Il jazz oggi è una musica universale, che sa conquistare talenti in ogni angolo del pianeta e permettere loro di essere valorizzati e di conquistare l’interesse e la curiosità di platee vastissime. Questo è il motivo principale per cui lo stesso jazz avanza e si diversifica, da un lato confrontandosi continuamente con le proprie radici e con i propri stilemi più o meno ortodossi e dall’altro rinnovandosi e assimilando in un linguaggio che assume di volta in volta accenti ed esposizioni nuove generi espressivi e significati espositivi colti fuori dai contenitori e dai palinsesti abituali. Vi proponiamo qui un ventaglio di recenti cd che coinvolgono musicisti provenienti da zone geografiche disparate e che offrono letture persino opposte e contraddittorie all’interno dell’universo sonoro denominato “jazz”.

Anders Jormin – Lena Willemark – Karin Nakagawa –Jon Fäit
Pasado En Claro (ECM/Ducale)
Voto: 9
Il contrabbassista Anders Jormin, non solo è da tempo il vero deus-ex-machina dell’attività del Bobo Stenson Trio, da cui porta con sé anche in questo lavoro il meraviglioso batterista Jon Fäit, è un compositore attento e profondo, in grado di confrontarsi con la musica contemporanea (come ha mostrato nel recente Sphere del combo di Stenson), con il folklore (la sua partner Lena Willemark si muove soprattutto in questo ambito), con certo pop elegante tipico del suo Paese e ovviamente con la corrente “lunga” del jazz scandinavo, di cui è da diversi anni uno degli esponenti di punta e meno prevedibili.
Già Trees Of Light, firmato nel 2015 dalla sola Willemark e proposto in trio con Jormin e Karin Nakagawa, splendida suonatrice dello strumento tradizionale giapponese a 25 corde koto, che ha portato dagli ambiti squisitamente popolari a quelli transculturali estremi, mostrava la capacità di questi artisti di combinare organicamente l’improvvisazione jazz con forme di lirismo espressivo ad ampio spettro. Pasado En Claro – titolo tratto da un poema del messicano
Octavio Paz, una delle figure più importanti della letteratura in lingua spagnola del XX secolo – cambia le coordinate rispetto a quel lavoro, a eccezione delle quattro canzoni scritte dalla violinista e cantante nel suo dialetto nativo älvdals, sviluppando in quartetto le coordinate impostate nel 2019 con Poems For Orchestra, accreditato a Jormin, in cui i tre, senza Fäit, si confrontavano con la Bohuslän Big Band.
Gli altri sette brani infatti disegnano il rapporto del contrabbassista con i grandi poeti: Paz, il nostro Francesco Petrarca, il cinese dell’XI secolo Ouyang Xiu, il giapponese dell’VIII secolo Yamabe no Akahito e gli svedesi contemporanei Jörgen Lind, Anna Greta Wide e Tomas Tranströmer. Anders e Willemark compongono musiche che hanno il senso dell’infinito e insieme sembrano fatte di luce, scorrono lente come iceberg che scivolano sull’oceano, offrono una percezione del tempo che è disassata rispetto a quella di chi ascolta, voli attraversi i decenni e i secoli senza accusare contraccolpi.
Sia che la linea sonora venga condotta dal koto, il principale strumento solista del cd, quello che incredibilmente riesce persino a scivolare verso attimi free jazz, oppure dal sontuoso monologare del contrabbasso, sia che il dripping ritmico della batteria unisca ogni particella oppure che la voce voli a cappella, il disco suona come una riflessione sull’essere e pertanto infinito e profondo, così come aleatorio e inafferrabile. Se spesso è la voce a guidare le coordinate espressive e se la “jazzitudine” del lavoro è distillata come una pozione passata negli alambicchi di bizzarre streghe, la sua ricezione è una prospettiva lunga, enigmatica – di quelle adatte a orecchie europee, come direbbero gli americani -, di respiro e di provvidenza.

Ron Carter – Daniele Cordisco
Bitter Head (Nuccia Produzioni)
Voto: 8
Tutto nasce durante il corso di laurea sostenuto dal batterista Luca Santaniello – da oltre vent’anni trasferitosi nella Big Apple – presso la più importante “scuola di musica” del mondo, la Juilliard. Ron Carter, uno dei contrabbassisti con la tecnica più raffinata della storia del jazz, con oltre mezzo secolo di carriera alle spalle sia al servizio dei più grandi sia in proprio, è in quella prestigiosissima istituzione docente attento e con una mente aperta alle sollecitazioni e alle individualità dei suoi allievi. Pertanto quando il giovane italiano gli ha proposto un nastro con le composizioni e gli arrangiamenti dell’amico Daniele Cordisco, figlio del suo primo insegnante di musica, dopo un ascolto attento ha detto: «Sono interessato a questo progetto, quando Daniele viene a New York?»
Inutile sottolineare che non aveva per nulla torto. Le composizioni del chitarrista di Campobasso – nel cd ne appaiono tre – sono di spessore e conducono nell’universo post hard bop con eleganza e vigore, con idee intelligenti e sviluppi propositivi. A cominciare dal
ringraziamento-dedica al partner F. R. C. (ovvero “for Ron Carter”), la più uptempo del lotto, con il pianista Jeb Patton – uomo di fiducia degli Heath Brothers, per dare un’idea, presente in 5 pezzi – che corre via veloce, inseguito prima da Cordisco che scappa ancora più rapido e infine dal duo ritmico in propulsivo “dibattito”, e continuare con la title-track, un blues eccentrico da fumoso club anni 60 condotto dalla chitarra, e Mr. P. B., in un susseguirsi di assoli (ottimo quello di Patton) e un pizzico di jazz latino.
Quattro standard completano questo terzo lavoro di Cordisco come titolare, dopo Only For The Moment, con Elio Coppola e Ben Paterson, del 2019 e This Could Be The Start del 2014. L’iniziale Canadian Sunset, il brano più celebre del pianista Eddie Heywood, reso un evergreen da Wes Montgomery – insieme a Jim Hall il musicista di riferimento del molisano e di tutto questo cd -, è piacevole, piana e arricchita dal groove della Poinciana di Vernel Fournier. Angel Eyes di Matt Dennis (molto amata dai cantanti, ma anche da chitarristi come Kenny Burrell e Royce Campbell) e Come Rain Or Come Shine, che ha reso ricchi gli eredi di Harold Arlen con le infinite reprise di Liza Minnelli e James Brown, Keith Jarrett e Chet Baker, John Abercrombie ed Eric Clapton (per dire di due guitar hero) e persino dello scrittore Jack Kerouac, sono proposte in trio pianoless, in cui spicca il tocco sì hard bop oriented ma certo “giovanile” e gradevole di Cordisco, sempre sollecitato dalla cavata profonda ed elaborata del co-titolare, che guarda sornione e divertito il boyfriend italiano. A chiudere il dialogo contrabbasso/chitarra su Autumn In New York di Vernon Duke, altro standard amato dai cantanti (anche il nostro Bruno Lauzi) e datato 1934, ma reso celebre da Frank Sinatra nel 1948. Intima, poetica e lentissima, questa versione rimanda alle “chiacchierate intime” tra Carter e Hall dei controversi seventies.

Sunbörn
Sunbörn (Tramp)
Voto: 8
Come dice Daniele Cordisco: «Il jazz è una musica in continua evoluzione, quindi definire cosa sia jazz e cosa non lo sia rischia sempre di alimentare un dibattito sterile.» Ergo, ecco a voi una band danese al debutto che propone una fratumazione di musica elettronica e ritmi tribali, di jazz strumentale e indie pop, di lounge delirante e groove infuocati, di solarità inquiete e magmi acidi, che si raccoglie in un truciolato espressivo solido quanto inafferrabile. In realtà si tratta dei Kuti Mangoes, attivi da oltre una decade, che hanno deciso di cambiare pelle e direzione musicale dopo tre album, Afro Fire del 2014, Made In Africa del 2016 e Afrotropism del 2019, i cui titoli, come del resto il nome del gruppo, definivano la loro voglia di afrobeat alla Fela Kuti.
I compositori del sestetto, Gustav Rasmussen (chitarra e trombone) e Michael Blicher (sassofoni, flauti e percussioni), dipingono una tela sonora sghemba e piena di direzioni, un succedersi di segnali e di follie che intrigano senza soluzione di continuità, un mix di background diversi quanto la linea sognante e vacua del sax –
spesso doppiato da Aske Drasbæk, che ama il baritono come Blicher – sulla distesa liquida di Echoes e la tempesta estiva con i fiati e le percussioni martellanti dentro cui affoga anche l’assolo delle tastiere di Johannes Buhl Andresen in Mankind?, che vede anche il contributo della conterranea Ida Nielsen, bassista preziosa, e di BIGYUKI, tastierista giapponese da anni a New York alla ricerca di un jazz fuori dagli schemi.
Altrettanto determinanti gli altri due membri, il percussionista Magnus Lindgaard Jochumsen e il batterista Casper Mikkelsen (unica new entry dei Sunbörn al posto di Eddi Jarl), propulsori ritmici sempre, e in particolare in Night Sweats, dove un’accoppiata poderosa con i fiati apre e sollecita nervosismi chitarristici e visioni tastieristiche per poi ritornare alla pulsione iniziale. Oppure nell’iniziale afro-lounge Dancing In The Dusk dal climax jazzy sollecitato dai fiati in melodico contrappasso con le tastiere e nella cover della Metropolis di kraftwerkiana memoria, un incubo percussivo in cui vagabondano ondate sonore inattese. Da segnalare infine la partecipazione del chitarrista brasiliano Caio Márcio Santos, che introduce con un saltellante gioco di corde il percorso polivalente (persino con sapori gypsy) di Beach Chase, il geyser sonoro di Under The Same Sky, che sgorga e scompare lasciando scie di vapori in cui si ascoltano anche momenti rockeggianti e sorrisi bandistici, e i lanci organistici e i disegni pop-jazz fiatistici della conclusiva, rilassante Apple Blossom.

Modern Times Ensemble
Connections (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Il deus ex machina di questo grande ensemble è il chitarrista e produttore Paolo Montrone, triestino di nascita ma giramondo di vocazione, che ha suonato con i fratelli Wooten e Michael Webb e perfezionato la tecnica strumentale con John Scofield e Allen Hinds e quella di registrazione nello studio di Eumir Deodato e ai celebri Power Station. E ha fatto tutto via zoom durante il periodo della pandemia, con ciascun partecipante che ha registrato la propria performance nel suo studio personale, senza muoversi da casa e con strumenti non campionati.
Montrone – impegnatissimo anche nel campo della transizione verde – ha reclutato di musicisti di peso in mezzo mondo, a cominciare dalla cantante Ursula Gerstbach, austriaca di grande prestigio, vocalist molto apprezzata di band come gli Aschanti e i Sing Out, che nel disco si propone sia come solista sia come corista di sé stessa, mostrando una duttilità e un talento invidiabili. Nei corposi gruppi assemblati per ciascun brano si allineano personaggi come il trombettista Jon-Paul Frappier, che ha lavorato con Aretha
Franklin, Lionel Richie e i Temptations per dirne alcuni, delizioso in Wonder Why e lirico in Still Tomorrow, come la sezione ritmica composta dal batterista Adam Alesi, richiestissimo in California, e dai bassisti Itaiguara Brandão, dal tocco latino, e Craig Akin, collaboratore in oltre 100 album, basati per contro a New York, come il trombonista Trevor Mires già negli Jamiroquai, partner nel tempo di Sam Rivers, George Benson, Alicia Keys, Tom Jones e via dicendo (più che convincente nell’iniziale News From The World, dove si alterna in assolo con il sassofonista di Eric Clapton e dei Santana, Paul Booth), come i fratelli pescaresi Trabucco, Arcangelo, pianista e tastierista ingegnoso e versatile, raffinato al piano in Again, I Forget, e Manuel, sassofonista brillante ed espansivo, determinante in Unmistakably Clear e in Ramen Dilemma. E non solo. Nei sette brani di Montrone, cui si somma la Maxine tratta dall’album capolavoro di Donaid Fagen The Nightfly, assistiamo a un percorso nel jazz più classico, con le costruzioni che riescono a riportare all’oggi le sonorità delle big band post-bop e gli sviluppi dettati da una voce presente e trascinante, con temi e assolo ben congegnati, con frammenti calibrati di pop e smooth, di errebì e acid jazz. Tutto scivola via veloce e convincente grazie anche all’ottimo missaggio, realizzato ad Amburgo dallo specialista Geret Luhr, a lungo anche apprezzato chitarrista.






































