Empire of Light
di Sam Mendes
con Olivia Colman, Micheal Ward (II), Colin Firth, Tanya Moodie, Hannah Onslow, Crystal Clarke
Margate, costa inglese del sud, 1981, era Thatcher. Il direttore del maestoso e cadente cinema Empire (Firth) ogni tanto chiama in ufficio la vicedirettrice (Colman), in realtà ripiegata a vendere popcorn, e chiede prestazioni sessuali un po’ tristi. Lei i film non li guarda mai. Il cinema programma i Blues Brothers e All That Jazz ma presto arriverà Momenti di gloria e l’Empire è stato scelto per un rilancio, un’occasione di mondanità un po’ provinciale. Il clima psichico è grigio come quello atmosferico, fuori impazza la recessione e il razzismo, gli skinheads picchiano i ragazzi di colore. La sala, i suoi riti, i suoi film sono una barriera di protezione da un mondo triste. Il ragazzo nero Weard viene assunto e la Colman se ne innamora. Potrebbe essere sua madre, diviene la sua amante, ha alle spalle una storia devastante di problemi mentali e finalmente si accende di passione. La tempesta razzista si abbatterà sul cinema e sul ragazzo, ma la vicedirettrice triste forse troverà un equilibrio. Immaginate come. Nell’ultimo film il Peter Sellers di Oltre il giardino cammina sull’acqua di un laghetto e ci pianta l’ombrello. Empire of Light è stato definito una lettera d’amore al cinema, e sembra una valutazione dovuta, soprattutto per via della performance di Olivia Colman, secca e struggente. Ma l’insieme della storia suona déjà-vu.







































