È finalmente disponibile in tutti gli store digitali e in formato fisico (12 pollici) Solo fiori (Woodworm Label), l’EP di Paolo Benvegnù che contiene 5 tracce inedite: Italia pornografica, Our love song, 27-12 e Tulipani, nonché la collaborazione con Malika Ayane in Non esiste altro. Benvegnù è stato tra i protagonisti, qualche giorno fa, dell’edizione 2023 del Concertone di Piazza San Giovanni, in occasione della quale ha interpretato proprio Non esiste altro e Italia pornografica.
Dopo l’assaggio sul palco di Roma il cantautore, assente con un vero e proprio tour dal 2020, presenterà i brani del suo nuovo EP e quelli che hanno segnato la sua ormai trentennale carriera durante due speciali appuntamenti dal vivo organizzati da Magellano Concerti: Il 6 maggio all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma (ore 21, Viale Pietro de Coubertin, 30) e il 12 maggio alla Santeria Toscana 31 di Milano (Viale Toscana, 31).
A Roma, i suoi ospiti saranno Malika Ayane e Brunori Sas, mentre a Milano lo accompagneranno la stessa Malika e Pacifico. Per Benvegnù questi tre artisti non sono solo colleghi ma anche amici, fonti di ispirazione, sorgenti di vita e forza, guide verso orizzonti magnifici.
Sul palco, come sempre, anche i suoi fidati musicisti: Luca Baldini, Daniele Berioli, Gabriele Berioli, Tazio Aprile e Saverio Zacchei. Durante la serata in cui sarà ospite Pacifico, per la sua performance si aggiungerà Silvio Masanotti alla chitarra.
I biglietti sono disponibili a QUESTO indirizzo.
Paolo Benvegnù presenta Solo fiori
Cosa resterebbe di un adulto, se il suo Sentire rimanesse lo stesso Sentire della sua infanzia? Le azioni, i movimenti, le reazioni, i gesti, sarebbero gli stessi? Davvero l’Esperienza è formativa? O forse è una deviazione dal Sentire originale? “Solo fiori” si interroga su questo e non solo.
Se è vero che ogni essere è in relazione a ciò che vive (al mondo che percepisce), cosa succederebbe se tutti fossimo semplicemente più ingenui? Esiste il Candore? E l’Innocenza?
“Solo fiori” indugia sul gesto del porgere all’altro, nonostante le asperità e le difficoltà del tempo e delle relazioni, anche solo una piccola intuizione quotidiana, non finalizzata, senza alcuna pretesa di riconoscimento. Come donare un fiore, solo un fiore a chi si ama. Un proponimento, un gesto d’amore, di adesione.
A pensarci bene, Amare senza soluzione è sovversivo, rivoluzionario, antistorico, meravigliosamente arcaico e al contempo modernissimo. Forse AMARE è ciò che servirebbe agli esseri umani per respirare meglio.
“Solo fiori” sono cinque brani come Ginnastica dell’Anima.
COVER E TRACKLIST

1. Italia pornografica
2. Our love song
3. Non esiste altro (feat. Malika Ayane)
4. 27-12
5. Tulipani
LA NOSTRA INTERVISTA

Partiamo dal principio: quando hai realizzato che la musica avrebbe potuto rappresentare per te una modalità di espressione d’elezione?
Diciamo che, da sottoproletario quale sono sempre stato e quale ero, ovviamente, da ragazzo, ho sempre ritenuto importantissimo ascoltare le storie degli altri. La folgorazione è arrivata da fruitore della musica. E poi sono successe delle cose, nella mia vita, che han fatto in modo che avessi molta rabbia nei confronti della vita stessa. E la maniera migliore che ho trovato per fare terapia è stata scrivere canzoni.
L’ho fatto prima con un gruppo che si chiamava Scisma, quando ero sul Lago di Garda: insieme abbiamo realizzato tre dischi, ma siccome “nomen omen”, ci siamo sciolti — un gruppo che si chiama Scisma non può certo rimanere intero — e ho cominciato a fare dischi a nome Paolo Benvegnù anche se poi, in realtà, certo, scrivo i brani, certo, scelgo la cornice dei dischi, ma ho sempre dei compagni che mi supportano, e quindi è come se, fondamentalmente, mi sentissi sempre il cantante di un gruppo.
Nel passaggio da membro di un gruppo a solista, in qualche misura il tuo processo creativo ha subito variazioni?
Per certi versi, ho sempre lavorato nello stesso modo; nel tempo, diventando un po’ più saggio e meno giovane, meno arrembante, meno volenteroso di metter sempre la mia personalità davanti a tutti, ho imparato ancora di più a usare, insieme ai miei compagni, l’idea di collettivo come esplorazione di ricerca.
Quello che è successo è che, man mano che vado avanti, scrivo i brani e poi lascio che gli altri facciano ciò che vogliono in modo tale che sia davvero un lavoro collettivo. Per come la vedo io, il mio modo di lavorare non è perciò cambiato in nulla dal punto di vista di formazione dei brani, ma è cambiato molto per me perché mi fido molto di più degli altri rispetto a una volta. E perciò, non avendo più controllo, è sempre una grande felicità.
Mi hai detto che la folgorazione che ti ha spinto a intraprendere questo percorso cantautorale ti ha colpito da fruitore della musica: c’è stato un ascolto, in particolare, che ha rappresentato la scintilla di “accensione” del meccanismo?
Sai, il fatto è che erano tempi completamente diversi rispetto a questi, e ho capito che si poteva fare musica di un certo tipo in Italia quando, a dieci anni, ho visto, in un programma generalista sull’unico canale della Rai, Lucio Dalla fare “Com’è profondo il mare”. Lì ho capito che si potevano scrivere anche canzoni legati all’amore verso le cose e verso l’alterità però non necessariamente parlando di una relazione interpersonale.
Questa è stata una folgorazione, e da lì ho cominciato a esplorare tutta la musica che si sentiva al tempo, cioè buona parte della wave inglese e americana; sono tornato poi al cantautorato italiano soffermandomi su alcune cose di Gaber, di De Gregori, che ritengo, in maniera completamente diversa l’uno dall’altro, dei grandi narratori di storie. E Battiato, ovviamente, che è stato una presenza costante nei miei ascolti e nell’anelare a cercare qualcosa di diverso rispetto a ciò che normalmente si sentiva nelle radio.
Un piccolo salto dal passato al presente: questo EP è chiaramente una disamina del sentimento d’amore, quindi un racconto intimista. Ma il primo brano, Italia pornografica, come spieghi tu stesso nella presentazione, è una sorta di omaggio a Dino Risi e alla grande commedia d’autore che era pungente satira di costume: la scelta di una progressione che è quasi una visione “conica”, dal generale al particolare, è voluta?
Semplicemente, quello che ho pensato è che la nostra nazione è strana, e il nostro modus di pensiero è strettamente legato al magico, specialmente in provincia, dove io abito da tanto tempo. Quello che sto sentendo in questo momento in me è che c’è l’idea di abbandonare il magico per andare sul funzionale, sulla tecnologia, eccetera.
E per me, per un popolo come quello italiano e per una nazione come quella italiana, eliminare il magico significa eliminare l’amore e fare dell’amore un gesto meccanico: ecco perché il titolo “Italia pornografica”. La pornografia, per certi versi, è questo: la rappresentazione funzionale di un rapporto che è estremamente fisico ed è utile l’uno all’altro, se così si può dire, nell’atto e basta. Non succede niente né prima, né dopo. Come se fossero gli highlights di una performance amorosa, mettiamola così (ride, n.d.r.).
Se ci pensi, è proprio questo: sto guardando dei video di concerti che mostrano gli highlights di un brano… come se sei accordi potessero formulare l’espressione di un essere umano. L’idea è che se noi dalla nostra visione del mondo togliamo il magico che contraddistingue l’amore, che è irrazionale, allora diventiamo razionali, e la razionalità è strettamente legata alla pornografia.
L’intuizione è questa: non è una intuizione folgorante, ma credo che Dino Risi si sia divertito molto all’epoca, quando fece “I nuovi mostri” o “Il sorpasso”, perché andava a stigmatizzare un cambiamento epocale sia sociologico che di pensiero.
Collegandomi a questa tua risposta, il candore e l’ingenuità dei quali racconti nella presentazione dell’EP sono da ritrovarsi nei meccanismi della natura — ben presenti in questo lavoro e in molteplici brani della tua discografia — perché potenti, a volte violenti, ma sempre lontani dall’artificio?
Ti ringrazio perché, effettivamente, la tua considerazione è ciò che penso anche io. Noi esseri umani del “primo mondo” abbiamo perso la scelta, lo scegliere una strada piuttosto che un’altra, per esempio per procacciarsi il cibo. Non abbiamo più momenti importantissimi: se ci pensi, per un animale che deve procacciarsi il cibo ogni istante è prezioso finché non riesce a nutrirsi, perché è tutto legato al riuscire a sopravvivere quel giorno.
Noi abbiamo perso questo e perciò la nostra vita si trascina in una noia dove non c’è mai una scelta che sia radicale e radicata. Quello che mi viene da pensare è questo: se riuscissimo ad adattarci un po’ di più alle leggi naturali — cioè, per certi versi, anche se non lo auspico in me e non l’ho mai auspicato verso nessuno, diventare uragano e volo leggero contemporaneamente — sarebbe una cosa importante.
Abbiamo la grande fortuna che, anche se il pianeta Terra sta faticando, ancora riusciamo ancora a vedere queste cose. E perciò, secondo me, dovremmo prendere a esempio i movimenti anche degli infanti: io ho una bimba piccola e ricordo bene la sua ira incredibile nella fame o nella volontà di sonno. Questa ira è praticabile perché è ingenua, è veramente legata a un bisogno: noi normalmente ci arrabiamo per cose inutili, e, perciò, ritornare a stretto giro all’essenziale, al riconoscere cos’è essenziale per ogni essere umano, e quindi non istruire gli uomini ma educarli sentimentalmente, sarebbe una grande cosa. Personalmente, cerco di fare così con me stesso perché mica sono ancora risolto, eh.
Un elemento che ricorre, nei brani del nuovo EP, è l’invito a pervenire, attraverso l’amore, a uno “spazio altro”, un universo non tangibile. Quali caratteristiche immagini che abbia?
Innanzitutto, come dicevo prima, l’amore è strettamente legato all’irrazionale: fa paura e crea timori proprio perché non c’è ragione. Se l’amore è legato alla ragione, è partnership, è una cosa diversa. L’amore non ha nulla a che vedere con il razionale, è nell’irrazionale e la cosa secondo me bellissima sta proprio nell’intercettare l’irrazionale dell’altro, vedere questo mistero come una grande possibilità di crescita proprio quasi come se fosse una sete di scoperta e di ricerca.
Questo è l’amore. E perciò, proprio perché è legato all’irrazionale, non è nel reale. Per certi versi, è anche nell’altrove, in tutta l’immaginazione degli scenari che due amanti creano. Se ci si pensa, se fossimo davvero in una società funzionale, due amanti potrebbero davvero smettere di parlare una volta detto “ti amo” e sarebbe finita lì. E invece, proviamo a pensare al dialogo tra due amanti: da sempre, da quando è stata inventata la scrittura, ci sono infinite sfumature in ogni gesto conscio o inconscio, e in ogni movimento. Secondo me è, questo che gli uomini dovrebbero praticare per vedere l’altro come una opportunità e mai come un pericolo.
Il concetto di “infinito” torna spesso nei tuoi lavori, e sempre con accezioni diverse: se te ne chiedessi una fotografia, che cosa ritrarrebbe?
Si tratta di un qualcosa di legato strettamente all’attimo: ogni attimo che viviamo, in percezione è un attimo che sfugge via e che sentiamo come presente, passato o futuro a seconda della percezione dell’istante stesso. Invece, in ogni istante c’è un infinito, e c’è non solo per noi: la nostra vita si riflette su otto miliardi di persone, sulla natura, su un universo che è in espansione da una esplosione.
Se riuscissimo a lavorare sul concetto di finitezza, cioè di piccolezza del nostro sguardo, e sul fatto che ogni istante esplode infinitamente, riusciremmo a stare meglio e sarebbe anche un grande conforto.
Dal punto di vista delle sonorità, anche in questo EP, come negli album precedenti, spazi molto tra i generi: come operi sulle note?
Mi piacerebbe poterti dire ciò che diceva Duke Ellington: “solo note belle” (ride, n.d.r.). In verità, ringrazio più che altro i miei compagni, perché quel che io faccio normalmente è tracciare le linee guida. Quello che succede poi con loro è che usano le loro intuizioni per fare in modo che tutto abbia un meccanismo di brillantezza. E, quando parlo di brillantezza, parlo di fulgore da un lato, ma anche di esplosione, del far brillare un’idea, del farla diventare materia. Perciò, lo devo tanto a loro.
Il nostro è un meccanismo casuale: io ho un’intuizione, e loro cercano di farla brillare. Capisci che, per me, ogni volta è un miracolo, un prodigio. Già il fatto di poter lavorare con sei, sette, dieci persone, in armonia con tutti, è un piccolo miracolo. E il fatto che, nel tempo, questa cosa si verifichi in maniera abbastanza costante mi fa pensare che, seppur da apprendista, seppur da bambino che si appresta a fare la prima elementare, ho un sacco di compagni molto simpatici, e dolcissimi.
In Suggestionabili scrivi “Ci muoviamo ma siamo immobili, siamo troppo suggestionabili”: c’è una nuova “verità”, sia essa relativa alla musica o al quotidiano, dalla quale credi che, ultimamente, ci siamo lasciati eccessivamente suggestionare?
Sicuramente sì: penso che semplificare il metodo per fidelizzare esseri umani sia una cosa interessante dal punto di vista dell’economia e del commercio… ma, non essendo un bocconiano, non ci credo molto. Penso soprattutto al fatto che sia realmente importante abbracciare gli altri esseri umani ed esserne abbracciati. C’è un meccanismo di appartenenza, legato anche all’espressione, che è una appartenenza non scritta e non spiegata: ecco, questo tipo di mistero è da un bel po’ di tempo che viene malmenato e non visto.
Come se, in questo momento, da un punto di vista strettamente musicale, tutti andassero su una autostrada ad alta velocità e non frequentassero più le strade statali. Ci sta, è una cosa normale, fa parte del tempo e della esplorazione delle cose e della sociologia, però sono abbastanza convinto che sia molto importante, invece, frequentare le radici del pensiero, frequentare la ricerca come atto di propria formazione identitaria, e poi, nel caso, esprimerla, e poi, nel caso, vedere se qualcuno appartiene a quel tipo di pensiero.
Ecco, i fuitori della musica e, ahimè, anche un po’ coloro che la fanno, sono suggestionati dal risultato e non più dalla ricerca, e questo mi dispiace perché sono un uomo anziano, un uomo del Novecento, e nel Novecento questo tipo di esplorazione è stato praticato moltissimo.
Ritieni che sia lo status attuale del mondo della musica, in termini anche di meccanismi di fruizione, a spingere gli artisti in questa direzione?
Per certi versi sì, però non è una questione di commercializzazione: è una questione legata al fatto che ognuno vuole sentirsi Dio, ed è comprensibile, specialmente quando sei molto giovane. Detto questo, una cosa che mi viene da pensare è che, mai come in questo momento, ci sono persone di talento, e perciò il rammarico è questo: un talento che rimane due settimane è un talento che non costruisce felicità, ma solo ambizione. Il passaggio dal Novecento agli anni Duemila andrei a cristallizzarlo in questa maniera: se prima si cercava l’identità, adesso si cerca l’eredità. Ed è una cosa che mi dispiace, ma è così: penso che anche per i Greci sia stato difficile accettare la dominazione macedone, per esempio (ride, n.d.r.).
In riferimento alla tua discografia, ci sono un album o una canzone che ritieni possano aver rappresentato un momento di svolta in termini di processi creativi o di definizione del successivo itinerario artistico?
Sinceramente, mi ci fai pensare adesso per la prima volta! In effetti, mi ricordo che c’è stato davvero un istante, un momento nel quale ho sentito che avevo perso buona parte del mio chiudermi in me, ed è stato quando ho scritto un brano che si chiama “Il sentimento delle cose”, nel quale finalmente, al posto di parlare di relazione uno a uno, ho cominciato a contemplare una relazione uno a tanti, uno a infinito. Quello è stato un inizio di intuizioni diverse e “metempsicotiche”, in un certo senso: cioè, ogni situazione e ogni canzone diventavano quasi una rinascita.
Ciò che mi viene da pensare è che poi questo tipo di apertura “fantastica” prima non ce l’avevo mai avuta, perché sono un uomo del Nord e un essere umano di genere maschile del Nord, come sai, sa poche cose e tutte relative a come si costruisce una indistria di mobili (ride, n.d.r.). Questa cosa poi non si è più fermata, e adesso, quando vado in giro, mi sento un po’ come Jacques Tati: quando vedo un quartiere di periferia, mi immagino che tutti, da un momento all’altro, tirino delle canne da pesca senza nessuna esca e nessun lago, e questo mi sembra il mondo migliore.
Esiste un fulcro imprescindibile a partire dal quale costruisci un progetto discografico?
Sì: negli ultimi dieci anni, l’idea è avere un concetto di partenza, e per questo disco — che è frazionato in questo EP e poi un CD “intero” che uscirà più avanti — l’idea era di andare verso una analisi del momento attuale. Però ero partito in maniera sbagliata, secondo me, perché pensavo sempre alla contrapposizione tra la mia soggettiva e come secondo me si muove il mondo, e perciò una doppia soggettiva abbastanza sgradevole. Così, mi sono chiesto: “ma Shakespeare cosa scriverebbe di questi tempi?”… e, ovviamente, parlerebbe d’amore. Perché non esiste nulla di più rivoluzionario di qualcosa che sovverte tutto anche a livello fisico, a livello ormonale: se ci pensi, quando sei ragazzo l’amore sovverte completamente lo stato fisico, mentale e spirituale delle cose.
E perciò, mi son rimesso a parlare d’amore. Ma non era voluto: volevo stigmatizzare, e poi ho capito che invece non serve a nulla stigmatizzare. Sono affascinato dalle cellule, che ci danno una grande lezione: si uniscono in due per dare alla cellula nuova le informazioni di sopravvivenza. Queste piccole cose che facciamo io e i miei compagni sono piccoli breviari di sopravvivenza: se qualcuno vuole consultarli, bene. In caso contrario, non sarebbe un problema.
Tornando ai tuoi testi, da una analisi un po’ più approfondita si evince uno sguardo non esattamente ottimistico rispetto alla possibilità di trovare un equilibrio tra le istanze dell’amore e quelle della società.
Credimi, io penso di non essere un pessimista, ma, prima di esplodere di fantasia come ti dicevo prima, sono stato un informatico, e ho smesso di fare l’informatico quando, nel 1989/’90, lavoravo a Milano in una grande azienda telefonica e ho scoperto che, alla presenza di parole chiave, io avrei dovuto programmare sia il nome del chiamante che quello del destinatario, in modo tale che qualcuno militarmente prendesse possesso di questi dati e potesse controllare questi esseri umani. Ho smesso di fare il programmatore proprio per questo motivo.
Non voglio essere certo una Cassandra, ma il rischio, per esempio, della realtà aumentata è che si perda la realtà, la realtà intesa come stretta soggettività di percezione in relazione alla stretta soggettività di percezione dell’altro. Questo significa che avremo mondi “on demand” tra non molto, e non ci saranno le televisioni, ma, come in “Fahrenheit 451”, le pareti saranno le televisioni e noi vi entreremo, perché tutti vogliono sentirsi protagonisti di una storia senza fare fatica.
Ecco, questo è un grande pericolo. Detto ciò, non ho neanche avuto il coraggio di prendere, andare su una montagna e vivere del pochissimo. Quindi da un lato, per certi versi, sono una Cassandra, dall’altro sono uno che cerca di fare il possibile per avvertire gli altri che può succedere questa cosa, indicando come potersi mettere in relazione con gli scenari futuri.
Credi che esista un modo, anche solo ideale, per fermare questa deriva?
Finché voi donne meravigliose create vita, finché voi donne create un figlio, finché un figlio si nutre tramite il vostro corpo, allora c’è una speranza per gli esseri umani. Di sicuro, la speranza non sono gli esseri umani di genere maschile, e lo dico anche a me stesso. Possiamo soltanto aiutare. Però, se ci pensi, voi donne siete davvero, con il vostro creare, l’unica speranza. Michelangelo non ha scagliato il martello contro il David perché frustrato dal fatto che la statua non parlasse: l’ha scagliato perché non poteva crearlo in carne e sangue. Credo sia una bella metafora.
Nella tua carriera hai anche lavorato in teatro: come ti sei avvicinato a questa differente forma di comunicazione, e che genere di insegnamento acquisito sulle assi del palcoscenico hai portato nel far musica?
Devo essere sincero: mi ci sono avvicinato male, perché ho speso tutta la vita a cercare di capire la mia identità e quando fai l’attore la devi perdere (ride, n.d.r.). Perciò, ho creato in me una tempesta micidiale: quando vado a teatro e faccio delle cose a teatro, faccio una fatica bestiale. Il teatro mi ha insegnato il silenzio; quello che precede l’inizio dello spettacolo o il silenzio tra una battuta e l’altra è un po’ come l’attesa dell’orchestra prima di lanciar la prima nota de “La sagra della primavera” di Stravinskij: c’è un pericolo percepibile.
All’inizio pensavo fosse una sorta di horror vacui, e invece no: è un silenzio che ti parla e che ti insegna quanto sia più opportuno non dire niente piuttosto che dire cavolate. Perciò, il teatro mi ha insegnato le pause: nella musica, e soprattutto nella letteratura della musica che scrivo, ho cercato di usufruire di questa intuizione. Ma non credo d’esserci riuscito.
Dall’inizio della tua carriera artistica vieni identificato come “artista indie”, termine le cui connotazioni, col tempo, continuano a variare: cosa significa, in un mondo della musica come quello odierno, essere “indie”?
Non lo so, perché prima di tutto io non sono un artista. Bisogna partire un po’ dall’inizio: l’Arte è una convenzione degli umani e l’artista è colui che basa la propria vita sul “facere arte”. Michelangelo, per esempio, diceva di sé di essere un artigiano, e perciò — e sono molto superbo nel fare questa affermazione — io mi ritengo un artigiano più che un artista.
Partendo da questo presupposto, l’essere indie indica l’indipendenza, il non dipendere da qualcun altro: è una strada che ho fatto per tanti anni, ma, in realtà, ogni volta che qualcuno scrive qualcosa e non la tiene in un cassetto dipende dall’altro. Perché tu dipendi dallo sguardo dell’altro, e perciò ogni artista, se vogliamo usare questa definizione, o meglio, ogni creativo è sempre dipendente: dalle persone che lavorano insieme a lui e da quelle che fruiscono della sua creazione.
Non sono né un artista, né indie: sono un essere umano che ha delle intuizioni e, per curarsi, le mette su un supporto fisico. Alle volte queste intuizioni vengono intercettate e a qualcuno possono cambiare anche solo di un grado la prospettiva del proprio sguardo. Va bene così: infatti, per certi versi è più un hobby che un lavoro. Io la vedo come nell’antica Cina: c’erano coloro che studiavano e coloro che lavoravano. Quelli che studiavano spiegavano delle cose a quelli che lavoravano e quelli che lavoravano davano da mangiare a quelli che studiavano: ecco, io sono uno studioso.
Oggi che cos’è l’Arte? Come la definiresti?
La vedo come ricerca. Però, in questo momento, c’è un grande bombardamento legato ai risultati e alla fidelizzazione di coloro che sono i fruitori dell’Arte. Perciò, se devo guardarla superficialmente, l’Arte oggi è solo intrattenimento. Per me, invece, quello che si può definire Arte è, appunto, una ricerca. Gli insegnanti, i falegnami, sono degli artisti: è una questione strettamente lagata al far diventare materia qualcosa di immateriale. Per me la ricerca è fondamentale: un alchimista non si inventava così in un attimo, doveva ricercare e sperimentare. Ecco, senza ricerca e senza sperimentazione l’Arte diventa semplice intrattenimento.
Va bene così, non è che sia un problema. Non ho alcuna nostalgia per epoche passate né alcun tipo di animosità nei confronti di coloro i quali riescono a vivere in maniera estremamente brillante, economicamente, attraverso questa fruizione dell’intrattenimento, però bisognerebbe chiamare le cose col proprio nome. La narrazione dell’Arte in questo momento mi infastidisce un po’.
Ti appresti a partecipare al Concertone del Primo Maggio (l’intervista è stata registrata il 27 aprile, n.d.r.): la tua idea di Arte può avere, ancora, un valore di Resistenza, di lotta per qualcosa di più alto in termini ideali?
Penso che questo sia un momento di grandi possibilità in cui, per certi versi, rimarcare un certo tipo di memoria dovrebbe avere un senso specifico: il punto è che non so se i narratori di questa memoria siano realmente consapevoli della memoria stessa che devono raccontare. E non è una questione di avere vissuto di persona un certo tipo di momento storico: è una questione di sentire. Nel momento in cui i Romani vogliono prendere tutta l’Africa del Nord per diventare più potenti e radono al suolo Cartagine anche se Cartagine si arrende, questa mi sembra una narrazione vera. Se invece si dice che bisogna fare così perché solo in questa maniera procede lo sviluppo e il progresso dell’umanità, mi sembra una narrazione sbagliata, ecco.
Nel tuo brano Giornalismo ti chiedi “quando imparerò a non interrogarmi, a farmi male?”: hai imparato a smettere di interrogarti o sei contento di non essere ancora riuscito a farlo?
Sì, continuo a interrogarmi. E hai citato “Giornalismo” che è un pezzo del 2005: caspita, mi sembra proprio che gli scenari dell’epoca si siano realizzati! In realtà, scrivo queste cose a caso aspettando che si realizzino per poter dire “Sì, sono un divinatore!” (ride, n.d.r.). Scherzi a parte, davvero non smetto mai di interrogarmi. E anzi, se devo dire la verità, più il tempo passa, più le stratificazioni di certezza nel mio corpo e nella mia mente aumentano, più ho una gran voglia di di sovvertirle.
La cosa bella che la tecnologia ha portato è una messe incredibile di informazioni, molto superiore a quella di una volta, e il fatto di poterle ottenere in modo molto più semplice rispetto a quando, per esempio, dovevi recarti a cercarle in una biblioteca comunale: ecco, io ogni giorno mi stupisco di quanto non sappia nulla. Ed è un invito che faccio a tutti: di continuare a stupirsi e di sentirsi sempre in prima elementare, perché è bellissimo. Del resto, me lo aveva già consigliato il mio maestro delle elementari in quinta: di mantenermi sempre pronto a ricevere ogni tipo di informazione. Per certi versi, devo più a lui che alla mia famiglia di origine per quanto riguarda il sentire e la volontà di scoprire le cose.
Un’ultima domanda: oltre alle date di Roma e Milano, ci sarà un tour?
Guarda, io spero di suonare perché sono un po’ di anni che suoniamo poco. E poi la dimensione del viaggio, dello svegliarmi un giorno a Caserta, un giorno a Bari, un giorno a Lecco, del vivere le mattine, del guardare gli altri esseri umani, mi dà un senso di grande pace e di grande comprensione per le cose. Perciò, spero tanto di suonare quest’estate con l’avvento di questo EP, e poi l’inverno prossimo quando uscirà il disco. Non dovesse essere così… non so, penso che comincerò a fare il taxista, perché ho bisogno di viaggiare in modo costante, da apolide non sono così stanziale (ride, n.d.r.). Ovviamente, non dipende da me né da nessuno: qualsiasi cosa succeda, sarà accettata in maniera felice e gioiosa.
QUESTA è la pagina Instagram ufficiale di Paolo Benvegnù.





































