È uscito venerdì 2 dicembre, in distribuzione Artist First, il nuovo EP del duo composto da Simone Milani e Giulio Milanesi, NOLO – acronimo di “Nord di Loreto” – intitolato Luminia.
Un EP che è un po’ una fotografia della città meneghina, coi neon, i semafori, le metropolitane, le finestre dei palazzi, raccontata con una vena quasi malinconica, che in un certo senso contrasta con la frenesia che la contraddistingue. Una sorta di dichiarazione d’amore per una città in cui perdersi e ritrovarsi continuamente.
Abbiamo scambiato due chiacchiere con Simone Milani per farci raccontare di più di questo lavoro.
Cosa si deve aspettare chi ascolta questo EP?
Credo che si debba aspettare noi. Abbiamo scritto questo EP di notte in una sala prove. Io ho portato le bozze di canzoni, poi con Giulio ci siamo messi al pianoforte e le abbiamo messe giù e arrangiate. Sono venute fuori una dopo l’altra, ci mettevamo sempre a lavorare di notte. È stata una scrittura molto istintiva, un progetto creativo molto genuino e quindi è venuto fuori un po’ quello che siamo noi. Siamo ragazzi che sono nati e cresciuti nella periferia di Milano, e questo disco è un po’ una serenata alle luci della città di notte. Tutte le canzoni sono legate da questo ambiente di fondo.
Il titolo, Luminia, è già molto evocativo: come l’avete scelto?
Cercavamo di riassumere il concetto che stava dietro questa serenata. Non volevamo essere troppo diretti, usando il nome di una città in particolare, perché ognuno poi può riconoscere la propria città di luci. Quindi volevamo inventarci un nome che riassumesse l’idea di una città fatta di piccole luci, ma che parlasse anche un po’ del nostro dramma generazionale, del confronto con gli altri, del non rendersi conto che alla fine poi siamo tutti piccole luci che vanno a creare una città. Ci piaceva l’idea di trovare una parola che riassumesse in modo totale il senso del disco.
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Partirei dalla fine e quindi dalla titletrack. Come e quando è nato questo pezzo?
Luminia è un brano interamente strumentale, ed è nato come coda di Semafori rossi. Stavamo suonando quella canzone là al piano ed è venuta fuori questa coda molto lunga in cui c’è anche quella voglia di esplosione finale. E quindi ci siamo trovati con questa coda che volevamo separare, un po’ per non contaminare Semafori rossi e un po’ per dare spazio alla musica suonata. Abbiamo scelto di dargli lo stesso titolo dell’album anche per dagli una certa importanza e mettere il puntino sulla parte strumentale.
Metrò invece racconta di un colpo di fulmine avvenuto in metropolitana. Un’esperienza di vita vissuta o questa storia l’avete immaginata?
Quasi tutte quelle scrivo sono storie autobiografiche. Credo che la cosa più interessante che un cantautore possa fare per il suo pubblico sia parlare di sé, perché è una cosa irripetibile. Penso sia capitato un po’ a tutti di innamorarsi di uno sguardo, o comunque di perdersi anche per un secondo nel guardare una persona. La metro è uno dei rari momenti in una città come Milano in cui siamo “fermi”, “rallentati” e siamo costretti a guardare il mondo, se non siamo distratti dal telefono, quindi è un momento di rottura della nostra routine. È nata perché una sera Giulio mi ha chiesto “ti sei mai innamorato di uno sguardo in metropolitana?” e io ho risposto “cavolo, sì”. Ripensandoci nei giorni successivi ci siamo detti che magari non era successo solo a noi e che magari sarebbe stato bello scriverci su qualcosa.
Quale stato il brano più difficile da scrivere?
Credo che il più complicato a livello di testo sia stato Le vite degli altri, quello che apre il disco. Perché è pieno di piccoli segreti, tante piccole cose private. A me piace esporre le mie debolezze e le mie cicatrici, però poi ogni volta che vai a cantare queste cicatrici si scoprono. Dal punto di vista dell’arrangiamento invece dico Neon perché è una canzone che ha un animo un po’ funckeggiante, quindi esce dalla nostra confort zone musicale. È stato molto divertente arrangiarla insieme a Plastica che è stata la producer di tutto il disco.
Se doveste scegliere un’immagine per raccontare questo lavoro, quale scegliereste?
A me piace molto l’immagine che c’è in Semafori rossi, quando il protagonista dice alla ragazza “Ma cosa guardi gli altri che diventano grandi, quando noi aspettiamo ancora i semafori rossi per baciarci”, perché riassume un po’ il tema del disco, che è la nostra paura di diventare grandi e il confronto che abbiamo con le persone che ci stanno intorno. Siamo costantemente bombardati dalle immagini delle vite degli altri che ci sembrano perfette, mentre le nostre non lo sono. E in quella frase lì io rivedo il concetto che sta dietro l’album.
Questo EP è un po’ una descrizione della vostra città, Milano. Lo stile un po’ malinconico dei testi fa quasi da contraltare alla frenesia che la contraddistingue. Perché avete scelto di descriverla in questo modo?
Essendoci cresciuti, credo che siamo riusciti più di tanti altri a cogliere la sua “frenesia malinconica”. Cioè, è vero che Milano è frenetica, cresce rapidamente, cambia rapidamente, però alle volte lo fa in maniera molto fredda e molto cinica e questo lascia molto di quello che abbiamo dentro. E questo crea quel velo di malinconia, di mancanza di qualcosa. Quindi quando cresci in questa città ti rimane dentro questo aspetto malinconico.
La domanda che avete posto alla vostra città è se siete riusciti a tenere il passo del suo cambiamento o se invece siete rimasti indietro. Avete trovato una risposta?
Penso che non possa mai esserci una risposta, nel senso che Milano continua il suo percorso di crescita e noi il nostro. Non so se alla fine la stiamo rincorrendo, se stiamo percorrendo una strada che è nostra e quindi porta da una parte diversa, se prima o poi le nostre strade si incroceranno, o se in fondo siamo già allo stesso punto, perché ci siamo cresciuti dentro e quindi siamo già incastrati dentro questa città. La cosa che so di certo, è che ci siamo resi conto di essere anche noi luci della città di notte, come lo sono le persone che fanno parte di questa città.
Avete presentato il vostro lavoro live il 7 dicembre. Che risposta avete avuto dal pubblico?
La prima risposta che abbiamo avuto è stato un bel sold out, quindi penso che più di così non potevamo chiedere. La cosa bella è che il locale era ricco di facce nuove, che già cantavano le nostre canzoni. È stata un’esperienza molto potente perché abbiamo suonato proprio a Nolo, nel nostro quartiere, quindi è stato emozionante perché da un lato sì giocavamo in casa, ma con una formazione totalmente nuova. E quando abbiamo realizzato che la gente ci seguiva e già conosceva queste canzoni è stata emozione pura.
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Quali piani avete per il futuro?
Noi amiamo la musica live, quindi il piano principale è portare in giro questo album. Quindi consiglio di seguirci sui social perché prestissimo verranno annunciate le prossime date. Vi assicuro che ai nostri live ci si diverte un sacco.







































