Marco Mengoni: di vita e viaggi, di rabbia e colori (intervista)

A due giorni dalla pubblicazione di "Materia (Prisma)", l'artista racconta, con sincerità e passione, tutti i colori artistici e personali di un frangente di vita da celebrare con grande soddisfazione.

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Marco Mengoni
© Andrea Bianchera

A due giorni dalla pubblicazione di Materia (Prisma), capitolo conclusivo della trilogia Materia, Marco Mengoni ha svelato ieri i nomi dei tre artisti con i quali ha collaborato nell’album, e i titoli dei relativi brani: oltre alla già annunciata Elodie (Pazza musica), dunque, Mengoni canterà con Ernia Fiori d’orgoglio, e con Jeson Lasciami indietro.

E così, con il completamento della tracklist, si rendono visibili tutte le tessere che compongono un disco lacerante e rabbioso, poetico e appassionato, di carne e pioggia, temerario e frangibile; un disco il cui livello artistico si presenta davvero alto, compiutamente maturo dal punto di vista tecnico e sfrontatamente sincero sul versante emotivo, che Marco ha raccontato in una lunga e amichevole chiacchierata con la stampa.

Grandi occhi stanchi ma rilucenti di una soddisfazione impossibile da celare, l’artista, con la genuinità quasi fanciullesca e la profondissima leggerezza che ne rappresentano il marchio di fabbrica, ha spaziato in lungo e in largo tra le trame del suo lavoro discografico, imboccando qui e lì deviazioni che l’hanno riportato, o condotto, a Sanremo e a Liverpool, ai giorni della scrittura e a quelli dei viaggi, a un presente di soddisfazione e di convinto impegno sociale e a un futuro di vita di cui far note e inchiostro.

DA SAN SIRO A LIVERPOOL, DUE ANNI IN DUE MINUTI

MARCO RACCONTA MATERIA (PRISMA)

Marco Mengoni

Il featuring con Elodie: Pazza musica

Il feat. è con una persona che ormai posso definire un’amica e non più solo una conoscente, perché siamo molto in sintonia su tantissimi discorsi che facciamo. Avevamo già in mente di fare qualcosa insieme ed è nato questo pezzo. Andiamo incontro all’estate ma siamo un po’ in controtendenza: non abbiamo messo molti ritmi latinoamericani in questo pezzo. Quindi, spero venga accolto bene proprio per questo, perché è un po’ controcorrente. Ovviamente, è anche un po’ un augurio per noi stessi: sorvolare, scivolare sopra le paure e l’ansia è una cosa che abbiamo in comune, io ed Elo.

Questo lavoro ti porta, a volte, ad avere paura e ansie: speriamo che la musica, questa pazza cosa che è stata inventata dall’uomo, ci faccia uscire fuori da quella paura.

Il featuring con Ernia: Fiori d’orgoglio

Passiamo da un’amica a un amico, uno, secondo me, degli artisti che hanno scritto uno degli album più belli degli ultimi dieci anni. Gli ho chiesto di poter fare parte di questo capitolo che è importante per me anche perché, quando sentii per la prima volta “Io non ho paura”, ho subito voluto entrare a farne parte, in qualche modo.

Questo pezzo in scrittura è nato come totalmente mio, che avrei cantato io da solo; è già, per natura melodica, non rap ma molto serrato, veloce, con tantissime parole: dato che comunque la mia voce tende sempre a “melodicizzare” anche le melodie più serrate, volevo provare a vedere come suonasse la seconda parte cantata da qualcuno che mastica un po’ di più il rap rispetto a me. In verità, lui ha iniziato con una prima parte di strofa molto più melodica: quando l’ho sentito la prima volta, sono rimasto abbastanza sorpreso. Credo sia uscito fuori un bel mix.

Per la produzione di questo pezzo abbiamo preso molta ispirazione da Kendrick Lamar: non so se può proprio essere considerato un artista di musica elettronica, ma nella sua produzione musicale ce n’è tanta. Una elettronica che viene più dal tribal, non propriamente ed esclusivamente europea. Più dal Sud, più da sotto Pantelleria, da oltre la Sicilia (ride, n.d.r.).

L’accento sulle ritmiche

Sicuramente in questo disco è stato posto molto l’accento su tutto quel che riguarda le ritmiche, sono stato molto più attento a questo, al ritmo e a tutto ciò che può includere il mondo percussivo. Ho cercato anche di dare dei colori diversi alla mia voce, usandola e passando per la prima volta in plug-in che non avevo ancora sperimentato per darle paste e prospettive diverse; nella maggior parte dei pezzi è abbastanza cruda, come la lascio sempre, naturale, ma in questo album ho voluto fare da prisma alle mie corde vocali.

The damned of the Earth, il brano più complesso

Parlando di tribale, e di suoni che provengono da lì, questo è il pezzo che ci ha messo più tempo a nascere e a crescere, e ci ha ispirato da un saggio di antropologia psichiatrica scritto da Frantz Fanon, “I dannati della Terra”. È un pezzo che contiene tantissimi spunti e messaggi, e tantissime riflessioni e parole, sulla società che vivo e sulla Storia che abbiamo vissuto, che qualcuno ha studiato e qualcun altro mi sa di no. 

Il problema o la bellezza di questo pezzo, almeno per quanto riguarda il mio punto di vista avendolo fortemente voluto e voluto scrivere, è che ci siano tanti spunti. Siamo passati, insieme a Fabio (Ilacqua, coautore del testo, n.d.r.), dal caporalato al comprendere tutto quello che ha fatto Fanon; lui è stato molto famoso perché ha sottolineato che non c’era un “assolutismo” nel curare delle persone. Al tempo c’erano dei malati di patologie psichiatriche che venivano curati tutti con lo stesso standard, e volevo un po’ riprendere questo concetto per portarlo ai giorni nostri: delle volte è come se ci fosse un assolutismo per tutto, come se ci fosse già un filo che deve predominare per affrontare determinati temi.

Storia e diritti, una lunga strada da percorrere

In questa canzone abbiamo preso il caporalato come esempio di qualcosa di ingiusto. Così come è qualcosa di ingiusto non spiegare delle frasi che si dicono per quanto riguarda i diritti, la libertà, l’evoluzione che deve avere la nostra società. Ci sono molti riferimenti storici perché in verità c’è stata una evoluzione della nostra società e dell’uomo per quanto riguarda il diritto di essere liberi e di poter esprimere la propria pelle, il proprio pensiero, la propria sessualità. Per questo dicevo che si tratta di un pezzo molto complesso, che parla di tantissimi temi e di quanto cammino si debba ancora fare su questo. È un pezzo che parla delle paure del passato che però si riflettono, per forza di cose, sul presente.

Non sono il primo a usare la parola “paura”: ho paura per il modo nel quale si stanno affrontando dei temi, soprattutto nel nostro Paese. Il caporalato non esiste solamente in Italia, ma è stato un problema nel mondo: proprio per questo volevo fare una similitudine e prendere delle cose del passato per raccontare il presente. C’è il discorso di Nelson Mandela — e ringrazio la Fondazione Mandela per averci autorizzato a usarlo —, c’è un po’ di tutto, ci sono tantissimi temi all’interno di questo pezzo, e ogni volta che lo riascolto. rimango pure io stesso un po’ sorpreso per quante cose, forse troppe, ho messo all’interno di cinque minuti di canzone.

Uomini liberi… abbastanza

In “The damned of the Earth” ci sono tantissime voci che urlano, che gridano, c’è una batteria che martella costantemente… ecco, credo che sia giusto continuare a martellare su alcuni temi: che la donna sia libera di usare il proprio corpo come vuole, che tutti si possano sentire liberi di essere se stessi. Parlo di questo cammino. Ovviamente, racconto e cerco di spiegarlo prendendo delle cose del passato, come le marce per la libertà e le battaglie che si sono combattute per diventare quello che abbiamo la possibilità di essere oggi: uomini liberi… abbastanza. Però non è abbastanza: c’è da camminare ancora. E mi spaventa che si possano fare dei passi indietro. Ecco perché cerco di urlare il più possibile e spero che questo arrivi a quante più persone possibile. 

La Progress Pride Flag all’Eurovision

Come cerco di fare da 13 anni, sui palchi e nei miei concerti, e nei miei dischi, quando la paura sale, e sento un po’ più di timore che questa cosa stia sfuggendo di mano — viviamo in un mondo talmente tanto veloce che, a volte, i messaggi che si lanciano senza nemmeno dare tante spiegazioni, entrano a far parte dell’abitudinario, della vita di tutti i giorni —, non posso che sperare che non si perda l’attenzione su questo: bisogna capire che stiamo parlando di esseri umani, di noi stessi.

Mi è venuta all’ultimo momento di portare, per la Flag Parade, quella bandiera che non è solo la bandiera LGBTQ, ma è la bandiera dell’inclusività, che comprende tantissime cose al suo interno, tutte le cosiddette “minoranze” che compongono la nostra società. Era come se volessi dare il messaggio che l’Italia non deve fare passi indietro, dobbiamo essere tutti allineati. Sicuramente, l’Europa è un po’ più avanti di noi su questi fattori, perciò bisognava urlarlo, e ho avuto la possibilità di farlo davanti a tante, tantissime persone. E volevo anche ricordare un po’ all’Europa che tanti la pensano come me, e quindi era come dire “ci siamo, siamo tutti insieme e siamo qui uniti per la musica e sicuramente uniti anche per la libertà dell’uomo”. 

Società e direzioni opposte

Finalmente, ho avuto anche dei commenti negativi: pochi, pochissimi, ma evidentemente questa cosa a qualcuno dà ancora fastidio, o almeno muove un po’ di riflessioni. Anche perché, ripeto, ci possono essere persone che hanno un’idea completamente diversa dalla mia e un vissuto diverso dal mio, e che vivono in una società diversa da quella nella quale vivo io tutti i giorni, nella quale ciò che sento mi sembra un po’ anacronistico.

Però è giusto ascoltare e comprendere cosa c’è dietro quel giudizio dato con così tanta forza e assolutismo; io ho sempre cercato, in questi tredici anni, di non distaccarmi dalla realtà frequentando amici che non fanno il mio lavoro, che non pensano che io sia un dio dell’Olimpo solo perché faccio musica e, non avendo uno stuolo di assistenti che fanno le cose al posto mio, cerco di vivere immerso nella società: ecco, la società in cui vivo stride con quello che a volte ascolto dagli altri e con il modo in cui si stanno muovendo delle cose oggi. Non ho paura solo io: ce l’ha pure Trudeau, un po’ di paura. Quindi… urliamo.

La collaborazione con Fabio Ilacqua

Le collaborazioni con Fabio in questo album non sono le prime e non saranno le ultime, perché ormai è mio fratello. Con lui ci compensiamo completamente, come due tessere di un puzzle perfettamente incastrate. Lui è una delle persone, nel mio ambiente di lavoro, che amo e alle quali voglio più bene in assoluto. È un po’ un mentore e un maestro come penso io sia per lui, nonostante io sia un po’ più giovane, con meno esperienza, con molti meno libri letti e con molti meno quadri dipinti, perché lui dipinge: abbiamo anche questa passione in comune.

Credo che ci si compensi perché lui riesce a mettere a posto i miei pensieri meglio di me e perché sembra superficialmente rimasto a un certo tipo di musica e ispirazioni, ma in realtà si lascia assolutamente trasportare da tutta la novità che io gli porto facendogli ascoltare, per esempio, James Blake: lui è rimasto a Guccini, che non è proprio male! (ride, n.d.r.)

Sono un po’ il fratello piccolo che porta cose un po’ più moderne all’altro, che invece riesce a mettere a posto e con profondità dei pensieri.

A che piatto assomiglia Materia (Prisma)

Non è incredibile che ho già la risposta? (ride, n.d.r.) Lo identificherei col mio piatto preferito ever: le melanzane alla parmigiana. Perché ci sono tantissimi strati, un bel po’ di colori — della melanzana alla parmigiana non si vede il viola ma c’è, come c’è il rosso del pomodoro, c’è il parmigiano che è bianco, il basilico che è verde — ed è una grande esplosione di sapori che poi cambiano a seconda di come la mangi.

Il nuovo tour: cosa cambierà?

Questo tour fa parte sempre dello stesso progetto, è un continuum, però ovviamente cambierà: tanto è dato da “Prisma” e tanto è dato da me a prescindere, perché comunque avrei cambiato delle cose esteticamente sul palco e come scaletta, perché non riesco a fare a stessa cosa per più di tot volte. Non so se riuscirò a fare tutti i cambiamenti, il mio staff già sta con le mani tra i capelli! (ride, n.d.r.)

Da Sanremo a oggi, un viaggio senza soste

Io non so come riesca ancora a parlare e a costruire delle frasi più o meno di senso compiuto. Ne sto parlando un sacco con la mia psicologa, in effetti, perché ogni tanto mi sento come se non potessi più condividere e dire niente, come se il mio cervello fosse completamente in panne. Lei mi spiega tutto il procedimento di stress che avviene nel corpo e nel cervello, che dipende ovviamente dalla pressione.

Perché poi nessuno ci pensa mai: ti dicono “stai facendo delle cose pazzesche, fighissime”, e ovviamente so di essere un privilegiato, un iperfortunato, ringrazio tutti nel mondo visibile e invisibile per avermi permesso di fare questo… e però, al prossimo che mi dice “ma tanto tu canti, non è che chissà che lavoro fai”, io giuro che gli do un abbraccio prima, perché la violenza mai, però poi gli tiro un’occhiata che lo incenerisco. Questo è un lavoro che sicuramente passa per una emotività fortissima, una grande pressione, e per quanto tu possa essere cresciuto, aver imparato pensare a respirare e meditare, è comunque molto stressante.

La solitudine come necessità

Nell’ultimo anno io non ho proprio una vita: i miei amici mi reclamano, ma a volte non hai proprio la forza. Perché, oltretutto è bellissimo condividere tutto questo amore, questo affetto, questa energia, però quando torni a casa e hai un attimo per stare con te stesso, non ti va di vedere nessuno. Può sembrare che tu lo faccia apposta a non voler stare con altre persone, ma è proprio un momento di stacco che serve, sennò non riesci a essere concentrato. E nemmeno a essere soddisfatto per le cose belle e brutte che fai.

Non è proprio così facile mantenere questo mestiere in un determinato modo, soprattutto se ti occupi di ogni dettaglio: io cerco di seguire tutto, e in questo anno seguire tutto è stato proprio un lavorone. Fortunatamente, ho anche delle persone che lavorano con me che aiutano, però è normale che sei tu in prima linea e sei l’unico a salire sul palco.

Soddisfatto di quest’anno?

Dopo questo disco, dico “Bravo Marco, l’hai portata a casa bene”, e sono molto soddisfatto. Sul resto, io ovviamente non potevo deciderlo: dovevo cercare di fare il meglio, di divertirmi e di godermi ogni momento, cosa che non avevo fatto nella “prima vita”. Nella “seconda vita” che mi è stata concessa, non mi aspettavo minimamente di avere il risultato che ho avuto a Sanremo, e non mi aspettavo neanche che l’Europa reagisse in questo modo all’Eurovision.

Mi sono divertito moltissimo e sono anche molto soddisfatto di alcune cose: ho cercato di studiare il più possibile e di ascoltare il più possibile perché non volevo ritrovarmi a essere frustrato dopo le interviste in inglese, dunque mi sono fatto un mesetto intensivissimo proprio per poter capire gli altri e farmi capire dagli altri perché c’erano tante cose che volevo dire. Molto soddisfatto: da uno a dieci, cento.

Le differenze tra una trilogia e un album singolo

Dal progetto “Materia” ho imparato che non farò mai più una trilogia in un anno e mezzo, mai più! (ride, n.d.r.) È un lavoro su se stessi incredibile, perché di solito hai il tempo di richiedere a te stesso di prendere dalle tue esperienze e da quello che vivi, almeno due anni di tempo. In questo caso, era come se fosse una continua analisi su te stesso, su quello che stai vivendo, su quello che vivrai. Quindi, ero costantemente su emotività, sensazioni… ovviamente, anche vivendo tutti i giorni il più possibile in mezzo agli esseri umani come me e capendo quali fossero le esigenze degli altri. Da una parte, è una cosa bellissima — essendo una persona curiosa, mi piace scoprire di me e degli altri, attraversarli —, ma dall’altra questa costanza ti porta un po’ a stancarti e a non avere più tantissima concentrazione, come dicevo prima.

È stato un bel viaggio, di quei viaggi che ti ricordi proprio perché sono stancanti e perché ne hai viste tante: mi sono svegliato delle mattine con l’alba, bellissima, in mezzo al deserto, ho preso delle barche, ho portato degli zaini pesantissimi, ho visto animali che non avevo mai visto… “Materia” è stata un viaggio che mi ha permesso di vivere tutte queste cose, e proprio per questa ragione deve rimanere un’opera unica. 

Dischi come finestre aperte

La differenza con un disco è che questo progetto doveva seguire quello che avevo sognato e desideravo, e non era possibile raccontarlo in un disco solo, non c’era abbastanza spazio. Dopo la prima uscita, dopo “Terra”, era lasciato tutto aperto: un disco da solo è invece un disco che puoi chiudere, che puoi scrivere in due anni, o in tre, ma poi va chiuso, non puoi lasciare finestre aperte. 

Per il mio carattere, lasciare la finestra, la porta aperta è fondamentale, perché siamo iper ricettivi, tutti. Questo lavoro doveva modificarsi pian piano, e ovviamente un disco che esce “one shot” non può dartelo, questo mutamento. Però sicuramente sono cambiate tante cose da “Terra” a “Prisma”.

Pezzi simpatici e altri… meno

C’è un pezzo che mi sta simpatico, mentre altri mi stanno antipatici: sono quelli ai quali hai lavorato con maggior fatica, e quindi sicuramente hai ascoltato un po’ di più… questo pezzo (che mi è simpatico), in particolare, è un regalo: ho lavorato tanto sulla produzione, sull’arrangiamento, ma è un pezzo di quelli che, quando non mi va di ascoltare musica, posso ascoltare perché non mi stufa e non mi ricorda cose laboriose.

Invece uno che mi ricorda tante cose laboriose, anche se ha pochissimi strumenti, è “Appunto 5: Non sono questo”: quattro note di pianoforte e un synth bass. Comunque, sono molto contento di questo disco, e non mi capita da 13 anni di essere così contento. 

Come dicevo prima, c’è un pezzo che è un regalo di Edoardo, Calcutta (“Due nuvole”, n.d.r.): mi è arrivato tutto spoglio e ho cercato di rivestirlo un po’ dell’ultimo Battisti, quello più sperimentale e psichedelico. È il pezzo che mi mette più gioia ascoltare perché ti senti una nuvola, mi alleggerisce, e fa da contrappeso a tutta la sostanza un po’ più “pregna” degli altri brani: cioè, “Lasciami indietro” è arrabbiatissimo, “In tempo” è un po’ arrabbiato, contro tutti quelli che non ti pensano veramente, che non sono completamente in connessione con te, che non ascoltano quando gridi e chiedi aiuto.

E poi ci sarà da ricominciare

Staccare completamente è peggio, è molto peggio, perché il contrappeso è troppo “slivellato”, quindi non finirò veramente e totalmente: ci sarà il tour che metterà un po’ di pressione, divertimento e tanta energia; poi mi fermerò un secondo e ripartirò in Europa con una sfida ancora più grande perché comunque andremo a fare posti molto più grandi rispetto all’ultimo tour, non sono più club ma quasi palazzetti.

E poi bisogna fare un viaggio il prima possibile, perché se non vivi non nasce neanche l’idea di scrivere qualcos’altro, anche se ci sarebbero ancora tante cose da scrivere. “Materia” è un progetto che faceva parte di un’idea molto precisa: questo mio sogno doveva descrivere delle cose, e queste cose dovevano crescere con lo scorrere del tempo e con l’uscita dei dischi. Perché poi sono sempre io quello che non vorrebbe mai chiudere i dischi perché non sono mai soddisfatto di quel che sta venendo fuori. Con questo progetto avevo l’opportunità, da disco a disco, di fare delle modifiche e di centrarmi meglio, di centrare meglio l’idea che era in origine.

Una marea di viaggi

Ho una marea di viaggi nella testa: ho bisogno di vivere all’estero per due mesi. Forse all’Eurovision ho avuto la riprova di voler essere cittadino del mondo, di voler conoscere e attraversare dei modi diversi di vivere. L’ho fatto tante volte nella mia vita — mi sono trasferito a New York, mi sono trasferito in Florida, sono stato a Madrid a vivere per un po’ di mesi —, però poi purtroppo con la pandemia non ho potuto più farlo. Se avrò l’opportunità, quindi, mi piacerebbe molto respirare arte.

Sto benissimo a Milano, sto perfettamente nella mia casa piena di piante alle quali devo badare, e non è che posso andare via troppo, ché poi non mi fido di chi cura le mie piante perché non ci parlano e non le baciano come me, però viaggiare mi piace. All’Eurovision quest’anno ho voluto parlare con tutti, mi piaceva scoprire le storie di tutti, conoscevo tutti, ci parlavo tutti i giorni, mi sentivo molto più spigliato in inglese, poi parlavo in spagnolo… troppo bello! E poi vorrei riprendere il francese, studiare un’altra lingua, avere almeno un minimo di possibile contatto: capisci meglio gli altri, ti capiscono meglio gli altri, apri tanto il cervello, per quanto piccolo io ce lo possa avere! (ride, n.d.r.)

Lavorativamente parlando, credo che sia poi fondamentale: dopo un po’, che t’inventi? T’inventi di vivere. Con e insieme al mondo e agli altri. All’Eurovision davvero parlavo con tutti: con quello del gate all’ingresso eravamo proprio migliori amici (ride, n.d.r.)… che poi, aveva un accento di Liverpool strettissimo, però ci capivamo lo stesso. Mi manca.

Gli ascolti eurovisivi

I miei preferiti? Dipende dal momento: venivano volte, per esempio, che ascoltavo tanto Blanca Paloma perché mi metteva quella sensazione proprio di potenza, di “pasión”. Però ascoltavo un po’ tutti, e mi sono tanto appassionato: forse sono diventato un Eurovision-dipendente, mi devo disintossicare! (ride, n.d.r.) È stato davvero bello, però: quest’anno me lo sono proprio goduto, sono tanto contento. Dieci anni fa non sono tornato così: è stato proprio diverso, con una bellissima energia.

E poi, c’è un team dietro che è stato pazzesco: io ho pianto con la stage manager l’ultimo giorno, mentre aspettavo l’esibizione della finale. Lei mi diceva “Marco, sei contento, sei emozionato?” e io le ho detto che, dopo giorni di tre o quattro prove quotidiane, quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei sentito “Italy on stage”… lei mi fa “Io spero che non sia l’ultima volta!”, perché ovviamente chi vince ricanta, e io “No no, per carità, è l’ultima volta, ma mi mancherà questa cosa”. Lei mi ha cominciato a dire che mi voleva bene e io, già emotivamente carico per l’esibizione che dovevo fare, finalmente quella vera, l’ho bloccata perché sul serio stavo per piangere. 

Diciamo che non è inusuale che io, in alcuni momenti, scoppi a piangere, vedi conferenza stampa di Sanremo (ride, n.d.r.). Ma io piango: che mi frega, mica mi vergogno. Ormai non mi vergogno più di niente: scoperte le braccia, non bisogna vergognarsi più di niente! (ride, n.d.r.) Se non ti piaccio, cambi tu, non cambio io: meglio cambiare persone che cambiare la propria vita.

I punti deboli dell’album

Certo che ci sono. Quali siano, sicuramente lo scopriremo. Potrebbe essere un punto debole l’aver ecceduto nei messaggi e nelle riflessioni. Però questo lo scoprirò solo vivendo. Credo comunque che siano punti deboli che io penso siano tali, non che gli altri trovano. Se gli altri ne trovano, me ne frega relativamente. Sinceramente, nel 2023 Marco Mengoni un po’ se ne frega, a meno che non siano delle riflessioni che abbiano un corpo. Poi, se piace o non piace è un qualcosa di assolutamente soggettivo e individuale.

Però mi piace ragionare su questo argomento: essendoci tutti i colori, per forza ci dev’essere anche il colore meno forte: dove sta, però?  Prendetemi un prisma, devo vederli tutti! (ride, n.d.r.) Che oggetto magico che è il prisma, però: è stupendo.

Le versioni ballabili

Questo era partito come un disco un po’ più “clubby”, con delle sonorità che dovevano essere tra la dance e l’r’n’b. Era proprio questa l’ultima parte dei tre capitoli: il primo doveva raccontare delle cose e avere delle sonorità, il secondo delle altre, e il terzo doveva avere proprio queste. E poi, all’interno degli altri dischi dei pezzi annunciavano questo, o cercavano di annunciarlo, tipo “In città” in “Materia (Pelle)” che era un pezzo che doveva funzionare da apripista per “Prisma”. Solo che non sapevamo ancora il nome e quindi… (ride, n.d.r.)

Poi remix, cose, robe, si fanno dopo che il disco esce. Come i punti deboli. Punti deboli e remix, sempre quando il disco è già uscito. (ride, n.d.r.)

Quanto Mengoni e quanto Marco, nel disco

Non so se siano scindibili, Marco e Mengoni. Oltretutto, dopo tutto questo tempo Marco non sa chi è Mengoni e Mengoni non sa chi è Marco, e Marco Mengoni non sa chi è Mengoni Marco… ma questa è un’altra storia, e ci pensiamo tutti i giovedì alla solita ora. (ride, n.d.r.)

Però credo che sia proprio impossibile scindere: dentro questo disco ci sono momenti della mia vita intima, privata. C’è della rabbia personale, c’è della frustrazione, c’è della gioia, quindi credo che non ci sia proprio una divisione tra il Marco che sta a casa e bacia le piante e il Marco che sta sul palco e bacia i musicisti, che ne so. (ride, n.d.r.) Non credo che si possano dividere: il disco è quello che uno è. E quello che uno è pure a casa: confuso, dubbioso, gioioso, felice, arrabbiato.

Arrabbiato con, arrabbiato per…

In questo disco sono un po’ arrabbiato. Ma perché lo sono davvero: Marco è arrabbiato, e quindi, di riflesso, Mengoni è arrabbiato. Con tante cose: con le cose che sbaglia lui, con le cose che fa, col non sapere dire di no e non saper prendersi cura di se stesso. Arrabbiato perché vorrebbe un mondo diverso, e arrabbiato perché le cose, invece, vanno in un’altra maniera. Arrabbiato perché le persone non entrano completamente in connessione con quello che è, poi, il volere il mio bene: gli altri pensano di sapere qual è il tuo bene, conoscendoti… ma in verità non lo sanno.

Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

1 COMMENTO

  1. Ma che meraviglia di pezzo, mi è sembrato di vederlo, Marco, mentre buttava fuori tutto il flusso ricchissimo di parole e di pensieri, mentre tutti quei “ride, ndr” li anticipavo proprio. Complimenti all’autrice che ha riportato tutto, ha colto tutto e ha fatto emergere tutto con mano leggera

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