Un tris di cd che deve far venire l’acquolina in bocca agli appassionati. Tre lavori che si completano per raccontare un universo di sonorità della musica afroamericana ricco e sfaccettato. E che lo fanno con grande classe e sensibilità, con approcci compositivi ed espressivi che sanno coinvolgere e convincere. Complimenti quindi al sassofonista Roberto Bottalico, al contrabbassista Igor Legari e al polistrumentista Giancarlo Russo.

Roberto Bottalico Alter & Go Project

Roberto Bottalico Art & Go Project
Il favoloso mondo di Wayne lo strambo (Filibusta)
Voto: 7/8

Non è un disco di standard. Anche se è ispirato espressamente fin dal titolo a uno dei maggiori sassofonisti e compositori del jazz moderno, Wayne Shorter, non propone nessuna delle sue composizioni rimaste nella storia della musica afroamericana, non Juju, non Speak No Evil, neppure Sacajawea e neppure una delle tracce di Iphigenia, la sua opera messa in scena nel novembre 2021 con i testi della bassista Esperanza Spalding e le scenografie dell’archistar Frank Gehry. Eppure il quasi novantenne musicista di Newark è presente in ognuno degli otto brani in maniera determinante, nello stesso modo di suonare del leader di questo quartetto e nel suono lirico del suo tenore. Non solo, proprio un certo modo di intendere le composizioni, rimanda direttamente allo “strambo” (il suo soprannome al liceo) Wayne: «Shorter mi ha detto che potevo fare quello che volevo, basta che avesse un senso», dice Roberto Bottalico.
Si apre con Assembramento n°7, in cui la melodia detta incroci ed evoluzioni, somme e rallentamenti, per definire tutti i personaggi che, nella fantasia del sassofonista, popolano questo album. Il primo è Porfirij Petrovic, l’ispettore del Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, che si presenta in un brano enfatico e volubile, in cui la linea di un jazz moderno e sinuoso non perde mai le coordinate che vedono nel Davis pre-elettrico, con Shorter al fianco, il riferimento. Lenta e inevitabilmente shorteriana, la cui Nefertiti aleggia tra gli accordi, è la rilettura del sentire del maestro proposta in Alter Shorter. Le due Giant Half Steps, che giocano con gli accordi dello standard coltraniano Giant Steps, racchiudono Resolution, track notissima dello stesso John Coltrane, il gigante da cui «Wayne ha raccolto il testimone nell’evoluzione del jazz» (parola, del tutto condivisibile, di Bottalico). Chiude Dedalus, un flusso di memoria, uno scorrere tra tensioni e fraseggi morbidi, non per nulla ispirato al personaggio letterario dell’irlandese James Joyce, alter ego dello scrittore e protagonista di Ritratto dell’artista da giovane.
Da segnalare infine il lavoro “pianistico” del bravo chitarrista Augusto Creni e l’eleganza propulsiva della sezione ritmica, formata da Alessandro Del Signore al contrabbasso e Massimo Di Cristofaro alla batteria.

Igor Legari – Trio Arbo

Igor Legari
Arbo (Folderol)
Voto: 7/8

Ci sono voluti quasi due anni di ricerca e messa a punto, ma oggi il trio del contrabbassista pugliese, ma stabile a Roma, propone un album di debutto convincente e stimolante. Il riferimento è palese. La quarta traccia di Arbo si intitola Malachi ed è un omaggio al grande Malachi Favors Maghostut, bassista di quegli Art Ensemble of Chicago che hanno segnato una tappa di livello assoluto nell’evoluzione del jazz e che sono il faro del Legari compositore. Proprio quella commistione tra elettricità e acustica, tra portati popolareggianti e ventate free, tra ghetto e savana, tra terra e fuoco, diventa il fil rouge che unisce i nove brani in un percorso avventuroso come le navigazione dell’ammiraglio cinquecentesco portoghese Tristan Da Cunha, titolare del penultimo pezzo, come lui alla perenne ricerca di un’isola che forse c’è e che porterà il suo nome.
Insieme al musicista del Collettivo Franco Ferguson e poi dei Luz, sono il fiatista (poderoso al baritono, volante al flauto e inafferrabile ai clarinetti) Marco Colonna, che ricordiamo con l’ottima band world degli Aquaragia Drom, e il batterista Ermanno Baron degli Acre, sempre preciso in ogni punteggiatura. La loro corsa verso un’Ultima Thule, non a caso il pezzo conclusivo, fantasmagorico nelle millanta forme che insegue, immaginifiche come quelle dei fiocchi di ghiaccio e delle lingue di fuoco che tappezzano l’isola nordica descritta dall’esploratore greco Pitea. L’inizio è subito scandito e diretto come uno Stomp, mentre la title track apre gli orizzonti seguendo sogni folkeggianti e inattesi.
Seguono l’incubo sotterraneo di Bom, la corsa all’inseguimento dello sgusciante clarinetto di Ocelot (non è chiaro se sia un felino nelle paludi di mangrovie americane oppure il pistolero torturatore della serie di videogiochi Metal Gear), la solida Callao, il brano più ricco dell’albo che accentra le sue coordinate nell’alveo del grande jazz, e il breve sigillo sussultante di Roca. Un debutto che ha il solo difetto di avere una tessitura un po’ scarna, che fa sentire la mancanza di un pianoforte o di un altro strumento che arricchisca i nodi e le legature che il trio propone con una tale ricchezza di contenuti e di scelte emozionali da farlo comunque apparire senza crepe, solido e fantasioso.

Giancarlo Russo

Giancarlo Russo
Togetherness (Alfa Music)
Voto: 8

I jazzisti italiani ci stanno prendendo gusto e continuano a proporre album di fusion (dopo Never Give Up di Luca di Luzio, eccone un altro) che sono superiori a quelli dei “maestri” americani, troppo spesso chiusi nella loro autoreferenzialità. E lo fanno con estrema intelligenza, ovvero utilizzando il talento e l’esperienza proprio di personaggi che quel genere hanno reso importante e apprezzato. Parliamo in questo caso di big come Mike Stern, un chitarrista che ha suonato con Miles Davis, David Sanborn, Jaco Pastorius, tanto per dire qualche nome del suo pedigree, e Bob Franceschini, sassofonista per Céline Dion e Paul Simon, Willie Cólon e i Tower of Power. Inoltre, in sei dei 13 brani (cui si somma la radio edit di Gianca Open House), si aggiunge, con arrangiamenti di gran classe firmati da Marco Marrone, il contributo della Bulgarian National Radio Symphony Orchestra, che con Russo aveva realizzato la bella colonna sonora del film Queen Marie Of Romania.
Un album da suggerire e far ascoltare Togetherness, a cominciare da Essere Esseri Umani, che ne dichiara l’intento programmatico nelle parole proposte in musical poetry: “sono qui per ricordarmi di ricordare cos’è un Essere Umano/ a ricordare perché è un’eccezione ritrovarsi a parlare d’amore/… ricordare perché è solo un’eccezione abbracciarsi, stringersi/… a ricordare perché è solo un’eccezione ringraziare Madre Terra/ per le sue meraviglie e i suoi frutti, invece di offenderla ogni giorno”.
Polistrumentista, compositore di colonne sonore per tv, teatro, cinema, produttore e assertore della musicoterapia, Giancarlo Russo raccoglie qui il meglio di circa trent’anni di carriera e lo fa con musicisti fidati, di spessore, come Dario Rosciglione al contrabbasso, Simone Salza ai sax, Natalio Mangalavite al piano e persino, udite udite, Demo Morselli alla tromba, ritornato al primo amore. E come tutti gli altri, sempre perfettamente in linea con l’espressività del titolare.
Quasi impossibile fare una scelta tra i brani, tutti a loro modo emozionanti. Da quelli più soft fusion, come l’iniziale Peter Pan, dedicata a Pino Daniele, la raffinata Gianca Open House e La maga Circe, in cui traspare l’amore per l’elettronica del Nostro, a Fugitifs Dans La Nuit, fusion alla maniera a stelle e strisce, ma più interessante. Da quelli interiori, come la ninnananna dedicata alla figlia Nina oppure Pont Des Amants, con un interplay Franceschini/Morselli da pelle d’oca, alla sorridente W il cinema italiano con i vocalizzi caratteristici anni 60/70 di Paola Gladys Arcieri (ma ½ voto in meno per l’assonanza con il tema di Un uomo, una donna del francese Francis Lai). Dalla magnifica Angels Of The Town, ispirata dal lavoro dei volontari in tutto il mondo, a quelli più sinfonici come Maria Pia, struggente ricordo della madre, Monique Serenade e I Heard Something From The Ocean, che avrebbe dovuto essere la chiusa perfetta.

Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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