Celebrare Wayne Shorter in poche parole, magari citando alcune sue incisioni memorabili, è opera quanto mai ardua. Troppi sono i brani, i singoli momenti, che ha impreziosito, arricchito, abbellito, con la voce del suo sax. Maestro riconosciuto del sax tenore e in particolare del soprano, che grazie a lui è divenuto uno strumento popolare e appendice di ogni tenorista che si rispetti, compositore raffinato e geniale, in grado di miscelare culture differenti grazie a un gusto e un’eleganza davvero rare, è una delle figure-chiave, fondamentali e imprescindibili del jazz del dopoguerra.
Compositore visionario, sassofonista sommo, artista figurativo, devoto buddista, Wayne Shorter è morto il 2 marzo, all’età di 89 anni, nella sua casa di Los Angeles, circondato dalla famiglia. Instancabile sperimentatore mosso da inesauribile curiosità, aveva vinto il suo tredicesimo premio Grammy a febbraio per il “miglior assolo improvvisato”, insieme a Leo Genovese con Endangered Species, tratto dall’album Live At The Detroit Jazz Festival degli stessi due musicisti con Terry Lyne Carrington ed Esperanza Spalding. Con quest’ultima aveva realizzato uno dei grandi progetti degli ultimi anni, l’opera Iphigenia, che nel 2020 riscosse un ampio successo di critica, subito dopo il suo ultimo capolavoro discografico, il triplo cd (con allegata una graphic novel di 74 pagine che del progetto era parte) Emanon del 2018, anch’esso premiato con il Grammy.Nato il 25 agosto 1933 a Newark, nel New Jersey, Shorter ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica per più di 60 anni. Dagli esordi nella big band di Maynard Ferguson all’esplosione del suo talento grazie ad Art Blakey, il primo che ne intravide il genio e le potenzialità, ha sempre avuto un’ascesa costante e continua. Sostituire Benny Golson in seno a quella “università del jazz” che sono sempre stati i Jazz Messengers di Blakey non dev’essere stato facile. Eppure il precoce sassofonista tenore di 26 anni consolidò un gruppo già di statura colossale, contribuendo con le sue improvvisazioni visionarie e con composizioni come Lester Left Town, Children Of The Night e Free For All.
Sempre in anticipo sui tempi non poteva non essere chiamato da uno scopritore di talenti puri come Miles Davis, che lo volle nel mitico quintetto dei “ giovani leoni”, di cui fece parte accanto a Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. Siamo allo zenith della perfezione jazzistica, dell’empatia tra i musicisti, della musicianship, che Wayne sa esaltare con brani entrati di diritto nella storia del grande jazz, come Sanctuary, E.S.P. e Footprints, durante un percorso dal jazz acustico di stampo modale al jazz-rock, all’elettrico.
È la ricerca di nuove sonorità e nuove avventure musicali che lo porta a creare nel 1971, insieme al mitteleuropeo Joe Zawinul, autentico alter ego e compagno insostituibile per quasi vent’anni di grandissima musica, quella creatura perfetta, affascinante, irripetibile, che furono i Weather Report. La loro continua, sofferta, intrigante evoluzione, che parte dal proto jazz-rock elettrico, in cui elementi acustici si fanno largo nel magma sonoro, e si svilupperà in millanta istanze creative, rappresenta una delle pagine fondamentali della musica del 900. Emulare il “bollettino meteorologico” e la loro magia, quella perfetta miscela di cerebrale e dionisiaco, di terreno e di celestiale, di razionale e di istintivo, diventò un’ossessione per molti, senza che riuscissero a superare i confini di una fusion di buon livello. Brani come Mysterious Traveller, Lusitanos, Elegant People e così via sono diventati standard senza tempo.
Nel frattempo e poi definitivamente, dopo lo scioglimento del 1986, il sassofonista si dedicò alla produzione solistica (primo lavoro Introducing Wayne Shorter del lontano 1959), che ne segue e ne approfondisce le tracce sonore, tenendo il timone solitamente più dritto verso un jazz che lo ha portato dal be-bop fino alla free improvisation così come alle incisioni con il supporto di una grande orchestra e che lo ha visto scoprire una serie di nuovi talenti, soprattutto femminili. Capolavori riconosciuti sono gli album Night Dreamer (1964), Super Nova (1969), High Life (1995), Alegría (2003) e Beyond The Sound Barrier (2005, dal vivo). Da segnalare anche le collaborazioni extra jazzistiche, tutte di grande prestigio e di assoluta originalità, con Milton Nascimento, Steely Dan e Joni Mitchell.Sassofonista di formazione coltraniana, sviluppa uno stile personalissimo che segue la via di creazioni plurivocali, in cui l’assolo e l’accompagnamento vogliono sviluppare linee autonome di struggente lirismo e di forza discorsiva, di fascino interiore e di ricercata modernità, pur senza dimenticare la loro interdipendenza. La straripante personalità e il genio compositivo (e anche di organizzatore sonoro) di Shorter gli hanno permesso fino all’ultimo di creare musica di bellezza esagerata, di emozionarsi suonando con compagni alla sua altezza e di coinvolgere sempre il pubblico.
Spirito gentile, appassionato di fantascienza e cartoni animati, «il maestro Wayne Shorter era il nostro eroe, guru e bellissimo amico», ha detto il grande produttore e presidente della sua storica etichetta, la Blue Note, Don Was. «La sua musica possedeva uno spirito che sembrava provenire da molto molto lontano (e oltre…) e ha reso questo mondo un posto migliore. Allo stesso modo, il suo calore e la sua saggezza hanno reso più ricca la vita di tutti coloro che lo conoscevano. Per fortuna, il lavoro che ha lasciato rimarrà con noi per sempre.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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