciò che hai scritto è già vecchio e sei alla ricerca di qualcosa di completamente nuovo.

A livello di produzione, che tipo di lavoro è stato?
In questo, Christopher Bacco di Studio 2 ha fatto un lavoro eccelso. È riuscito a mantenere questi quattro universi differenti, però allo stesso tempo è riuscito a dare una coerenza timbrica a tutto il lavoro. Penso non sia stato facile per lui trovare questo filo rosso, ma ci è riuscito alla grande. E credo che la bravura di un produttore sia anche questa.

Rispetto a Cosa Rimane quanto vi sentite cambiati e cresciuti?
Penso che una delle cose più belle del registrare sia che una volta che lo hai fatto, hai congelato un qualcosa che già non ti appartiene più e da quel momento in poi è il momento di cambiare, ma non te ne rendi conto finché non registri e non metti un punto. È quello che è successo con Cosa Rimane: noi eravamo convinti di avere quel sound, ma una volta registrato, ci siamo accorti che non ci apparteneva più. Poi nel mezzo c’è stato il Covid, un po’ di cambiamenti importanti nelle nostre vite, momenti di riflessione diversi, isolamento… Non siamo più quelli di prima, e probabilmente anche dopo questo EP non saremo più gli stessi.

Progetti futuri?
Sicuramente abbiamo voglia di suonare live, per quanto sia difficile vivere di live. Portarlo fuori dal Veneto, confrontarci con altre persone, altre realtà, magari anche più grandi della nostra regione. Confrontarsi è fondamentale. E poi stiamo scrivendo una sorta di rock opera con una sezione di archi e fiati. Stiamo anche provando la via del progressive rock. Queste sono le nostre intenzioni più imminenti.

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Tanti interessi, tutti diversi, ma che in comune hanno una cosa: scrivere. Non fa altro da quando ha imparato e sogna che questo diventi il suo mestiere. Cittadina del mondo con la Puglia nel cuore e uno zaino sempre pronto per nuove esperienze. Tra le più giovani collaboratrici del sito, non le manca il carattere per difendere le sue idee.

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