In tanti si suona meglio, verrebbe da dire ascoltando questi ensemble corposi e dalla convincente pienezza espressiva. Sia quelli giovanili dediti al jazz orchestrale più ortodosso oppure alla commistione con la musica classica di Nicolò Paganini, sia quelli più navigati, che si muovono fra emozioni latine e suggestioni contemporanee, offrono una idea di jazz capace di oltrepassare confini, pregiudizi, chiusure. Buon ascolto.

Marco Postacchini Big Band
One Finger Snap (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9
L’impatto è subito impressionante per forza, costruzione, decisione, con la title-track firmata da Herbie Hancock che diventa una corazzata Potëmkin che spara le sue bordate contro il palazzo dove sono asserragliate le realtà ordinarie del jazz contemporaneo. I quattordici fiati che sostengono il sassofonista e flautista leader offrono un corpus espositivo senza falle, cui il quintetto dei tre ritmi con chitarra e piano dà una propulsione da Formula Uno. Marco Postacchini si concede uno solo (nella solida Eiderdown di Steve Swallow, rifatta in maniera diversa, ma altrettanto convincente, dalla versione orchestrale data dallo stesso autore nel 2008 con la Bohuslan Big Band) dei continui assolo di cui è
punteggiata tutta la partitura dell’albo, segno dell’attenzione che il leader dà all’equilibrio e alla compenetrazione tra i contributi. Del resto aveva già dimostrato la sua visione complessiva della proposta musicale con i tre cd del suo ottetto (Lazy Saturday, Do You Agree e Old Stuff, New Box), percorso di cui questo lavoro rappresenta una sorta di culmine espressivo.
Due i brani originali, perfettamente inseriti nello scorrere del disco e ricchi di colori, in piena osservanza della lezione delle grandi big band jazz e con un finale orgogliosamente avverso al suo stesso titolo Smooth Funk, già di suo una contraddizione di termini. Poi raffinate le cover dei pezzi brasiliani di Tom Jobim, entrambi con la voce di Chiara Pancaldi, il suadente Insensatez (perfetto il solo al trombone di Massimo Morganti) e il vibrante Chega De Saudade, e la Aqui Oh! di Toninho Horta, vestita con un abito di sartoria top. Dal sapore bossa anche la Recordame, standard famosissimo che Joe Henderson scrisse a soli 15 anni, mentre l’ensemble e in particolare i solisti Samuele Garofoli alla tromba e Mauro De Federicis alla chitarra aiutano alla grande il cantante Joe Pisto nel confronto “impossibile” con il re Nat King Cole, nell’eccellente Nature Boy, scritta nel 1948 per il film del grande Joseph Losey Il ragazzo dai capelli verdi. Non si può non concordare con il chitarrista e direttore d’orchestra Roberto Spadoni che annota: «un sound impressionante per impatto, precisione, articolazione dei fraseggi, leggero e trasparente nei momenti più calmi, impetuoso ed esplosivo nei climax orchestrali».

Young Jazz Orchestra Campana
All Of Us (Alfa Music/Egea)
Voto: 7/8
Matteo Franza è un concertista classico di tromba e ha suonato con una miriade di jazzisti (da Paolo Fresu a Randy Weston, dall’AEOC a Joe Lovano, pescando nel mazzo) e non (i Bennato, Matthew Herbert, Peppe Barra e così via), oltre a essere docente al Conservatorio. Soprattutto Franza è un signor arrangiatore per orchestra, allievo di Bruno Tommaso e di Gunter Buchwald, come mostra da una ventina d’anni con la Argo Big Band, ma soprattutto come si ascolta in questo disco d’esordio della “sua” orchestra giovanile di musicisti provenienti dai conservatori campani.
Attiva dal 2016, pur tra varie difficoltà, giunge finalmente al primo album, che offre un riferimento solido delle doti degli strumentisti
e delle loro interessanti prospettive. Un repertorio di standard e di evergreen, che pesca soprattutto dai maestri Duke Ellington – il riferimento principe, di cui sono offerti ben quattro brani, tra cui la divertente e scanzonata Perdido, dove brilla la voce della cantante Simona De Rosa – e Count Basie – che viene omaggiato con Shiny Stockings, Basie Straight Ahead del periodo fine sixties con Sammy Nestico e la sempre emozionante April In Paris -, cui si aggiunge la title-track del 1931, dove Franza lascia il solo di tromba al convincente Gennaro Ferraro.
Tutti brani che, oltre a quelle dei due massimi giganti del jazz orchestrale, hanno avuto millanta versioni. Queste piacciono per l’attenzione agli insieme e per il colore generale della formazione, molto “ortodosso”, che vede un grande schieramento di ottoni e di sassofoni, supportato da una scattante sezione ritmica. Per il maestro Franza questo cd rappresenta “la prima tappa di un itinerario che attraverso ricerche e sperimentazioni porterà a nuove espressività scaturite da entusiasmo, energia e voglia di mettersi in gioco”, doti che appaiono fresche e vive già qui.

Andrea Ruggeri Ensemble
Musiche invisibili (Da Vinci Jazz)
Voto: 8
L’ensemble del batterista sardo, da tempo attivo nel Veneto, è una vera e propria piccola orchestra di 13 elementi provenienti da varie regioni d’Italia. Sono insieme, con diverse vicissitudini, dal 2014, ma debuttano su disco solo oggi con questo progetto ispirato al romanzo di Italo Calvino Le città invisibili, che nel 2022 festeggiava i cinquant’anni dalla pubblicazione senza perdere poco o nulla del suo fascino di riflessione futurista sul ruolo delle megalopoli moderne (riprendendo anche le peregrinazioni di Marco Polo e del suo Milione in chiave contemporanea).
Al suo primo lavoro da titolare dopo oltre 30 cd da sideman, i concerti in giro per il mondo e le numerose collaborazioni
prestigiose – lo coinvolgono tuttora il Gramelot Ensemble di Simone Guiducci, il progetto Rituali di Stefano Battaglia e il Fu-Ni di Paul Roth -, Ruggeri propone una rivisitazione con l’idea di «riuscire a scolpire la massa sonora, nel tentativo di dare una forma al suono anche mediante i silenzi, i cambi metrici, gli allontanamenti dalla linearità, le sottrazioni». I sette brani rimandano fin dal titolo ad altrettante città scaturite dalla fantasia calviniana e le disegnano con dovizia di particolari e con un’attenzione pregiata alle combinazioni tra blocchi sonori, tra strumentazione acustica e panneggi delle elettroniche, tra contributi e frammenti sparsi provenienti da altri generi, il rock, la world, soprattutto la contemporanea.
Convincente tutto l’ensemble, a cominciare dal canto prezioso di Elsa Martin che vocalizza particelle del romanzo e continuare con i vari Oscar Del Barba al piano, Francesco Saiu alle chitarre, Francesco Ganassin ai clarinetti e tutti gli altri, intenti sempre a intrecciare combinazioni timbriche e strumentali non semplici, a compattare briciole sparse in una luminosa traiettoria di invenzioni, a seguire la partitura lungo percorsi obliqui e insidiosi, stridenti e inusuali, sempre forieri di soddisfazioni espressive. A metà tra racconto esperienziale e opera d’attualità, Musiche invisibili possiede l’unicità di un sogno libero, verrebbe da dire free in riferimento a certo jazz di Ornette Coleman se non fosse tutto rigorosamente scritto, in movimento tra memoria e desiderio.

Roberto Molinelli – Ettore Pellegrino – Trio Nosso Brasil – Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese
Paganini in jazz (Alfa Music Classical/Egea)
Voto: 8
Rifare “in jazz” movimenti, suite, persino opere appartenenti al repertorio della classica è operazione artistica da tempo abbondantemente sdoganata nell’ambito della musica afroamericana. Citiamo tra i migliori esiti le improvvisazioni di Django Reinhardt e Stephane Grappelli sul Concerto in re minore di Johann Sebastian Bach, la Sinfonia n. 5 di Gustav Mahler rivista da Uri Caine e le Suites no. 1 & 2 del Peer Gynt di Edvard Grieg nella versione del Duca Ellington, ma è un mare magnum non di rado infido e banale, quello del classical jazz.
Il direttore Roberto Molinelli parte subito da una scelta non scontata, un’idea semplice quanto l’“uovo di Colombo” eppure mai praticata: affiancare la versione classica con un’orchestra sinfonica completa a quella jazz, per la quale sceglie anche un trio di
bossanova da affiancare al solista, il lussureggiante Ettore Pellegrino, a suo agio in entrambi i panni, cosa nient’affatto facile, considerato chi è il prescelto di questa riproposta: il “violinista del diavolo” Nicolò Paganini. Poco frequentato dai jazzisti, ricordiamo solo il pianista turco Fazil Say e il clarinettista fusion Eddie Daniels (la violinista Regina Carter incise Paganini: After A Dream con il Cannone di Guarneri, lo strumento usato dal maestro genovese, ma senza inserire sue piece), trova qui una lettura efficace e contemporanea. La scelta di Molinelli di immaginare armonie del tutto diverse dagli originali per collocarli in ambiti sonori inusuali, soprattutto latini, samba, choro, afoxé, tango, funziona alla grande.
Le due suite, realizzate assemblando versioni classiche e jazz di alcuni dei 24 Capricci, cui si sommano ponti calmi e/o appassionati con la sola orchestra, e la conclusiva Swingin’ 24 senza solista scorrono non solo come un manifesto sulla contemporaneità della musica barocca bensì soprattutto come un brillante mix di situazioni sonore e di invenzioni, di esecuzioni – Pellegrino è concertista di fama internazionale – e di improvvisazioni – tipiche del barocco e di Paganini stesso, che, notoriamente, “non ripeteva” – che ti prende con l’Introduzione e non ti lascia fino alla fine.







































