Di sicuro “non sono solo canzonette” quelle di Claudia Cantisani, Elga Paoli e Giovanni Battaglino. Sono piccole gemme di ricerca musicale oppure lirica oppure entrambe, sempre piena di una carica comunicativa che travalica l’impatto immediato per coricarsi sul profondo dell’emozionalità personale. Sono le tipiche forme espressive che piacciono tanto alla kritika, a chi scrive, a noi di Spettakolo! Ve le presentiamo suggerendo un ascolto attento (e magari più di uno), perché siamo certi che piaceranno anche a voi.

Claudia Cantisani

Claudia Cantisani
Sabrina sul petrolio (La Stanza Nascosta)
Voto: 8/9

È una ragazza coraggiosa e divertente Claudia Cantisani, che pubblica il suo terzo album con una delle copertine più brutte dell’ultimo ventennio. È coraggiosa e divertente per il repertorio che propone, che ce la mostra come una sorta di incrocio al femminile tra Fred Buscaglione, Paolo Conte e Sergio Caputo, dotata di una voce musicalissima e ricca di sfumature, magari non così unica come quelle dei primi due, ma senza neppure l’ombra degli inciampi di quella del terzo. È coraggiosa e divertente con questo nuovo album – dopo Storie d’amore non troppo riuscite del 2013 e Non inizia bene neanche questo weekend del 2018 – di canzoni lievi ma tutt’altro che banali, piene di guizzi funambolici, di citazioni ritmate, di swing a profusione, di schegge di vita reale, di simbolismo d’effetto e persino di slow impegnati.
Apre un brano ritmato alla Caputo, cui seguono la title-track, che presenta l’attore Alessandro Haber in veste di odierno Buscaglione, in contrappunto con la tromba dell’ottimo Sergio Orlandi e con la narrazione di Cantisani, Quel gusto maledetto, un brano di autocoscienza e crescita, quasi una jazz poetry intensa ed emozionale, la swingante Blu elettrico (l’unica cover, firmata da Caputo, presente come guest alla chitarra), con il clarinetto di Moreno Falciani a sottolineare una “poesia scritta in mezzo al traffico” e La storia di Egido, che pare scritta dal sommo Leo Chiosso, in un crescendo di vitalità e di dannati pensieri al bistrot, di fiati e di ritmi sincopati, di piatti (ottimo il batterista Massimo Manzi) e di vocalizzi, già ascoltata nel primo cd della cantante.
La follia scatta piena nel singolo Fredaster, surreale divertissement con “una bionda platinata con un culo planetario”, la partecipazione del comico de Le Iene Andrea Agresti (un Buscaglione poco conforme) e un motivetto da Trio Lescano che balla il limbo rock. Poi è la volta di Un paradiso del jazz, ripresa dal precedente cd con un arrangiamento brillante pieno di strizzate d’occhio, che non appare “leggero” nemmeno a un ascolto distratto, di Via vai, quasi un blues notturno dal testo pirotecnico dedicato al postino con una tromba sordinata in sottofondo (anche questa era nel precedente albo), di Fragole e rum, metà da big band metà da club, l’unica con la voce mixata troppo in evidenza, e della seria, quasi pop E sarà musica, con i colori della nostalgia e il crescendo finale a voce spiegata e sax in assolo melodico, ripresa dal lavoro d’esordio. E alla fine vocalese sia in Virus93, una perfetta canzone jazz, con l’assolo del pianista (marito di Claudia e coautore di tutti i brani originali, nonché brillante arrangiatore) Felice Del Vecchio.

Elga Paoli

Elga Paoli
Una vita fatta a mano (Koiné)
Voto: 8/9

Ritorna la voce così particolare e profonda della cantautrice spezzina, dopo Colpi di gonna (1994), Profumo di jazz (2010) e Il lato vulnerabile (2016). Con un percorso artistico pieno di curve e capriole, ha iniziato con lo pseudonimo Riviera, poi nei Pademonium e al festival di Sanremo 1979 con la demenziale Tu fai schifo sempre, ha accompagnato Gigi Proietti, Gianni Morandi, Renato Rascel, Sammy Barbot, Tony Esposito, prima di approdare al jazz, diplomandosi in piano al Saint Louis College e poi in conservatorio. E infine suonare nei migliori piano bar italiani e internazionali come i famosi “Le Quatre” di Rio de Janeiro e l’Hilton Park Hotel di Monaco.
Questo nuovo album dalla lunga gestazione, realizzato per la gran parte in trio con i ritmi abituali Francesco Puglisi al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria, è un lavoro intenso, con testi carichi di significati e di lirica pregnanza (con riferimenti al poeta portoghese Fernando Pessoa e al Mahatma Gandhi) e musiche sofisticate, che giocano con il jazz come fosse un antico partner di bridge, le cui “dichiarazioni” hanno significati immediati e vitali, tra cadenze spezzate, vocalità mobile e spunti sonori inattesi.
All’iniziale Settembre di matrice paolocontiana, ma senza gli orizzonti esotici dell’avvocato di Asti, sostituiti da un’introspezione più profonda e femminile, sorretta dal sospiro decadente degli archi, segue la paradigmatica Bellezza – “che cos’è la bellezza?/forse un passaggio segreto/forse l’unico senso per restare nel mondo/fa che io possa sempre riconoscerti ancora” -, i cui riferimenti sono la mitica “ragazza di Ipanema” di Tom Jobim, la tromba voluttuosa di Fabrizio Bosso e il piano discorsivo della protagonista. Poi In sogno, dove, tra poesia recitata e duetti vocali con Umberto Vitiello, si scivola in un sentire da saudade, le ballate Christine’s Smile, con il testo in inglese che ci dice che il sorriso è di chi sa apprezzarlo e l’oboe di Massimo Lamarra, e Brest, con un Bosso che disegna i colori del cielo e del mare di Bretagna, e la ritmata Dietro la porta, waitsiana e inquieta come la tromba di Bosso che ha punte quasi free.
L’unico strumentale è Without Peace, che conferma anche il talento strumentale della protagonista, peraltro in evidenza quasi in tutti i brani, e di Puglisi, mentre la successiva Canzone perduta è una canzone d’amore alla Paoli (Gino stavolta) narrata e vissuta, con i ghirigori dei flauti di Eric Daniel e Marina Acerra, e la conclusiva title-track – “un vestito da cucire addosso/ man mano che il tempo ci cambia/ è tutto incompiuto/ ogni cosa che ho fatto” – ha il sapore della sconfitta e del dolore, cui offrono contrappunti suadenti il violoncello di Giovanna Famulari e la fisarmonica di Vince Abbracciante.

Giovanni Battaglino

Giovanni Battaglino
Ricominciare dalle parole (Alfa Music/Egea)
Voto: 8

Come suggerisce Giovanni Battaglino “ricominciamo dalle parole”: «senti il peso delle cose/ approfittano di te/ te le trovi dentro il letto/ o infilate nel parquet/ quando cerchi di capire/ già le perdi, vanno via…» oppure «dove porta la vita?/ te lo chiedi in silenzio/ con lo sguardo raccolto/ dei tuoi occhi in vetrina,/ sei in mezzo alla scena…» e ancora «non c’è fretta/ di uscire all’aria aperta/ nessuno vi rincorre/ prendete il vostro tempo/ godetevi il silenzio». Testi sempre acuti, che fanno pensare in positivo, ma non sempre, che intrigano e riempiono la mente.
Un album verrebbe da dire logorroico, pieno com’è di parole, poetiche e invadenti, cantate con voce maschia e cangiante (Battaglino è attivo in numerosi progetti corali, che esplorano Bach e la teatralità, Morricone e la lirica, Gaber e la musica popolare), da quasi sottile – nella ballata d’amore acustica e triste con intermezzo strumentale in crescendo Mancato amore – a corposa e solida come nel duetto con il cantautore Marco Priotti (ascoltato nel talent The Voice of Italy 2018) nella bella Ricominci: «ricominci perché/ ti fidi ancora di te/ fosse solo per questo/basterebbe così». E proprio la voglia di un nuovo inizio dopo le chiusure della pandemia, periodo durante il quale sono state per la maggior parte scritte, offre la spinta determinante a queste dieci, sentite canzoni d’autore, incise anche grazie al crowfunding, che parlano di abbandonarsi ai propri sogni (la favola branduardiana de Il signore dei labirinti, con l’ottima chitarra acustica del titolare e i fiati jazzanti), dello scorrere del tempo (Isola pedonale, in duetto con Liana Marino), de Il peso delle cose, ritmata apertura old style con ottimi spunti jazzy dei fiati, e del ritorno nella lenta chiusa Valzer per uno spirito, elaborata con lo scrittore Enrico Chierici e con il supporto del controcanto di Olmo e della figlia Caterina al clarinetto.
E della guerra, in La giostra, dove Battaglino lascia la parola allo scrittore e storico Giorgio Olmoti, per descrivere l’irrazionale che piomba tra noi con la regolarità macabra di una “danza tragica, e persino della cecità, nella canzone-progetto Non ho occhi, con l’apertura e l’accompagnamento pianistico del jazzista Alessandro Gwiss. Da segnalare anche il lavoro intenso e determinante di Marcello Sirignano con i suoi arrangiamenti, i campioni di archi e il sintetizzatore in quattro brani. Un disco, questo secondo del cantautore piemontese (dopo Alla porta dei segni del 2019 e i quattro con l’ensemble Malecorde) che ci insegna in particolare l’attenzione che dobbiamo sempre rivolgere a ciò che diciamo o scriviamo, perché, Battaglino docet, «le parole sono una ricchezza enorme di cui spesso facciamo un cattivo uso o meglio un uso non attento e non rispettoso».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome