Ha superato le ottanta primavere il chitarrista americano Ralph Towner e da tempo non è più impegnato su numerosi fronti progettuali come era sua abitudine fin dal 1968, anno del suo ritorno a New York dopo il periodo trascorso a Vienna alla scuola del chitarrista Karl Scheit per perfezionare la sua tecnica chitarristica. Negli oltre 120 album cui ha partecipato e nelle infinite performance dal vivo ha offerto il suo stile originale e luminoso, ricco di arpeggi incantatori, ritmicamente molto libero e melodicamente aperto a mille influenze, a partner di livello assoluto: dai Weather Report a Sonny Rollins, da Gary Burton a John Abercrombie, da Miles Davis ai fratelli Brecker, da Keith Jarrett a Gato Barbieri e via discorrendo. Ha persino partecipato al festival di Woodstock: «pensavamo fosse una “piccola festa folk”, ci avevano chiamato per accompagnare Tim Hardin, un folksinger, però ci hanno dovuto trasportare in elicottero e quando abbiamo guardato in basso abbiamo visto quasi mezzo milione di persone, è stato uno shock!» Fu una delle prime uscite dal Paul Winter Consort di quelli che sarebbero diventati gli Oregon, band cardine della world music, che, attingendo dai suoni del mondo per creare una pan musica, universale, acustica, dal 1970 al 2017 (e non è detto che la loro storia sia completata, anzi) hanno inciso 30 album di enorme spessore, a cominciare dal fondamentale lavoro eponimo del 1983.
Towner, inoltre, sente ciclicamente il bisogno di tornare a esprimersi in solitudine, supportato esclusivamente dalle sue amate chitarre, la classica e la 12 corde, trasmettendo la sensazione di possedere una miracolosa sintonia con i suoni e gli umori della natura, come fece nel 2005 registrando nel monastero di St. Gerold sulle montagne austriache l’ottimo Time Line. E come ha fatto anche nel febbraio 2022 all’Auditorio Stelio Molo della Radio della Svizzera Italiana a Lugano, dove ha inciso gli 11 brani di At First Light, con la sola chitarra classica che gli ha costruito il liutaio australiano Jim Redgate.

A cinquant’anni dal suo primo LP come leader, Diary, questo poeta delle sei corde, ci propone una raffinata, intima raccolta di versi in musica, di poesie sonore che ne esaltano la statura di grande musicista e compositore. E, come suo solito, di interprete, offrendo magiche rivisitazioni di pagine immortali quali il tradizionale Danny Boy, che diventa una melodia meditativa, e le elaborate, swinganti pagine da musical Little Old Lady di Stanley Adams e Hoagy Carmichael (da The Show Is On, 1936), rivista anche da John Coltrane, e Make Someone Happy di Jule Styne (da Do Re Mi, 1960), amatissima da Bill Evans. (Proprio l’immenso pianista è stato il principale riferimento jazzistico di Towner, che aveva iniziato a tre anni a suonare la tastiera, per passare poi alla tromba e infine, solo ventiduenne, alla chitarra: «è stato la mia grande influenza, suono la chitarra pensandola come un pianoforte, con lo stesso approccio, inclusa la possibilità di suonare ogni nota in un accordo, controllare il volume di ogni nota»).
Il tocco vellutato e prezioso, così come la pennellata morbida, raffinata, delicata, del musicista nato a due passi da Seattle sono tuttora affascinanti, riescono a proiettare in una dimensione irreale, fuori dal tempo, con cura e perizia maniacali, frasi semplici e melodie che ti inchiodano all’ascolto, coinvolgenti e iridescenti. Per questo suo nuovo soliloquio ha scelto il tema prediletto della luce, quella lieve e sospirosa dell’alba, suadente e per certi versi dolente, eppure le ammalianti immagini sonore prescindono dal tempo, infinite e contemporanee a ogni ascolto.
La musica di Towner sembra venire da lontano e andare lontano, con un incedere lirico che ti porta ad abbandonarti alle note e a seguirne il fluire nell’aria, la melodia, le variazioni, il suo sviluppo, il suo significato profondo, la sua unicità. Si potrebbe citare ogni singolo brano di At First Light, poiché ognuno di essi è un piccolo meraviglioso quadro, che ha una sua storia, un suo perché, una sua intrinseca bellezza ed emozione.
L’iniziale Flow suona come un’ouverture tra saliscendi ritmici e panorami velati, Strait si staglia come quieto capolavoro di equilibrio tra sensibilità classica (non sono pochi i lavori del Nostro terminati nel repertorio di concertisti classici) e desideri post-bop, Ubi Sunt ha il fascino immortale del raccoglimento e del pensiero profondo, Guitarra Picante è il vivace brano scritto nel 1991 per il cd Always, Never And Forever degli Oregon, la title-track possiede un fascino antico, che diventa quanto mai contemporaneo e interiore. Ancora Fat Foot dall’andatura ritmica scevra di ogni cliché, la breve, incantata Argentinian Nights ed Empty Stage, superba con il suo intrecciarsi di influenze su un clima triste di fado, completano l’ascolto di questo album fragilissimo nei suoi momenti di pausa e riflessione, sicuro e ambiguo nella continua ricerca di quella nota, quella particolare tonalità che dà alla composizione quel quid che la contraddistingue e la fa brillare di luce propria.
C’è un artista, un poeta e il suo modo personale, originale di fare arte in queste tracce capaci di schiudere la mente dell’ascoltatore e di pacificarlo con l’ambiente circostante, con il suo io profondo e con la luce che riflette e fa riflettere. Un album di merletti musicali, di visioni dilatate, di incroci continui di influenze ormai da anni sedimentate. Un album incantatore.






































