Le miscele strumentali sono differenti, quasi complementari, per le tre giovani formazioni, delle quali stiamo presentando i nuovi cd: il primo per gli Yugen della pianista Katya Fiorentino, il secondo per il combo di Matteo Addabbo e il terzo per Luca Zennaro e i suoi compagni di strada. Si passa dal “classico” trio di piano della talentuosissima musicista pugliese all’organ trio del toscano dalla rodata carriera di sideman (con Avishai Cohen e Glenn Ferris, tra gli altri), fino a quello del lirico chitarrista veneto. Buon ascolto.

Luca Zennaro
Altera Limes (Caligola)
Voto: 8
Il giovane chitarrista veneto, proprio di Chioggia dove l’album è stato registrato dal vivo nella chiesa quattrocentesca (ma dall’interno barocco) di Santa Caterina, specifica molto bene le linee della sua poetica nelle pur brevi note di copertine. Sono quattro: a) «abilità nel sottendere il ritmo»; b) «rincorrersi di cellule tematiche»; c) «ambiguità armonica delle composizioni»; d) «acustica del luogo». Così il terzo album di Luca Zennaro – segue Javaskara del 2017 e When Nobody Is Listening del 2020 – si dipana a piccoli passi, ma con precisa determinazione, verso territori che appartengono all’“etica” ECM e ai vari Ralph Towner e Ferenc Snétberger, per fare due nomi.
Sorretto, verrebbe da dire ideologicamente, da due ritmi dalla punteggiatura obliqua come il contrabbassista Francesco Bordignon e il batterista inglese, ma da tempo in Italia, Phelan Burgoyne, Zennaro è un esploratore minuzioso e aperto, sempre alla ricerca di volani ariosi e/o interiori per far scivolare appieno le sue composizioni, non di rado semplici abbozzi per un’improvvisazione progressiva e collettiva. Il sound procede lirico e quasi ascetico, dalle dimensioni più vicine allo spirituale monkiano – non per nulla l’unica cover è firmata da Sphere: Let’s Cool One – che alla quotidianità discorsiva, dai fraseggi vibranti e cantabili sempre immersi in una narrazione dalle frasi dilatate e dai silenzi meditativi, dalle impennate accese ma velocissime, dal bordone sommesso che sempre riverbera l’ambiente in cui è stato creato. Una tela di ragno che riesce a non dare l’idea della fragilità e neppure quella della ricerca, bensì che approda in una sospensione sensibile, frammentata, intensa.

Yugen
Tears And Light (Dodicilune/Ird)
Voto: 9
La salentina Katya Fiorentino, poco dopo essersi laureata al Conservatorio Tito Schipa Jr. di Lecce in pianoforte e arrangiamento jazz, nel 2020 ha messo in piedi questa collaborazione con Stefano Compagnone al basso e Maurizio De Tommasi alla batteria, scegliendo un nome giapponese «che indica qualcosa di “leggermente” scuro e misterioso, come solo le ombre sanno essere». Già nota per il suo trio malesless, compie qui un quasi incredibile cambio di marcia, senza esagerazioni, senza funambolismi, persino quasi senza particolari, con otto brani di “lacrime e luce” che ricordano un po’, mutatis mutandis, la più bella scena di sesso della storia della letteratura. «La consueta fiamma gli s’apprese,/ E per l’ossa gli
corse e le midolle,/ E per le vene al core.» scrive Virgilio nell’Eneide per descrivere la reazione del dio Vulcano a un bacio della bellissima Venere. Tre versi senza tempo che racchiudono infinite sfumature e insieme un moto irrefrenabile.
Katya percorre la linea rossa che del jazz più intenso e contemporaneo – riferimento certo sono gli americani Bad Plus più degli abusati scandinavi – riesce a fare un volo verso l’ipnosi, verso l’emozione, verso la friabilità, verso l’illusione, verso l’astrazione, con il supporto fondamentale, va detto, dei due ritmi, spesso insieme fin dal progetto Eikasia del 2011, arrivati a una progressiva distillazione degli interventi, superfici riflettenti in cui le linee melodiche, i grumi ritmici ciclici, le sensazioni armoniche si specchiano con quel pizzico di vanità e miraggio che non guasta mai. Sempre alla ricerca dell’essenza tra colori più meno tenui (cui contribuiscono gli ospiti una tantum Valerio Daniele alla chitarra, Giorgio Distante alla tromba e Francesco Massaro alle elettroniche), melodie infinite e libertà “controllata”.

Matteo Addabbo Organ Trio
L’asino che vola (Dodicilune/Ird)
Voto: 7/8
Ascoltare il 46enne organista Matteo Addabbo fa venire in mente una massima di cui tutti dovremmo tenere conto: «sperare che il mondo ti tratti bene solo perché sei una brava persona è come sperare che uno squalo non ti attaccherà perché sei vegetariano». Non vogliamo dire con questo che siamo pronti a stroncare la seconda fatica dell’artista senese (lo faremmo per partito preso solo se fosse del Nicchio, la contrada avversa a quella di chi scrive, ma non ci è dato saperlo), che segna i dieci anni di attività del suo trio con Andrea Mucciarelli alla chitarra elettrica e Andrea Beninati alla batteria. Bugiardi nati, il loro precedente album del 2016, si rifaceva come modelli all’organista statunitense Larry Goldings e al soundtrack sound
italiano degli anni 60 (firmato da Piero Piccioni, Piero Umiliani e numerosi altri); questo L’asino che vola segue la medesima linea, aggiungendo una manciata di malinconia e di interiorità, un pizzico di Brazil (O la bossa o la vita) e una dedica al maestro con cui Matteo aveva studiato, Joey De Francesco, mancato improvvisamente lo scorso agosto a soli 51 anni (A scuola da Joe, con il supporto dei fiati old style di Stefano Negri e Cosimo Boni).
Se la modernizzazione del sound hard bop dei classici combo guidati da un solista di Hammond – in particolare il “Capitano” Jack McDuff e l’ultimo Larry Young – è solo una parte della ricerca di Addabbo (che culmina in Muccia’s Party), le altre sono più interiori ed emotive, più paesaggistiche ed evocative, dettate da una scrittura elaborata negli anni molto difficili del covid e delle sue conseguenze. Una “brava persona” il jazzista senese, tutta tesa a una poetica inclusiva e sensibile, che merita di essere trattato bene, ma…







































