Benedetta
di Paul Verhoeven
con Virginie Efira, Charlotte Rampling, Daphne Patakia, Lambert Wilson, Olivier Rabourdin
Italia della Controriforma, inizio 600: Benedetta Carlini entra in convento a 9 anni e appena prega la Madonna la statua della Vergine si stacca dal muro e la schiaccia. Ma le porge anche il seno. C’è già tutto quello che verrà, alla maniera di Verhoeven, per eccesso: la visionarietà e il lesbismo. Il protofemminismo? Forse. La fede? Chissà. Il fumetto? Anche. L’ironia? Sicuro. Come in tutti i film di Verhoeven accanto alla carne (il sesso) c’è il sangue (la violenza) e c’è quella sua strana capacità di arrestarsi un attimo prima del kitsch per lasciare il dubbio. Come in Basic Instinct e in Elle. Chi è colpevole e chi innocente? La vera Benedetta Carlini era una mistica la cui storia è stata affrontata da uno studio di Judith C. Brown, Atti impuri, e da un testo di Rosemary Rowe: Benedetta Carlini, una suora lesbica nell’Italia rinascimentale. Il film di Verhoeven sembra a metà strada tra I diavoli di Ken Russell e i post-Decameroni degli anni settanta. Siamo comunque in epoca di pestilenze, si evoca un vescovo milanese, in teoria Federico Borromeo sta per affrontare la peste di Milano dei Promessi sposi. Il nodo della vita conventuale di Benedetta è che ha visioni di Cristo erotiche (un Cristo vendicatore, violento, guerriero, amante) mentre ha tensioni erotiche con una consorella e forme di ossessione in cui parla con voce non sua (Cristo?). Poi arriveranno sanguinamenti e stimmate. Vere? Procurate? Quando pensi che Verhoeven voglia fare erotismo a buon mercato con corpi di suore nude, ecco che si instilla il dubbio che misticismo ed erotismo si tirino la corsa perché non è ancora nata la psicoanalisi. Ma la scena successiva può portarti a pensare che Benedetta scherzi col fuoco (del rogo, per blasfemia) e che Verhoeven giochi a rimpiattino con lo spettatore senza mai farsi afferrare. Irritante, divertente.







































