“Still”. La storia di Michael J. Fox

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Michael J. Fox

Da venerdì 12 maggio è disponibile su AppleTV+ Still – A Michael J. Fox Movie, film-documentario sulla vita del celebre attore canadese, diventato icona di un’intera generazione per il suo ruolo di Marty McFly nella trilogia di Ritorno al Futuro, ma anche per essere stato Alex P. Keaton in una delle sitcom più di successo degli anni Ottanta, ovvero Family Ties – che in Italia era Casa Keaton.

Diciamoci la verità: stiamo vivendo in un’epoca in cui i documentari, siano essi mini-serie o film come questo, stanno vivendo una golden age che fino ad un decennio fa era davvero impensabile. Tantissimi lavori sono andati a riempire le varie piattaforme streaming, molti davvero interessanti, se non addirittura indispensabili, altri (la maggioranza, purtroppo) assolutamente dimenticabili. Spiace dirlo, ma i documentari dedicati alle celebrities, spesso ricadono in questa categoria.

Ecco, questo film, diretto da Davis Guggenheim, è un’eccezione.

Se, come me, siete amanti del cinema e della TV, la storia di Michael J. Fox dovrebbe esservi ben nota. Nel 1991, durante le riprese della commedia Doc Hollywood, quando era all’apice del suo successo, a Fox viene diagnosticato il morbo di Parkinson. Michael aveva 29 anni all’epoca.

In un’opera di levatura medio-bassa, questa storia di vita spalancherebbe le porte al voyeurismo Barbara D’Urso-style, a tutta quella retorica del “combattere la malattia” che obiettivamente ho sempre trovato priva di senso.

Still fa un passo indietro e prende le distanze dalla TV spazzatura.

Da un lato racconta la carriera di Fox, dalle difficoltà degli inizi, dove per sopravvivere era stato addirittura costretto a vendere il proprio divano (pezzo per pezzo), all’Olimpo di cinema e TV, fino alla diagnosi e agli infiniti sotterfugi per nascondere i tremori sul lavoro (ricordo che per anni, da ragazzino, mi chiedevo: “Ma perchè si mette sempre a posto il polsino della camicia?”; ecco, risposta trovata).

Piccola nota stilistica: bellissima l’idea di accompagnare la narrazione con immagini estrapolate dai suoi film, ricontestualizzate come se fossero davvero scene di vita vissuta. 

Dall’altro apre una finestra sulla sua vita di tutti i giorni, oggi, raccontando le difficoltà della convivenza con la malattia, divenute ormai insormontabili, ma vissute sempre senza piangersi addosso, sopraffatte costantemente dalla gioia di vivere. Il racconto c’è, e in certi momenti è davvero malinconico, duro, ma al tempo stesso è pacato e rispettoso.

Still in inglese significa “immobile”, una condizione che Fox dichiara di non aver mai sentito come propria. Dal suo stile recitativo, sempre fisico, veloce ed elettrico, al lifestyle frenetico da star hollywoodiana fino ai tremori della malattia: «Io non sono mai stato immobile in vita mia», dice.

Durante la visione mi sono chiesto quale fosse il senso profondo di un film come questo. Forse, come hanno scritto alcuni, dopo anni di positività e di energie spese anche a prendere in giro la malattia (con quel senso dell’umorismo e quei tempi comici mai abbastanza elogiati), Fox sta “lasciando andare”. Forse, ma non credo.

Poi ho ricordato questa cosa: se digitate il nome “Michael J. Fox” su Google, qui negli Stati Uniti non esce “attore”, ma “attivista”. Da più di vent’anni, infatti, Fox, con la sua Fondazione, ha sostenuto la ricerca per trovare una cura al Parkinson, raccogliendo nel complesso più di due miliardi di dollari. 

Ecco allora che, invece, questo film è un’opera di sensibilizzazione, un ennesimo promemoria a continuare a lavorare per risolvere un problema che esiste. È lì e da solo non se ne va.

E quindi, ancora una volta, mi dite come facciamo a non essere grati a questo piccolo grande uomo?

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