Volendo sintetizzare con una battuta quanto è successo nei loro fantastici 50 (+2) anni di carriera, potremmo dire che la PFM ha deciso di vivere nel suo piccolo mondo antico, continuando a regalare la sua musica a fan che li seguono da sempre, ma che nel frattempo hanno contagiato col loro entusiasmo figli e nipoti, garantendo così alla band oggi capitanata da Franz Di Cioccio e Patrick Djivas un pubblico composto da almeno tre generazioni.
Ne è una dimostrazione concreta il nuovo album, un live intitolato The event. Al concerto di Lugano, da cui è ricavato, hanno preso parte due special guest, il chitarrista Matteo Mancuso e Luca Zabbini all’organo Hammond. Classe 1996 il primo, nato nel 1984 il secondo, sono entrambi figli di fan storici della PFM, quindi sono cresciuti ascoltando la loro musica. Ovviamente quando Franz e Patrick gli hanno chiesto di suonare con loro, hanno accettato con entusiasmo.
Nel caso di Matteo, è stata una specie di scommessa. Infatti la band doveva fare un concerto a Lugano, ma quel giorno il loro chitarrista, Marco Sfogli, non poteva essere presente (era in Spagna per altri impegni). Così Matteo Mancuso ha imparato l’intero repertorio in soli tre giorni e assieme agli altri musicisti ha provato una sola volta. Eppure ne è scaturito qualcosa di magico, al punto che è stato scelto proprio quel concerto per realizzare questo album live.
The event è un disco da cui scaturisce una grande energia e contiene una selezione di 16 brani che partono dai primi successi (Impressioni di settembre, Il banchetto, La carrozza di Hans) e arrivano fino a Mondi paralleli, Il respiro del tempo e Transumanza jam, tratti dal loro ultimo album in studio, Ho sognato pecore elettriche (2021).

La PFM va avanti imperterrita per la sua strada, fregandosene delle mode e facendo scelte musicali coraggiose, come quella di inserire nell’album parecchi brani strumentali. Per questo si autodefiniscono «folli e incoscienti». Amano salire sul palco a modo loro: «Ormai abbiamo fatto qualcosa come 6.000 concerti, 550 dei quali solo tra Stati Uniti e Canada. Da sempre ci rifiutiamo di usare i computer, questo fa sì che non esista un concerto uguale a un altro. Magari modifichiamo soltanto una nota, un accordo, ma ogni sera è diversa da quella precedente e da quella successiva. Questo a noi regala una gioia immensa, e pensiamo che la stessa sensazione la provi il nostro pubblico. Ormai è cosa nota che ci sono concerti in cui le parti pre registrate arrivano anche all’80%: a un concerto della PFM non è mai successo e non succederà mai».
Scherzando ma non troppo, aggiungono: «Ogni tanto ci domandiamo se prima o poi qualcuno inventerà un’intelligenza artificiale che possa fare un concerto assieme alla PFM».
Ci tengono a sottolineare che questo, come gli altri 15 album live che hanno pubblicato in passato (il primo, Live in Usa, è del 1974), sono tutti rigorosamente album “dal vivo” nel vero senso della parola: «Non c’è una sola sovraincisione. Ci rifiutiamo di andare in studio, come fanno quasi tutti, per correggere eventuali piccoli errori o migliorare un suono. Per noi il concetto di musica dal vivo è sacro. Spesso abbiamo perso occasioni di andare in televisione perché ci chiedevano di suonare in playback».

Altro punto. Non vogliono essere ingabbiati in nessun genere musicale, nemmeno quel prog rock che pure agli esordi ha fatto la loro fortuna: «È vero che il prog è un genere che ne racchiude molti altri, rock, jazz, folk, classica. Però tutto a pezzettini. Noi invece amiamo spaziare e realizzare grandi progetti. Lo scorso febbraio, per esempio, siamo andati in Messico a suonare con un’orchestra sinfonica, e già 10 anni prima avevamo inciso un album intitolato PFM in Classic – Da Mozart a Celebration. Nel 1977 negli Stati Uniti un nostro disco, Jet Lag, ebbe un buon successo. I nostri discografici ci chiesero di inciderne un altro con quel mood, noi invece ci buttammo a capofitto nel jazz. Ecco, ci piace suonare quello che ci va in quel preciso momento, fregandocene dei generi e delle mode».
Tornando alla battuta iniziale, quel “piccolo mondo antico” in cui hanno deciso di vivere, lo fanno a 360°. Dischi “fisici” se ne vendono sempre meno e ormai conta quasi soltanto lo streaming? Bene, loro pubblicano un elegante Cd. E lo presentano alla stampa organizzando un pranzo per una ventina di giornalisti di settore, avendo l’accortezza di far avere a tutti il loro nuovo lavoro con largo anticipo in modo che lo si possa ascoltare con calma e regalano ad ognuno dei presenti una copia personalizzata e autografata (nota di chi scrive: ormai nella maggior parte dei casi gli uffici stampa ti chiedono di fare interviste o “recensire” dischi facendoti ascoltare frettolosamente 3 o 4 brani).

L’incontro con la PFM si chiude con una sorta di “off topic”. A fine incontro, prende la parola Cinzia, la primogenita di Franz. Dice di essere orgogliosa e felice di averlo come padre. Racconta che quando lei è nata, lui era in sala con Lucio Battisti a incidere Fiori rosa fiori di pesco. E che si ritiene una privilegiata perché la famiglia in cui è cresciuta le ha offerto la possibilità di conoscere persone davvero straordinarie, per esempio Fabrizio De André. Aggiunge che sua madre era una persona straordinaria, dotata di un grande coraggio, e quindi merita profondo rispetto.
Pur senza mai citarla, è chiaro il riferimento a sua sorella Elena, che recentemente ha dato alle stampe un’autobiografia molto sofferta, Cattivo sangue (Vallardi), in cui si racconta senza nascondere nulla, parlando della difficile separazione dei suoi genitori, di mamma Anita (suicidatasi nel 2016) e raccontando che il loro fratellino era morto soffocato a soli tre anni.
Eventi alquanto dolorosi per tutti coloro che li hanno vissuti, e che evidentemente hanno lasciato molti strascichi non facili da superare.






































