Milo Scaglioni: «Racconto le nostre prigioni mentali»

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Esce venerdì 9 dicembre per Another Music Recordings, Locked in a circle, il nuovo singolo del songwriter Milo Scaglioni: un nuovo capitolo che ci accompagnerà alla pubblicazione del suo secondo album in uscita questa primavera, a sei anni di distanza dal precedente disco.

Abbiamo contattato Milo per farci raccontare di più del suo nuovo lavoro.

Dovendo descrivere questo nuovo singolo in poche parole, come lo racconteresti?
È una canzone che è nata tutta insieme, una sera, a casa, ed è rimasta più o meno la stessa la stessa canzone per diversi anni, almeno tre o quattro. È una canzone molto semplice, ma con una melodia piuttosto luminosa, con un arrangiamento che ambiva ad essere in qualche modo completo, ma senza niente di troppo. È un singolo che pone una domanda, non dà una risposta, ma un consiglio a chi lo ascolta

Cosa deve aspettarsi chi lo ascolta?
Questo è un brano di mezzo: potrei – come ho fatto – averlo scritto qualche anno fa, ma ha un arrangiamento che lo distingue dai brani del passato. Quindi, chi la ascolta deve aspettarsi una bella canzone, con un messaggio che spero possa toccare le persone.

Il fatto di scrivere in inglese deriva dal fatto che ti viene più immediato oppure c’è altro dietro questa scelta?
Scrivo in inglese perché mi viene meglio, mi viene in modo più naturale. Non lo faccio per nascondermi, perché basta ascoltare le canzoni per capire che c’è sempre un messaggio dentro. Ho iniziato a scrivere in inglese in un momento in cui pensavo che sarei rimasto in Inghilterra, l’inglese è una lingua un po’ più facile dell’italiano per scrivere, per questioni proprio lessicali. È vero che in Italia l’inglese riduce il pubblico, però non è sempre così. Io non scrivo tanto per il pubblico, quanto per me. Non mi è successo di scrivere in italiano, ci ho provato ma ancora non fa per me. Magari il prossimo disco lo faccio in italiano, chi lo sa.

Quando e come è nata Locked in a circle?
È nata mentre ero seduto sul divano di casa mia a Roma qualche anno fa, mi ero appena lasciato con una ragazza. Era un momento in cui soffrivo e si erano aperte certe porte. È nata anche in concomitanza con una cosa che avevo letto riguardo gli Yazidi, che credevano al fatto che se si disegnava un cerchio intorno a una persona, rimaneva bloccato all’interno. E partendo da questa immagine io ho scritto la canzone, per raccontare le nostre prigioni mentali e il fatto di misurarsi con i propri limiti per provare ad uscire da questo cerchio, che esiste forse solo nella nostra testa. 

A livello di produzione, che tipo di lavoro è stato?
Abbiamo avuto davvero tanto tempo per lavorarci, quindi abbiamo curato ogni dettaglio. La registrazione è avvenuta al Black Star Studio, che è un bello studio con una sala molto grande. Abbiamo registrato basso, batteria e chitarra acustica insieme in una sessione live, poi ci ho cantato sopra una linea vocale che è servita per costruire l’arrangiamento. Poi, in maniera abbastanza autonoma, Angelo Di Mino ha costruito un arrangiamento che andasse bene ad entrambi e siamo arrivati ad un punto in cui la canzone già stava in piedi. A quel punto è venuto in studio Enrico Gabrielli, polistrumentista, che in questo singolo ha suonato il flauto traverso. È venuto anche Roberto Dellera che ha messo dei cori e alla fine ho riregistrato la linea vocale.

Quanto l’aver vissuto e lavorato in Inghilterra influenza il tuo modo di scrivere e comporre?
Credo che abbia avuto un’influenza molto importante. Per me l’Inghilterra è stata una grandissima scuola, avevo molte cose da imparare sia dal punto di vista umano, che musicale. Sono partito a 19 anni ed ero un ragazzino, vivevo a Manchester, senza parlare praticamente l’inglese. I primi anni sono stati molto duri. All’inizio non suonavo neanche, poi ho iniziato a farlo insieme a dei ragazzi conosciuti a un semaforo e poi da lì ho conosciuto gente nuova. È stato un periodo in cui mi sono dovuto inventare un modo di fare che mi portasse ad adattarmi a persone che non solo non conoscevo, ma che magari venivano da percorsi totalmente diversi dal mio. Quindi è stata un’esperienza molto importante, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista musicale, perché suonare lì mi ha fatto sfiorare persone diverse e ciascuno mi ha lasciato qualcosa.

E tornare in Italia è stato difficile?
È stata certamente una scelta sofferta, più di quella di partire, perché dopo 10 anni, da adulto, cambiare le abitudini è un po’ difficile. Però mi sono accorto che, per quanto il mio partire fosse stato faticoso, stavo un po’ scappando da una cosa che mi stava seguendo. I problemi che avevo lasciato in Italia non erano spartiti, anzi. E questo mi ha portato a scegliere di tornare qua e affrontare quei mostri. È stato difficile, ma oggi sono contentissimo di essere tornato.

Cosa ti aspetti da questo disco?
Sinceramente, penso che il modo migliore sia non avere aspettative ma lavorare duro per far sì che le cose che accadano. Niente mi verrà regalato, lo so. L’unica aspettativa è portare in giro il mio lavoro, all’inizio magari da solo, chitarra e voce, soprattutto se dovessi girare in Europa come spero di fare. Gli appuntamenti live sono due: martedì 13 dicembre al Circolo Arci Bellezza di Milano per presentare il singolo e poi il 31 marzo da Germi con tutta la band suoniamo il disco.

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