Ascoltare per decidere, questo l’imperativo per affrontare il retro soul delle Everettes, il West Coast Soul di Emm Gryner e lo yacht soul di Joel Sarakula. Tutti e tre questi artisti affrontano il tipico genere afroamericano con una sfaccettatura particolare, che potrebbe anche far storcere il naso ai puristi, sia per un ancoraggio troppo pedissequo al passato sia per le divagazioni troppo lontane da quella stessa matrice originaria. Insomma per stabilirne l’effettiva qualità sonora non ci resta che aprire bene le orecchie.

The Everettes

The Everettes
Soul Steps (Waterfall)
Voto: 8

“Passi del soul” e “passi dell’anima”, il doppio significato del secondo album della band che opera tra Berlino e San Diego esprime esattamente da un lato i loro riferimenti musicali profondamente radicati negli anni 60 (in particolare nel solco dei gruppi vocali al femminile, come del resto non poteva essere altrimenti con il trio di vocalist che allineano), dall’altro il percorso di crescita personale che tutti dobbiamo affrontare, sia in rapporto con gli altri sia per valorizzare noi stessi, affrontato nella gran parte dei testi delle canzoni.
L’inglese Jess Roberts, dal timbro più blues ed esperienze acid jazz da solista, Katharina Dommisch, più melodica e limpida, e Laura Niemeyer, la più marcatamente soul, sono delle vocalist che coprono pressoché tutto l’arco della musica black che più black non si può e sono sorrette da una band che pompa alla grande, grazie alla sezione ritmica formata da Alexander, fratello di Katharina e boss dell’etichetta Waterfall, a chitarra e basso e dal batterista Maximilian Schubert, che collaborano con le cantanti alla stesura di alcuni brani, e a quella dei fiati, che corrono in parata, non di rado con il supporto di un quartetto d’archi ospite, insieme al tastierista Joel Sarakula e a Jean-Luc Jossa dei Ruffcats alle percussioni.
Più mature rispetto a quelle dell’album precedente del 2020 titolato con il nome del gruppo (e anche a Pocket Full Of Soul pubblicato in Giappone nel 2012 a nome The Floorettes, ensemble da cui proviene metà band), le 12 canzoni di Soul Steps, quasi tutte sono più brevi di tre minuti alla vecchia maniera, offrono un panorama variegato di retro soul e rhythm & blues dei sixties, quello delle etichette Stax e Motown, con l’aggiunta di suoni californiani rock-pop e di funk pieno.
Tra i brani segnaliamo l’iniziale Into The Night, dal sapore orchestrale e northern soul, So Many Ways che rincorre il sound di Filadelfia, la Number Nine classicamente “staxiana”, Good Life e i suoi intrecci fiatistici e vocali, l’intensa e inquieta ballad soul Heads Up High. E ancora il primo singolo, l’errebì solido Soul Thing, il blues uptempo Red Flags, “Make It Right”, che combina intense melodie e ritmi funky, e Forever True, che conclude il disco in modo elegante e fluido con grandi archi. Un valore aggiunto lo offrono i testi, intelligenti e lirici, ancorati a temi importanti del nostro tribolato vivere quotidiano.

Emm Grymer

Emm Gryner
Business & Pleasure (Légère)
Voto: 8/9

Se facessimo un sondaggio su chi tra i nostri lettori conosce Emm Gryner avremmo certo dei risultati deludenti, anche se ha pubblicato con quest’ultimo Business & Pleasure ben 22 album e 4 EP a suo nome. Molti non sono stati pubblicati né importati in Italia certo, ma la cantautrice canadese di sicuro sa il fatto suo, ha una voce sfaccettata e convincente e il suo lavoro ha riscosso e riscuote successo e attenzione. Ad esempio sul nuovissimo lavoro dal vivo dei Def Leppard con la Royal Philharmonic Orchestra fa la sua bella figura la versione di Pour Some Sugar On Me tratta dal suo album di cover del 2001 Girl Versions e cantata da lei al piano insieme a Joe Elliott.
Grymer ha raggiunto la notorietà come corista e tastierista nella band di David Bowie a cavallo del 2000, ha fatto parte di alcune band apprezzate in patria come il trio folk al femminile Trent Seven e i rocker Trapper, ha vestito i panni di Joni Mitchell a teatro e ha pubblicato il libro The Healing Power Of Singing. Il suo riferimento stilistico resta, fin dall’adolescenza, Michael McDonald, il grande cantante dei Doobie Brothers e poi solista di razza pura, capace di unire pop e soul in una formulazione elegantissima.
Con una serie di collaboratori top – il batterista Shannon Forrest (Toto), il tastierista Pat Coil (Michael McDonald), il bassista Larry Paxton (Alison Krauss) e i chitarristi Tom Bukovac (Taylor Swift) e Pat Buchanan (Hall & Oates, Dolly Parton) – Emm propone nel nuovo cd 10 brani inediti e riprende la delicata Real Love dei Doobie. Scritte con il marito Michael Holmes, editor e poeta (sue le raccolte I Wanted To Ask You, Satellite Dishes From The Future Bakery, Got No Flag At All e Parts Unknown e il romanzo Watermelon Row), le canzoni scivolano nelle orecchie come la Nutella sul pane e le riempiono di sensazioni vive, le sanno incantare e le incollano alle casse dello stereo meglio del Super Attak.
Il loro mix di pop eighties della West Coast e di soul Motown ne fanno un accattivante viaggio sonoro tra il pop-soul quasi classico di Loose Wig con ottimi spunti chitarristici, la Jack (dedicata all’attore e cantante Jack Wagner) un po’ alla maniera dei Fleetwood Mac, la super estended version del singolo Valencia dal profumo jazzy, il soul-blues Summertime ritmato dal clapping e ispirato da Anita Baker, la brillante The Chance che potrebbe essere proprio di McDonald (è un complimento e non un’accusa), l’emozione distillata della ballad The Queen al solo piano. E ancora The Second Coming appena tinteggiata di funk, Strangers And Saints dal taglio lounge e la coda jazz, cui va il premio del testo più bello tra molti testi di alto livello, il pop elegante di Burn The Boats e la Don’t Give In dall’andamento appena rockeggiante.

Joel Sarakula
Island Time (Légère)
Voto: 7/8

È nato in Australia, ma da molti anni vive a Londra, se si eccettua la pausa che durante la pandemia lo ha trattenuto nell’isola delle Canarie Las Palmas, Joel Sarakula, produttore, tastierista e cantante arrivato al suo ottavo album da solista. Il nuovo lavoro si intitola Island Time con un riferimento immediato al domicilio dove ha composto alcuni di questi brani – che però ha poi registrato in Olanda e rielaborato con il contributo via Internet di vari collaboratori – e continua a distribuire con eleganza e nonchalance un soulful pop di ampio respiro, direttamente ispirato da certe esperienze anni 70 (diciamo Hall & Oates e Michael Franks, per fare due nomi), arricchite da suadenti e attuali spruzzate di soft-rock, funk, reggae e disco.
Sarakula ci racconta in musica la vita sull’isola e come la pandemia ci abbia reso delle isole sociali, la frenesia delle corse in città, la solitudine e l’automazione del mondo che ci circonda, l’amore romantico e il nostro rapporto con la natura, espandendo la gamma sonora rispetto ai suoi due cd più recenti, Love Club del 2018 e Companionship del 2020, che già avevano raccolto le attenzioni dei deejay specializzati. Inciso in trio con Phil Martin dei Dawn Patrol alla batteria (ma è anche l’ingegnere del suono e il coautore di sei brani, firmati con il suo nome anagrafico Timothy van der Holst) e Xavier “Captain Fix” Clarke degli Itchy Teeth alla chitarra e al basso (coautore, con Joel e Paul, di tre brani) e l’aggiunta di qualche ospite, Island Time presenta nel testo della title-track la parola d’ordine dell’espressività attuale del suo autore: “Non disturbarmi, vivo all’ora dell’isola, non disturbare la mia mente ancora una volta”, il tutto al ritmo ondulatorio di un pop-reggae british degli anni 70.
Il clima generale è rilassato e yacht soul, come si usa dire per uno stile aperto al sole, al mare, al vento, eppure ancorato alle radici black, ed è pieno di sintetizzatori e drum machine. Si passa dal pop elegante e danceable di Love My Shadow alla quasi disco di Sun Goes Down, dal soul delicato di Work For Love a quello più da ballad di Tragic (dove c’è anche la mano di Arto Boyadjian dei Dutch Eagles alla composizione e al basso), dalla neo-disco di Lonely Town (scritta con Alexander Dommisch della band Everettes, impegnato anche alla chitarra in alcuni brani) al soft-rock di Truth, fino ai ritmi latineggianti delle conclusive Dream Life e Dinosaur, quasi un samba contro il cambiamento scritto con Paul Milne dei Green Seagull. Un ascolto rasserenante, “sognando in grande e vivendo lentamente”, come diceva una vecchia canzone di Joel.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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