Diceva in un’intervista di 15 anni fa, quando per la prima volta inserì nell’album Cantando del suo nuovo trio un brano di un compositore contemporaneo, Alban Berg: «l’ho voluto includere in repertorio perché rappresentava una sfida, un tentativo di scalata dell’Himalaya; una musica difficile e complessa, che però può rappresentare un punto da cui partire per personali esplorazioni e reinterpretazioni.»
Oggi lo svedese Bobo Stenson, esempio per intere generazioni di pianisti, uno dei simboli del jazz scandinavo, dopo oltre mezzo secolo di carriera ad altissimo livello, dopo aver incantato il mondo con uno straordinario quartetto con Jan Garbarek, Palle Danielsson e Jon Christensen, dopo aver collaborato con Don Cherry, Charles Lloyd, Tomasz Stanko, è ancora in grado di esplorare e reinterpretare, di recitare una parte da protagonista, di sorprendere e meravigliare. E lo fa affidandosi proprio a compositori contemporanei (e, va detto, al suo fido contrabbassista Anders Jormin, che è da tempo il vero deus-ex-machina dell’attività del Bobo Stenson Trio), che ripropone con un tocco raffinato e rispettoso, carico di emotività e insieme quasi liberato dal peso della narrazione in prima persona, sobrio come sempre, eppure con una vis comunicativa che non opera solo per sottrazione, ma che sa distribuire, seminare, infondere.
Sphere, il quarto album con la formazione Stenson-Jormin-Fält (il batterista Jon Fält è un altro talento di tutto rispetto, modernissimo nell’esposizione che tende sempre ad aprire prospettive ai solisti, a suggerire, a insinuare), arriva a cinque anni dal precedente Contra La Indecision, di cui segue il tracciato rivolgendosi però a compositori esclusivamente scandinavi. Apre e chiude il lavoro You Shall Plant A Tree del danese Per Norgård, il più importante del suo Paese dai tempi di Carl Nielsen e capace di offrire un determinante contributo – con opere, sinfonie, concerti – alla musica contemporanea europea. Le versioni sono diverse ed entrambe sublimi (anche se la prima scivola verso un fremere e stridii quasi di protesta contro l’inquinamento del pianeta per poi tornare alla quiete iniziale) a dimostrazione del modo di esprimersi del trio: «Non abbiamo un modo di suonare ready-made», ama spiegare Stenson. «Le cose si cristallizzano nel momento e ci adeguiamo. E questa è la quintessenza. Questa è la gioia di suonare insieme, di non fare mai la stessa cosa due volte e di essere determinati al riguardo.»
Due i brani dello svedese Sven-Erik Bäck, esemplare compositore di musica da camera e non solo, dai titoli esplicativi: Spring e Communion Psalm. Il trio li propone in maniera estremamente lirica, con la sua estetica incentrata sulla riduzione, la concentrazione e la comunicazione, in un dialogare alla pari tra interlocutori dalle idee chiare e il pensiero forte. The Red Flower di Jung-Hee Woo (il meno noto del mazzo) è brano particolarmente amato da Jormin, che già lo proponeva da tempo con Thomas Markusson nel suo duo di contrabbassi. Una meditazione con i piedi per terra, che sviluppa una melodia densa quanto eterea. Segue Ky And Beautiful Madame Ky del norvegese Alfred Janson, noto per le sue composizioni a carattere politico, che qui viene proposto con un sostegno del contrabbasso evidente a un fluire del pianoforte che ha un che di divertito e superficiale. Il brano più inatteso del cd è però la Valsette Op. 40/1, un divertissement del compositore tardo romantico finlandese Jean Sibelius, che diventa un incedere di campanelli e piatti, di note sospese, di suggerimenti mai conchiusi.

Due track firmate da Jormin completano il ventaglio di questa “sfera”, che dispensa le lucentezze di un cristallo pregiato e le visioni incantatorie che il magnetismo personale di chi ascolta possono creare. La prima è in memoria dell’americano Charles Ives, uno dei primi americani a raggiungere la fama internazionale, e distilla una “risposta senza domanda” in tracce accennate di note disperse, in incroci timbrici e in frammentazioni ritmiche che ne fanno una sorta di percorso alle soglie di un free minimale. L’altra, Kingdom Of Coldness, è il brano paradigmatico del momento attuale del trio, con tutte le sue ricchezze espressive e le sfaccettate interazioni narrative, con un flusso melodico chiaro eppure ricco di sottigliezze inattese, con linee di saggezza sonora che, in contrappasso con il titolo, scivolano tiepide a metà tra contemplazione e crepuscolarismo.






































