Tre album da poco a disposizione degli appassionati dimostrano come il rapporto con la pur così diversificata corrente principale del jazz, il cosiddetto mainstream, riesca anche in Italia a produrre esempi di ottima musica. Personaggi sia di lungo corso, come il batterista Dario Cellamaro, innamorato di bebop e swing, giovani talenti alle prime esposizioni da solisti, come il quartetto Blue Moka, cultori di soul jazz e acid jazz, e musicisti polivalenti capaci di proporsi anche nell’ambito della contemporanea e delle soundtrack, come il pianista e compositore Ludovico Fulci, appassionato di contemporary jazz, ne sono i titolari.

Dario Cellamaro Swingsuite 5et

Dario Cellamaro Swingsuite 5et
Clark & Dizzy (Alfa Music/Egea)
Voto: 8/9

Jazz, jazz, fortissimamente jazz. Questa è la musica che tutti immediatamente identificano come jazz. Quello “classico”, “ortodosso”, “vero”, con qualunque virgolettato o no lo si voglia definire. Quello che tanto ha preso dallo swing e tanto dal bebop e tanto dalla divertita bravura degli interpreti e degli arrangiatori. Bravi e divertenti e sinceri e pieni di inventiva, come sono qui il batterista pugliese, da anni trasferitosi a Varese, e i suoi collaboratori, che sviluppano la loro quasi trentennale elaborazione di uno swing articolato e spumeggiante, lirico e coinvolgente.
Con gli storici partner Emilio Soana alla tromba (suggestivo nella lirica Michelle di Clark Terry) e Danilo Moccia al trombone come solisti principali – anche se Carlo Uboldi al piano non si tira certo indietro -, Cellamaro propone dal vivo 11 brani che ne mostrano l’amore per i due giganti del titolo: Clark Terry, con cui registrò i due album Manipulite e Second Time sul finire dei 90 e fece diverse apparizioni ai festival jazz di quegli anni, e Dizzy Gillespie, maestro indiscusso che incontrò solo una volta.
Tra la Tee-Pee Time di Terry, che apre il cd alla grande con una proposta quasi “orchestrale”, e la conclusiva Manteca di Gillespie, il 19esimo cd dello Swingsuite 5et allinea altri quattro brani dei due sommi trombettisti, equamente divisi: formidabili in particolare la resa della terriana Co-Op e il solo del leader nella gillespiana Tanga (Frelimo). Poi Mood Indigo, evergreen del Duca Ellington, e le cover di Kay Winding, Arturo Sandoval (una Funky Cha-Cha che farebbe sgambettare anche i bronzi di Riace) e Roy Hargrove dimostrano le qualità di arrangiatore di Cellamaro e il ventaglio espressivo dei suoi, aperto sulle pagine del jazz più vivace e brillante. Unico inedito la title-track, un omaggio esuberante, che mostra ancora come buon gusto, stile e soprattutto groove riescano sempre a uscire dalle proposte di questa formazione, completata dal dinamico bassista Antonio Cervellino.

Blue Moka ©Roberto Cifarelli

Blue Moka
Enjoy (RNC Music)
Voto: 7/8

Secondo album per il quartetto formato dal chitarrista Michele Bianchi (primus – per numero di composizioni – inter pares, già con Mario Biondi per diversi anni), il sassofonista Emiliano Vernizzi, l’organista Alberto Gurrisi e il batterista Michele Morari, dopo l’esordio eponimo di cinque anni fa in compagnia di Fabrizio Bosso. La loro combinazione di elementi e di temi presi da blues, funk, R&B, nu jazz newyorchese e acid jazz inglese continua la sua evoluzione positiva. Il titolo è programmatico: i Blue Moka vogliono divertire e divertirsi. E lo fanno scegliendo le strade di un soul jazz sfaccettato e immediato, pieno di influssi eppure spontaneo e spigliato, capace di attraversare con lo stesso spirito, un po’ superficiale un po’ bambinesco (detto nel senso positivo di “privo di sovrastrutture mentali che appesantiscono e ingarbugliano i discorsi”), territori multicolori.
Dopo una title-track dall’appiglio jazz soul anni 60, diretta e cantabile, con piacevoli divagazioni dell’Hammond solista di Gurrisi (ex del gruppo di Franco Cerri e richiestissimo sideman) e della chitarra, si passa a What Happened?, che, alla parola d’ordine “non ce n’è covid qui” risponde con una spinta groove forte e chiara, condotta dal sax di Vernizzi (la sua lunga carriera parla, tra l’altro, di Gianni Cazzola 6tet, Pericopes, Izzy and the Catastrophics, la partecipazione a oltre 50 album, compresi un paio di Ligabue, residenze a New York, concerti in mezzo mondo, docenze varie). Fill The Void ha un andamento più spaziale e indie con le punteggiature dell’organo e la vocalità interiore del sax e un finale in coinvolgente crescendo, la Teadrop dei Massive Attack è intrigante quasi come l’originale, con Vernizzi in gran spolvero, l’evergreen di George Gershwin A Foggy Day riporta al jazz più classico, con l’Hammond che suona alla maniera di Joey DeFrancesco e il sax a quella di Johnny Griffin.
Concludono il tragitto Homeland, emozionale e suadente, con il sax e la chitarra a cesellare su un tappeto attuale e lirico (suona quasi strano che i brani più dilatati e lenti siano firmati dal batterista Morari, altro accompagnatore molto ricercato sia in ambito jazz che pop), Lotus Night, che riporta al soul jazz rivisitato “acidamente” con piacevoli intrecci moderni e un bel solo di Gurrisi, e Touww, un omaggio – non sappiamo quanto voluto – ai Weather Report e al recentemente scomparso Wayne Shorter.

Ludovico Fulci

Ludovico Fulci
The Meaning Of You (Alfa Music)
Voto: 8/9

Si scrive Ludovico Fulci e verrebbe voglia di leggere Vittorio Cuculo, almeno come incoraggiamento. L’aver ingaggiato nel quintetto del suo ultimo album il giovane sassofonista, “nuovo astro astro nascente del jazz italiano” (parola di Bruno Biriaco, batterista di lungo corso, uno che se ne intende), è stata una scelta determinante del leader. Ogni volta che il soprano e l’alto entrano in pista, chiamati ad assolo pieni di contenuto oppure a disegnare linee melodiche suadenti e “vere”, il disco ha un sussulto, un po’ come avviene – sia detto per gli appassionati di trotto – quando si tolgono i tappi dalle orecchie dei cavalli da corsa.
Non che gli altri pard del musicista siciliano, da sempre a Roma, siano di minore caratura, anzi: Dario Rosciglione, bassista multiforme e presente, che sollecita e trascina, Pietro Iodice, batterista sempre vigile e propulsivo, e l’altro sassofonista, Tobias Relenberg al tenore, un esempio per il più giovane, con l’aggiunta di un pianista dall’andatura saltellante e inventiva – la cui passione per Chick Corea è avvertibile, ma è anche abbondantemente superata, grazie a una personalità costruttiva e poliedrica – come il leader, costituiscono di per sé un combo di tutto rispetto. Senza aggiungere la sensibilità e l’intelligenza dell’intervento di “sua jazzità” Franco Piana al flicorno nella strepitosa title-track.
Allievo e collaboratore principe di Ennio Morricone per quasi due decadi, compositore in proprio di colonne sonore e di musica contemporanea, nonché jazzista di caratura, Fulci raggiunge con questi 11 brani il suo top espressivo, che unisce cantabilità (Inconsistence), vivacità (Mister Montag, Sha-Ha), emozione (The Night And You) e lirismo (la conclusiva Somethin’ Between Me And Myself e la delicata How Deep Is The Sea, entrambe in piano trio), offrendo esempi di jazz attualissimo e corposo, sempre con un ricco feeling melodico. Un jazz contemporaneo e vivace, che fonde diversi filoni della musica afroamericana in un esito unitario, bello come il disegno sul fondale marino che traccia il maschio di pesce palla per conquistare la femmina più fascinosa.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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