Si è chiusa sabato sera, con la quarta data in 6 giorni, la “residency” di Roger Waters al Mediolanum Forum di Assago, che torna in Italia 5 anni dopo il tour Us+Them.
Il fondatore ed ex bassista dei Pink Floyd è sbarcato in Italia per portare il suo ultimo spettacolo, This Is Not a Drill (“questa non è un’esercitazione”), in quello che lui stesso ha definito il suo primo tour d’addio.
Sul palco insieme a Waters ci sono Jonathan Wilson (chitarre e voce), Dave Kilminster (chitarre), Jon Carin (tastiere, chitarre e voce), Gus Seyffert (basso e voce), Robert Walter (tastiere), Joey Waronker (batteria), Seamus Blake (sax), Shanay Johnson e Amanda Belair (cori).
Sarà davvero un addio oppure siamo di fronte all’escamotage più vecchio nel mondo della musica, ovvero annunciare il ritiro e poi puntualmente smentirsi?
Di sicuro di cose di cui parlare, Roger Waters (80 anni a settembre), ne ha ancora e di certo non le manda a dire. Ma non è certo colpa sua se nel mondo, dagli anni Sessanta che hanno visto esordire i Pink Floyd, ne sono successe di tutti i colori e l’umanità continua a ripetere, ostinatamente, gli stessi errori di allora.
La musica non come fine, ma come mezzo
La musica, per Waters, non è mai stata il fine ultimo, bensì il mezzo per esprimere le sue idee politiche, le sue nevrosi e, non da ultimo, le sue sofferenze. Perché il pubblico possa vivere appieno lo show, il palco è posizionato al centro ed è a forma di croce, con una enigmatica struttura nera al centro, sulla quale verranno proiettate le animazioni, che sono il veicolo principale dell’esperienza che Roger Waters propone al pubblico del Mediolanum Forum.
Perché si tratta di un’esperienza, non di un semplice concerto. Lo si capisce fin da quando, ancora prima che il concerto cominci, la voce di Roger viene diffusa dagli altoparlanti con l’ormai celebre annuncio pre-show: «in segno di rispetto verso le altre persone del pubblico vi invitiamo a spegnere i cellulari. E se sei uno di quelli che “amo i Pink Floyd, ma non sopporto le idee politiche di Roger Waters”, puoi tranquillamente andare a fanculo al bar ora».
Waters non ci chiede di essere d’accordo con lui, ma l’atteggiamento più sbagliato nell’approcciarsi a un concerto come questo è pensare che la musica sia più importante. La musica di Roger Waters è sempre stata politica, oggi come negli anni Settanta. Lui è sempre stato l’idealista, più che l’ideologo, dei Pink Floyd, e ancora oggi ci vuole dire quello in cui crede e per cui lotta.
L’inedita versione di Comfortably Numb, senza assoli
Un idealismo che, ai nostri giorni, rischia di spegnersi e di restare solo una luce bianca e anonima su uno smartphone: l’incipit con Comfortably Numb, a palco ancora semivuoto e con solo le videoproiezioni, è di raggelante bellezza.
Una canzone resa scarna, oscura, spettrale e priva di qualsiasi orpello virtuosistico (i maligni diranno “de-Gilmourizzata”): niente può distrarre dal messaggio di allarme che Waters lancia disperatamente. Alienazione, apatia, l’orrore di una società addormentata: un inizio da pugno nello stomaco che prelude a due ore e mezza di doloroso godimento.
E proprio questo tipo di arrangiamento, probabilmente, sarà la cifra stilistica della nuova versione di The Dark Side of the Moon a cui sta lavorando il bassista.
L’inizio, con l’omaggio a The Wall, continua con The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick in the Wall parte 2 e 3).
Un brivido corre lungo la schiena quando si passa al repertorio di Waters solista con The Powers That Be (da Radio K.A.O.S.) e le immagini filmate della violenza delle forze dell’ordine contro cittadini innocenti: scorrono i nomi delle vittime (tra cui George Floyd e Masha Amini), accompagnati dal “crimine” commesso (essere neri, donne, dissidenti, malati…). La punizione, per tutti uguale, è la morte.
Man mano che il concerto va avanti Roger continua la sua invettiva contro il volto violento del potere. Durante The Bravery of Being Out of Range i volti dei presidenti degli Stati Uniti d’America vengono accompagnati dalla scritta “criminali di guerra”. Da Ronald Reagan a George Bush, dal più popolare Barack Obama (che ha introdotto l’utilizzo dei droni per scopi militari) a Donald Trump fino a Joe Biden (“ha appena iniziato”), tutti vengono messi di fronte ai loro crimini e al costo, in termini di vite umane, delle loro crociate.
Il ricordo di Syd Barrett
Il concerto si fa più intimista con The Bar, scritta durante il lockdown: un luogo dove ci si può incontrare e parlare delle proprie idee, confrontarsi bevendo un drink.
Ma l’entusiasmo dei fan dei Pink Floyd esplode quando si entra in territorio Wish You Were Here. Con Have a Cigar, Wish You Were Here a Shine on You Crazy Diamond, dalla politica si passa al ricordo personale e artistico del “fantasma” che dal 1968 aleggia sui Pink Floyd, Syd Barrett.
Un ricordo garbato e intimo, che Waters affida alle fotografie (nota curiosa e certamente non casuale: in nessuna delle foto proiettate c’è David Gilmour, ma sono tutte riferite al periodo degli esordi della band). Ad accompagnare le foto e l’esecuzione delle canzoni, sul maxischermo, le parole di commento di Roger raccontano la storia dell’amicizia con Syd e la decisione dei due di formare una band.
Un belato di Waters introduce Sheep, con l’apparizione di un nuovo gonfiabile: una pecora che vola sopra le teste del pubblico, facendo il giro dell’arena, mentre scorrono immagini di pillole, Covid e invettive contro Big Pharma.
Il secondo tempo
Dopo l’intervallo il concerto torna a The Wall (In the Flesh, Run Like Hell) col consueto show di Waters nei panni del dittatore in cappotto nero, occhiali a goccia e fascia sul braccio con l’inconfondibile logo con i martelli incrociati. Non poteva mancare, ovviamente, il caro vecchio Algie, il maiale volante con i suoi occhi rossi e luminosi e la beffarda scritta “Fuck the poor” sul fianco.
I riferimenti alla politica attuale sono piuttosto espliciti durante Déjà Vu, dall’album del 2017 Is This the Life We Really Want?, che Waters canta indossando una kefiah.
Sullo schermo scorrono scritte come “fanculo al patriarcato”, “fanculo ai droni”, “fanculo all’antisemitismo”. Quest’ultima frase, in particolare, mette un punto alle polemiche verso il bassista, da sempre schierato per i diritti del popolo palestinese e contro la frangia sionista di Israele, ma decisamente lontano dall’essere antisemita.
Il lato B di Dark Side
Arriva poi, tutta di fila, l’esecuzione dell’intero lato B di The Dark Side of the Moon, che proprio poche settimane fa ha compiuto 50 anni.
Un maiale si rotola e balla nel denaro sul maxischermo durante Money. Volti di bambini palestinesi ci scrutano severamente durante Us and Them. Giochi di luce che fondono schermo e pubblico mandano in visibilio durante Any Colour You Like, Brain Damage ed Eclipse.
L’immagine del fascio di luce, all’interno di otto triangoli, che genera le altre sei fasce colorate e che, da semplice linea pulsante, si trasforma nei volti di centinaia di persone per poi fondersi nuovamente nei sette colori della copertina dell’album, è pura poesia.
È un’immagine dal simbolismo potentissimo: la musica che riesce a unire persone diverse che tornano a essere una cosa sola, grazie a un rito senza tempo e al battito del cuore che chiude l’album, che ci accomuna tutti.
Fino all’ultima nota
Il finale vero e proprio si apre con Two Suns in the Sunset, che ci ricorda come l’apocalisse nucleare che cantava nel 1983 in The Final Cut non è più così lontana, anzi.
Arrivano poi la ripresa di The Bar e la chiusura con Outside the Wall, che rappresentano il commiato dell’uomo al suo pubblico.
Questi ultimi brani sono caratterizzati da una connotazione più intimista: la band è raccolta intorno a Roger e prima di suonare tutti brindano col Mezcal. L’uscita dal palco ricalca quella già vista nel tour di The Wall: uno alla volta tutti i musicisti lasciano il palco, e le ultime note di Outside the Wall vengono suonate direttamente dal backstage.
Perché se finché c’è musica c’è speranza, e grazie alla musica riesci a veicolare i tuoi messaggi ed i tuoi ideali, vuoi che la musica continui anche fuori dal palco.
E finché in questo mondo abbiamo grandi idealisti, prima che grandi artisti, come Roger Waters, la musica non finirà mai.
I prossimi appuntamenti a Bologna
21 aprile – Bologna, Unipol Arena
28 aprile – Bologna, Unipol Arena
29 aprile – Bologna, Unipol Arena
I concerti sono ovviamente sold out, mentre su Fansale potreste riuscire a trovare qualche biglietto in vendita da parte di chi deve rinunciare.
Le foto del concerto di Roger Waters al Forum di Assago, sabato 1 aprile 2023, a cura di Riccardo Medana
La scaletta del concerto
Primo tempo
1. Comfortably Numb (2022 version)
2. The Happiest Days of Our Lives
3. Another Brick in the Wall (part 2)
4. Another Brick in the Wall (part 3)
5. The Powers That Be
6. The Bravery of Being Out of Range
7. The Bar
8. Have a Cigar
9. Wish You Were Here
10. Shine On You Crazy Diamond (parts VI-VII, V)
11. Sheep
Secondo tempo
12. In the Flesh
13. Run Like Hell
14. Déjà vu
15. Déjà vu (reprise)
16. Is This the Life We Really Want?
17. Money
18. Us and Them
19. Any Colour You Like
20. Brain Damage
21. Eclipse
22. Two Suns in the Sunset
23. The Bar (reprise)
24. Outside the Wall





































