Detesto i recensori che con il pretesto di lodare un disco e chi l’ha realizzato denigrano altri dischi e chi li ha realizzati. Allo stesso modo detesto chi per parlare di un disco si affida a riferimenti consolidati e immutabili, cliché di comportamento e di scelte entro cui inquadrare i lavori che analizzano. Mi sembra un modo capzioso e nemmeno troppo onesto di esercitare un mestiere che dovrebbe esigere una certa integrità. Eppure, ogni tanto…

©Elisabetta Fernanda Cartiere
Igor Caiazza
People (Alfa Music/ Egea)
Voto: 7/8
I musicisti classici che propongono album di jazz mi ricordano sempre i coristi del pop: sono troppo bravi perché hanno assimilato appieno il compito di essere “strumenti” in un sottofondo sempre e comunque privo di difetti. Per dire, un Ramazzotti con il suo birignao sarebbe stato scartato al primo provino da corista, e così più o meno per tutti gli altri big, perché il più delle volte sono i “difetti” a definirne la personalità, la “diversità”, l’“unicità”.
Gli 11 brani che il batterista classico Igor Caiazza (in curriculum impegni all’Opéra di Parigi, alla Scala, con la Wiener Symphoniker, la Philharmonia di Londra, sotto la direzione di Riccardo Muti, Claudio Abbado, Pierre Boulez, Lorin Maazel…) compone e arrangia
per questo suo secondo album jazz sono impeccabili e ricchi, ispirati alla gente, «a quanto la presenza o assenza di un essere umano condizioni la vita di ognuno di noi», e propongono un soffuso mainstream elegante e raffinato. Variano da Un samba immaginario a Roundtrip con i vocalizzi scat di Emilia Zamuner, dai top lot New Points Of View e Genova alla notturna chiusa de Il mare di Napoli, per una volta poco o nulla mediterraneo, partendo da un omaggio alla classica nell’iniziale Ouverture di Natale, dove aleggia Tchaikovsky. Soprattutto non hanno difetti, scorrono accurati nell’esposizione e meticolosi nella costruzione, con dei ritmi propulsivi senza mai eccedere e dei solisti, il fiatista Nico Gori e il pianista Claudio Filippini, scrupolosi e convincenti.
Direte «e dunque qual è il problema?» Il problema è che non c’è problema, tutto scorre piacevolissimo e lirico, senza sbavature e senza macchie, senza imperfezioni e senza difetti. E noi rimaniamo come in un eterno limbo, in un’attesa disattesa, in un bagno amniotico, che ci culla, ci compiace, ci anestetizza. Non disturba, non disattende, non scuote… anche se, a pensarci bene, forse oggi è giusto così.

Sea Connection Trio
Aqua (Alfa Projects)
Voto: 7/8
I musicisti che debuttano sulla lunga distanza di un album di solito cercano di infilarci ogni tipo di idee e di proposte che sono riusciti a elaborare e frequentare durante gli anni della loro formazione. Per questo il più delle volte, anche in ambito jazzistico, le “opere prime” sono un affastellamento di spunti che si organizzano con difficoltà, ma che sanno divagare, asserire, rincorrere, volare, che colgono mille bersagli senza arrivare al punto, che sono caleidoscopi digeribili come sorsate ghiacciate.
Il Sea Connection Trio, che da subito diventa un quartetto con il coltraniano Nicola Caminiti al sassofono in tutti i brani, debutta con questo Aqua senza seguire il cliché di cui sopra. Il suo jazz è raffinato ed equilibrato, frutto di attente riflessioni espressive, che
ne convogliano le scelte verso diversi territori melodico-ritmici, tra contemporary e hard-bop, ma soprattutto in un neo cool attuale e sintetico, tutti attraversati con passo pensoso e impegnato, con una continuità fluida e cristallina tra i diversi brani, con un’essenzialità compiuta. Verrebbe da dire con saggezza se i quattro siciliani non fossero così giovani. Il convincente pianismo di Claudio Palana è la spina dorsale del progetto, cui i ritmi Tommaso Pugliese e Federico Saccà offrono trampolini sfiziosi e sorridenti, flessibili tavole a un metro dall’acqua mai piattaforme troppo elevate, da cui lanciano le loro evoluzioni anche l’alto e il soprano dell’ospite.
Dieci i brani, quattro ciascuno firmati da Palana e da Saccà, uno di Caminiti e la sorpresa conclusiva di Ceneride (Sootopolis City), soundtrack del giapponese Go Ichinose per il videogioco dei Pokémon, che assume il ruolo di intensa conclusione emozionante e lirica. Da segnalare anche il vitalismo di Resolution Of An Enigma, la ritmicità di Moon Waltz, l’appeal notturno di Ora vediamo e l’esuberanza di Magical Landscape. Tutto scorre quadrato, giudizioso, maturo… e, a pensarci bene, anche per dei debuttanti, forse oggi è giusto così.

Francesco Negro Trio
Sospese visioni (Dodicilune/IRD)
Voto: 8
I musicisti che propongono le proprie “visioni” da leader di piccoli ensemble e giungono a registrare una manciata di album hanno una sorta di obbligo espressivo: devono trovare un loro percorso, una definizione vieppiù chiara della loro identità musicale. Non possono esimersi, non possono “divagare”, non possono saltabeccare pur fra proposte di qualità. Devono aver ormai raggiunto un focus personale e di livello.
Il pugliese Francesco Negro, pianista 36enne di formazione classica e jazz, dopo aver debuttato nel 2007 con il Quartetto Photinx, ha realizzato finora sei cd a suo nome, più uno dedicato interamente all’opera pianistica del compositore contemporaneo Giancarlo Simonacci. Questo suo ultimo esito, il terzo in trio, è il segno di una
maturazione esponenziale dei componenti, a cominciare dai fedeli ritmi Ermanno Baron, batterista duttile e propositivo, e Igor Legari, contrabbassista prezioso e pieno di idee, che costituiscono un riferimento stabile, cui il leader lega i propri discorsi come un tuffatore di bungee jumping si affida ai suoi elastici.
Negro è un assimilatore seriale. Nel suo pianismo si ascoltano echi di diverse generazioni di jazzisti, in primis diremmo John Taylor e Bud Powell, ma non più di tanto perché le influenze sono distillate in un flusso sempre sospeso, sempre limpido, sempre pensoso. Dall’iniziale Rifugio nel tempo, che muove su terreni scivolosissimi con i ramponi della lungimiranza e dell’afflato modernista e percussivo, fino all’omaggio conclusivo a Carla Bley (e, perché no, all’attrice inglese di noir) Ida Lupino, scuro e nitido, il racconto del trio è una recita a soggetto ricca di personalità e di talento. La scelta è quella di alternare il pathos e l’emozione della title-track a voli di fantasia improvvisativa (Frammenti IV), di carpire la vitalità intrinseca de Il sognatore e la contemporaneità di Frammenti V, di lasciarsi cullare dall’introspezione poetica di Risonanze e di confrontarsi con la poliedricità jazz Lungo il sentiero dell’est. Sempre con una visione, con un’idea, con un voler esprimere un progetto. Oggi, come sempre, è giusto così.







































