RIFF 2023, è il giorno dei verdetti. I film, una finestra sul mondo

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RIFF 2023
Foto di Diego Figone Sambuceti

Si chiude oggi a Sestri Levante il RIFF 2023. Il Riviera International Film Festival, come da tradizione, quest’anno ha presentato tanti eventi capaci di attirare un numeroso pubblico.

Il cuore della manifestazione resta però il concorso riservato ai registi con meno di 35 anni. Tanta, tantissima gente ha affollato le due sale del cinema Ariston per vedere questi film. Il RIFF apre una finestra sul mondo e dà a tutti la possibilità (spesso anche con i registi in sala a disposizione del pubblico) di confrontarsi con cinematografie poco conosciute e spesso sorprendenti. Il film che potrebbe fare incetta di premi è il danese Unruly (film, regia e attrice?), ma non escludiamo dalla lista dei papabili nemmeno Larry (miglior attore?), Parade e The Sixth Child.

Vi presentiamo i dieci film in gara.

Larry (Ungheria) di Szilárd Bernáth

Dopo due vittorie consecutive il cinema ungherese ci riprova al RIFF con questo film che convince appieno. Evidentemente la cinematografia magiara, almeno a livello giovanile, sta attraversando un periodo molto florido.
Qui si racconta la storia di un giovane, che fa l’allevatore ed è affetto da una forte forma di balbuzie, che dimostra un talento non comune come rapper. Sullo sfondo resta il suicidio della madre, avvenuto quando era bambino, mentre presenza ingombrante è quella del padre, con il quale si intuisce un formale ravvicinamento che non ha cancellato anni di sofferenze. Il giovane, nonostante il suo problema di balbuzie, arriverà alla finale di un talent televisivo, apice di un percorso di crescita che, si può immaginare, segnerà anche l’inizio di una nuova vita per lui.
Szilárd Bernáth racconta la storia (ispirata ad un fatto realmente accaduto) con un montaggio spesso frenetico, ma che si concede anche un lungo (e splendido) piano sequenza al momento del talent televisivo. Se il regista dimostra una padronanza del linguaggio cinematografico notevole, la riuscita del film è in buona parte dovuta anche alla splendida prova di Benett Vilmányi, grande favorito per la vittoria del premio destinato al miglior attore.

Nightsiren (Slovacchia) di Tereza Nvotovà

Un horror dark con tutti gli ingredienti del genere. La morte, il sesso, gli animali, le “streghe” e la superstizione. E poi ancora il fuoco e l’acqua, i bambini e il bosco.
Tereza Nvotovà (già vincitrice del RIFF nel 2017 con Filthy) in questo suo nuovo lavoro disegna un mosaico che ruota attorno ad una ragazza che torna nel villaggio della sua infanzia dopo aver ricevuto una lettera che le annuncia un’eredità. Nel suo passato c’è un dramma che non ha mai metabolizzato, nel suo presente la tragedia di una maternità non portata a compimento. Le tessere del mosaico vanno ad incastrarsi lentamente, capitolo dopo capitolo, ma qualcosa resta sempre in sospeso.
Non è un film facile Nightsiren, ma è un film che non lascia indifferenti. Destinato a rimanere a lungo nella memoria dello spettatore.

Parade (Lituania) di Titas Laucius

Cosa succede se la figlia della direttrice lascia l’orchestra? Mentre sono in corso le prove in vista di una fantomatica parata, la direttrice si trova a dover fronteggiare la “ribellione” della figlia, ma soprattutto si trova impelagata in un processo ecclesiale, che a tratti assume toni kafkiani, per l’annullamento del suo primo matrimonio, celebrato 26 anni prima.
Si ride, ed anche molto, ma ci commuove anche guardando Parade, un film che ruota intorno ai sentimenti che a volte ritornano e a volte ci costringono a fare i conti con il nostro passato e il nostro presente. E quando si finisce dentro una palude, l’unica cosa che conta è uscirne fuori.
Titas Laucius mette in scena un film che offre momenti visivi davvero belli, con una splendida colonna sonora, e alterna alla perfezione i toni della commedia a quelli più introspettivi. Rasa Samuolyte, l’attrice protagonista, è bravissima.

Rispet (Italia) di Cecilia Bozz Wolf

L’unico film italiano in concorso (il cinema tricolore da anni era assente dal RIFF) è stato girato in Val di Cembra ed è interamente in dialetto (ovviamente con sottotitoli).
Protagonisti del film sono un villaggio di montagna e la sua gente. Vita di provincia, ma attenzione: nulla a che vedere con Linea verde e tutti quei programmi che da anni magnificano la provincia italiana. Qui, di bello, a parte il paesaggio, non c’è praticamente nulla. Ci sono solo persone imbrutite dal tempo e dall’alcol, seguite per tutto il film senza sconti e senza nessuna volontà di abbellimento.
«Le cose del paese devono restare il paese», è la frase che riecheggia nel finale del film, mentre il mantra del “rispet” sembra sempre più una parola senza alcun collegamento con la realtà. Nota di merito per Alex Zancanella, bravissimo nella parte del “matto” del paese.

Something You Said Last Night (Canada/Svizzera) di Luis De Filippis

La musica dei Ricchi e Poveri apre e chiude questo film che, apparentemente, racconta la vacanza di una famiglia composta da una coppia e due giovani figlie. Apparentemente si diceva, perché in realtà la vacanza è solo il pretesto per indagare i sentimenti che si aggrovigliano quando il silenzio e l’incomunicabilità diventano la regola e la “diversità”, manifesta ma non citata, resta sullo sfondo a suggerire un passato di cui lo spettatore nulla sa, ma che può a suo modo immaginare.
I Ricchi e Poveri, all’inizio, sono la plastica manifestazione della distanza fra i quattro: l’illusione di ricostruire la felicità e la spensieratezza degli anni in cui le figlie erano bambine è un’utopia, che la vacanza acuisce; alla fine, però, la canzone del gruppo genovese sembra invece certificare quantomeno un riavvicinamento, la volontà di provarci ancora una volta. Nota di merito per Carmen Madonia, l’attrice attorno alla quale ruota tutto il film.

Storm (Norvegia) di Erika Calmeyer

Storm (tempesta) è il titolo del film, ma è anche il nome della bambina protagonista della storia. Siamo di fronte ad un thriller che prende le mosse da una gita nel bosco. Una mamma perde di vista per qualche istante i due figli e, poco dopo, veniamo a sapere che uno dei due è morto. È stata la sorella a buttare nel fiume il fratello?
Questo è l’interrogativo che aleggia per tutta la durata del film e che si trova a fronteggiare la mamma, nel disperato tentativo di tenere ancora unita la sua famiglia. La regia è perfetta, la fotografia bellissima, la musica azzeccata in ogni scena. Ana Dahl Torp, l’attrice principale, è bravissima, ed altrettanto brava è Ella Maren Alfsvåg Jørgensen, che interpreta la figlia. Un film che non si dimentica.

The Fence (Regno Unito) di William Stone

Tutto è anni ’80 in questo film. La musica, i vestiti, le acconciature, le auto e le moto. Siamo a Bristol, dove c’è un giovane che corona il suo sogno di comparsi di una moto. Peccato che, tempo un’ora, la moto gli venga rubata.
Una commedia? Sì, almeno per un’ora. The Fence è l’unico film del RIFF 2023 che strappa qualche risata piena, insieme a Parade. Poi però accade qualcosa che spariglia le carte in tavola, quello che non ti aspetti (o che ti aspetti, ma non vorresti accadesse) e che getta una luce diversa su tutto l’insieme. Quello che trasforma un film brillante in un qualcosa di diverso, più vicino alla vita reale.
The Fence merita di essere visto per la bravura dei due “fratelli” protagonisti, per la regia briosa, per le accurate ricostruzioni ambientali e per la sua freschezza. Ed alla fine arriva anche il messaggio fondamentale, da tenere bene a mente: è sempre meglio avere la fedina penale pulita.

The Sixth Child (Francia) di Leopold Legrand

«L’inferno è per le persone cattive». Qui, di cattivi, non ce ne sono. Ma, a ben vedere, nemmeno di buoni. C’è una coppia che vive in un campo nomadi, ha cinque figli, è povera, ed un sesto bambino non lo può proprio crescere. E c’è un’altra coppia, di avvocati benestanti, che un figlio non lo può avere ed invece lo desidera da anni. Si può “acquistare” un bambino? Questa è la domanda che aleggia per tutto il film.
Il dilemma è legale, certo, ma soprattutto etico. Il regista sospende ogni giudizio, racconta la storia senza dare patenti di moralità o immoralità; resta allo spettatore, se vuole, il compito di valutare ciò che vede. In questo caso, verrebbe da dire, la domanda è più importante della risposta. La messa in scena è perfetta, il cast importante (Damien Bonnard, per dire, lo abbiamo visto in un produzioni di successo internazionale come I miserabili e L’ufficiale e la spia). Il film assolutamente riuscito.

Unruly (Danimara) di Malou Reymann

La (splendida) scena di ballo iniziale è l’unico momento felice di un film che tocca un nervo scoperto della storia danese: le leggi sulla sterilizzazione forzata e quanto avvenuto sull’isola di Sprogø fra il 1923 e il 1961. Qui, per quasi quarant’anni, furono isolate donne ritenute promiscue dal punto di vista sessuale e dal basso quoziente intellettivo.
Il film, ambientato negli anni ’30, segue in particolare la storia di una giovane che di fatto senza un motivo si ritrova reclusa sull’isola e che tenta in tutti i modi di tornare ad una vita normale. Emilie Kroyer Koppel e Jessica Dinnage, le due attrici principali, fanno a gara di bravura. Dal canto suo la regista (olandese) Malou Reymann mette in scena un film stilisticamente perfetto, fatto e finito, pronto per approdare nelle sale o avere comunque una distribuzione importante. Assolutamente da vedere.

Where the Roads Leads (Serbia) di Nina Ognjanovic

C’è una ragazza che corre, in aperta campagna, e (almeno inizialmente) non si capisce perché. E poi ci sono due fratelli che sembrano usciti da Cinico Tv e un uomo da poco arrivato nel villaggio che, come spesso accade ai “foresti”, viene accolto con diffidenza e timore dalla collettività.
Il tempo, che sembra sospeso, è scandito dalla regista che plasticamente divide il film proprio segnando il trascorrere delle ore. In sottofondo si sente il ronzio delle mosche, mentre sul paese, che qualcuno pensa sia il paradiso in terra, ma proprio così non è, aleggia il progetto di un’autostrada che potrebbe anche segnare un rilancio economico per chi ci vive.
Nina Ognjanovic tiene alta la tensione narrativa per tutto il film, a suo modo un thriller, sia pure non convenzionale.

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