Cantare il jazz è arte sopraffina e complessa, radicata fin dalle origini in questo genere musicale. Una “maniera” che si è articolata diversamente a seconda degli stilemi cui andava ad afferire, partendo dal blues originario fino al free più astruso, e che, nello stesso tempo, ha aggregato i detriti e le idee raccolte dal jazz durante il suo tracimare spesso e volentieri in territori sonori differenti, dal pop alla contemporanea. Vi proponiamo qui tre recenti esempi di stimolante e intelligente canto jazz, che va dalla “classicità” italica di Elena Romano alla non ortodossia world di Silvia Lorenzo, passando per l’“obliqua visione” contemporary di Gaia Mattiuzzi.

Ferruccio Spinetti ©Angelo Trani

Ferruccio Spinetti
Arie (Jando Music)
Voto: 8/9

Il contrabbassista casertano ama la voce. A parte il quintetto di Stefano Bollani, i suoi progetti, dagli Avion Travel, di cui è membro dal 1990, agli InventaRio (dedicato alla musica brasiliana) e soprattutto a Musica Nuda (in duo con la cantante Petra Magoni), hanno avuto come cardine la vocalità Così è anche per questo album, il suo primo come leader dopo il More Morricone in coppia con il pianista Giovanni Ceccarelli, presente anche qui. Determinante infatti, in oltre la metà dei brani, la presenza della lirica e insinuante voce della giovane fiorentina Elena Romano, impegnata anche ad aggiungere i testi a sei degli 11 brani, cui si sommano quattro stimolanti intermezzi in solo – anche la voce con uno scat lento doppiato da vocalizzi in Bassossessivo – o in duo.
Il cd è di pregio, intelligente fin dal suo proposito iniziale: «vuole essere una sorta di songbook italiano, che spero servirà a far scoprire alle nuove generazioni quanto il nostro jazz negli ultimi 40 anni sia stato fondamentale per la crescita di questo mondo musicale e di come gli artisti italiani siano amati in tutto il mondo grazie anche alle proprie composizioni», lo presenta Spinetti. E il risultato è di gran classe. Senza se e senza ma.
Da The River Song di Cesare Picco alla sfaccettata chiusa strumentale Versilia del compianto Luca Flores, passando per Crepuscolo, un altro dei tre pezzi senza la voce, e per la suadente Aria di Enrico Rava con un nuovo testo di Peppe Servillo, le scelte del contrabbassista sono sempre particolari e suggestive, ispirate a un jazz melodico e ricco, pieno di richiami al sound ECM e di lirismi sonori sintonizzati su quelli vocali, con un pathos che passa dal cielo di Meteores e della Vagabondi di stelle di Rita Marcotulli, suggestiva al piano, all’interiorità di The Look In Your Eyes di Enrico Pieranunzi e di Un altro se stesso di Paolo Fresu, entrambi con le liriche della Romano. Obbligatorio citare anche il batterista, l’americano Jeff Ballard, uno che ha affiancato Chick Corea, Pat Metheny e Brad Mehldau, per dire.

Gaia Mattiuzzi

Gaia Mattiuzzi
Inner Core (Aut)
Voto: 8/9

Inganna fin dall’inizio l’album della cantante emiliana: ogni volta che imbocca una via, subito se ne discosta, cambia direzione, decolla, si abbatte, senza dare appigli, solo distribuendo idee e immagini. L’iniziale Calyx dei Soft Machine (tratto da 5, album di cui quest’anno ricorre il cinquantennale dalla pubblicazione) ha un feeling jazz raffinatissimo e delicato, su cui i vocalizzi aleggiano come libellule in un lento crescendo. Il successivo The Way Of Memories vede invece il canto recuperare inflessioni da songbook di Kurt Weill, in quasi totale contrasto con il successivo distendersi della musica in un free jazz poderoso e variegato, per poi tornare al clima iniziale, con la ripresa del canto. Il brano è il primo dei quattro con i testi dell’irlandese James Joyce, tratti dalla raccolta di poesie Chamber Music.
Del pianista Alessandro Lanzoni, l’ex-enfant prodige fiorentino che conferma qui tutte le sue doti, il successivo About The End Of Love, che parte con un fascinoso interplay tra piano e contrabbasso (nelle capaci mani di Gabriele Evangelista) e scivola poi verso il drammatico con i versi joyciani, cui la voce da soprano della Nostra – ha affrontato anche proposte di musica classica, soprattutto di ambito novecentesco e barocco – offre un corpo dai colori tenebrosi. Con From Dewy Dreams, firmata dal bassista e ancora da Joyce, inizia il confronto diretto con la vocalità contemporanea, con un free senza abbagli e la nitida lezione monkiana (intesa di Meredith Monk).
L’elettronica irrompe decisa con il sintetizzatore dell’austriaco Elias Stemeseder che si confronta con il tenore volteggiante del tedesco Philipp Gropper, entrambi luminari del contemporary jazz più allucinato, per dare alla The Last Flower In My Hair firmata da Gaia una forza dirompente, fintamente sperimentale ma sempre sull’orlo del baratro. Ancora elettronica (stavolta opera di Alfonso Santimone, che ha anche scritto il brano) per la bivalente Riding A Photon, metà incubo sintetico, metà vocalese al top, mentre la conclusiva Winds Of May (0517_05_re0417_03) vede la partecipazione di Grischa Lichtenberger ai computer e ancora di Gropper in un brano di un’indolenza patologica, in cui gli strati sonori, tra contemporanea, free e angoscia, si tagliano come lame affilate da un arrotino incapace. Eccellente infine, tra tuoni e cesello, anche il lavoro del drummer Enrico Morello.

Francesco Bruno Quartet con Silvia Lorenzo

Francesco Bruno feat. Silvia Lorenzo
Onirotree (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9

«Questo progetto parla di amore e di radici, perché se non conosciamo noi stessi non riusciremo mai ad amare», dice l’attrice, danzatrice e cantante Silvia Lorenzo, che ha ideato questo progetto, proponendo una serie di brani tradizionali al chitarrista e compositore, attivo sulla scena jazz romana ormai da quasi mezzo secolo. Francesco Bruno, che firma con questo il suo dodicesimo album da leader (comprendendo il live Huacapù Tour e il progetto Il lungo viaggio di Tiziano Terzani), ha preso nove di quelle “radici” e le ha rielaborate in chiave jazz, arricchendole di nuovi capitoli e di contenuti vibranti, fino a farle diventare tutte delle minisuite.
Dalle tradizioni greca, sefardita, luso-brasiliana, italiana, occitana, Bruno ha catturato gli spunti, le cellule sonore, le linee melodico-ritmiche, ma soprattutto l’emozione e l’insegnamento, per sviluppare un crossover perfettamente riuscito, grazie alle armonie, alle sonorità e ai brevi solo di un jazz elegante, mai invasivo, attualissimo, con Pat Metheny indubbio nume tutelare. La voce nitida di Lorenzo, che poco o nulla ha del vocalese o del canto più propriamente jazz, riesce a riportare ogni volta le linee dei brani verso le sue origini world in una sorta di rilancio continuo tra piani lirici che si intersecano, di emotività che parte da testi dedicati quasi sempre all’amore per riverberarsi in percorsi inusuali (vedi la toscana Cade l’uliva che diventa la latineggiante Like The Waves) quanto “innamorati” e veri, punteggiati da un chitarrista di livello mondiale e da una sezione ritmica (il contrabbassista Andrea Colella e il batterista Marco Rovinelli) che sa essere stimolante senza voler mai prendersi il proscenio.
Bruno, che ricordiamo in questa ottica come compositore per la prima Teresa De Sio, aggiunge come decima track la sua “Violeta”, che aveva dedicato alcuni anni fa alla grande cantante cilena Violeta Parra, con il nuovissimo testo del poeta Fabio Simonelli.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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