Quattro trii di piano, due con l’aggiunta di una raffinata voce solista femminile e due con l’aggiunta di un ottimo sassofonista, formano i quattro quartetti cui abbiamo rivolto la nostra attenzione. Quattro album dello stesso livello, alto, di narrazione jazzistica, esposta secondo formule e linguaggi differenti, ma comunque capaci di evocare memorie, sentimenti, desideri in chiunque ascolti.

NoRiPlay
Session 1 (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Aperta da un colloquio voce-contrabbasso, seguito da un intermezzo in scat e piano, da un solo di tromba dell’ospite Roberto Rossi, da uno di batteria, punteggiato da tromba e voce, e chiusa con la band insieme a “cantare” swingando, questa cover dello standard di Cole Porter Just One Of Those Things è ammirevole. Seguono altre dieci track senza tempo, alcune rifatte con meno coraggio, come la chiaroscurata The Man I Love di George Gershwin, altre più vibranti e riuscite, come Lullaby Of Birdland di George Shearing con il chitarrista ospite Paolo Ceccarelli in evidenza, passando da pezzi immortali del great american booksong come l’ortodossa Teach Me Tonight, con le versioni di Al Jarreau e Amy Winehouse a fare da tornasole, alla
country Wichita Lineman (scritta dal grande Jimmy Webb e non, come erroneamente segnalato sulla copertina, dal cantautore Glenn Campbell, che la portò al successo), introspettiva e minimale, a brani brasiliani, come Nascente di Flávio Venturini, l’altro gioiello del cd, raffinatissima e intrigante, con la cantante e il piano protagonisti nel sostenersi e sollecitarsi sopra un tappeto ritmico pregiato, alla delicatissima bonus track finale Love In The Morning, firmata da Ennio Morricone per il film Lolita del 1997.
I quattro romagnoli No(rd)Ri(mini)Play – la squisita cantante Sara Jane Ghiotti (già solista con i cd In mancanza d’aria del 2019 e il premiato omaggio a Piero Ciampi Non siamo tutti eroi del 2022), il pianista Simone Migani, il contrabbassista Mauro Mussoni (anche lui con due albi da titolare, Lunea in trio del 2018 e Follow The Flow in quintetto del 2021) e il batterista Pasquale “Pako” Montuori – debuttano con il tipico album di canzoni del cuore. Hanno il pregio di renderle personali, di far loro testimoniare un feeling interpretativo sottile e variegato, condotto da una voce mai esibita ma capace di vibrazioni coinvolgenti, da un piano che ama spezzettare le architetture scandinave e da una ritmica volubile e balsamica come vento di primavera.

Riccardo Gola
Cosmonautica (Jando Music)
Voto: 8
Riccardo Gola, illustratore e contrabbassista (per Simone Alessandrini e Costanza Alegiani), che qui debutta da titolare e da “cosmonauta”, come si può vedere nella foto di copertina, ovviamente a lui, e al fotografo Andrea Boccalini, imputabile, è un personaggio eclettico. Già il primo brano dei dieci del cd, tutti da lui composti, lo conferma con il sassofonista Francesco Bigoni (conosciuto nel quintetto Under 21 di Enrico Rava quasi vent’anni fa e poi con Gianluca Petrella, gli Orange Room e vari artisti danesi, fra i tantissimi), quasi abbandonato in uno spazio siderale, neanche fosse il robot Ral 5001 del titolo.
Gli altri poi si srotolano con un’alternanza regolare e insieme inquieta tra brani – quelli con il numero pari, da Detriti spaziali e Multiply, da Materia liquida a Focus On Gravity, con gli assolo
centrali affidati a sax, piano e contrabbasso – di jazz moderno e vivace, contemporanei nei loro percorsi aperti alle lezioni di Dave Holland e di David Liebman, per fare due nomi affini.
I brani con numero dispari invece distribuiscono angosce sussurrate in Starfire, con il piano quasi free e distopico di Enrico Zanisi (già con Mattia Cigalini e Gabriele Mirabassi, titolare dei cd Piano Songs e Blend Pages), dilatazioni senza tempo né spazio in Anni luce, frenesie interiori che paiono improvvisazioni momentanee tenute allacciate solo dall’encomiabile lavoro del batterista Enrico Morello (un’altra scoperta di Enrico Rava, poi con Alessandro Lanzoni e titolare del cd Cyclic Signs), il discorso limpido di Strategie per un’invasione aliena. Eccezione nell’alternanza pari/dispari il conclusivo In orbita, che disegna un perfetto ventaglio in crescendo di invenzioni e sollecitazioni, di spiragli e prospettive, partendo cauto come il cacciatore a rimpiattino per arrivare al “libera tutti” di spunti propositivi che piovono in continuazione.

Quiet Quartet
Quiet Quartet (AMP Music & Records
Voto: 8
«Tutti i brani nascono dal tema della dualità e dell’incontro tra due opposti: due diverse anime appartenenti alla stessa persona, che cercano in ogni modo di ricomporsi.» Così presentano le loro composizioni i quattro musicisti di Firenze, che debuttano con il cd eponimo. Contrattualizzati dall’etichetta indipendente norvegese AMP, la cantante Giulia Bartolini, il pianista Alessio Falcone, il bassista Luca Giachi e il batterista Simone Brilli confezionano un prodotto elegante e ricercato.
Insieme dal 2018, i ragazzi fiorentini creano sette canzoni sul tema enunciato – anche se non sempre in maniera così evidente, come ad esempio in Tempo di partire, che nel suo riuscito suo saliscendi di ritmi e di emozioni parla della voglia di evasione, di fuga e di ricerca – e lo fanno con stile, ricordando la lezione del jazz scandinavo e
quella di Norah Jones, con un piano trio solido e capace di personali incroci tra i continui movimenti sonori e una voce piena di sfumature che sembra galleggiare sopra la musica come un nuotatore di grande talento.
I Quiet Quartet devono poco alla nostra canzone d’autore – aleggia qualcosa di Cristina Donà, un poco di più di Carmen Consoli -, tutti gli arrangiamenti hanno le cadenze, gli inserti di vocalizzi, i rapidi assolo pieni di idee, l’attenzione ai dettagli, le variazioni ritmiche non banali che si richiedono alle compilazioni di jazz vocale più riuscite. I testi sono intelligenti e problematici il giusto, la voce ha grandi ventagli espressivi – la cantante toscana può arrivare all’estensione del soprano – e il trio degli strumentisti ricorda, per stilemi e riferimenti, non per discendenza pedissequa, quello del grande Bobo Stenson.

Alberto Giraldi
Quadrivium 60 (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
È una “vecchia volpe” – detto in senso positivo – del jazz il 62enne pianista romano. I suoi album e le sue composizione sanno sempre tracciare linee espositive di pregio e interplay strumentali con i partner di continua sollecitazione espressiva. Tanto che non sarebbe sbagliato riprendere le frasi di una precedente recensione: “percorre traiettorie visionarie che sanno aprirsi qua e là a tessiture di ampio respiro, rigeneranti come la brezza marina di prima mattina, e che più spesso sanno interrogare la coscienza come i crepuscolari colori della sera oppure i ricordi dell’amore di una madre”.
Qui rinnova la ritmica del suo precedente quartetto, mantenendo la partnership pluriennale con il sassofonista Filiberto Palermini, la
cui voce narrante è sempre carica di pathos e di sensibilità. Il poliritmico batterista Pier Paolo Ferroni, già con il leader in uno dei suoi trii, e la new entry Marco Siniscalco, solido e mai invasivo al basso elettrico, sono accompagnatori del tutto compresi delle intenzioni di Giraldi, che è pianista sensibile e personale, compositore dal feeling prettamente melodico e leader aperto e disponibile.
Tra i brani, che propongono un jazz attuale e cantabile e non tracimano mai in territori banali o dal riferimento immediato, segnaliamo, a gusto prettamente personale data la qualità al medesimo livello di tutti e nove, l’iniziale, disinvolta title track (detto tra parentesi il quadrivium era nel Medioevo la somma delle discipline della sfera matematica, ovvero aritmetica, astronomia, geometria e musica) e la chiusa interiore e meditativa di Introspettivo, l’emozionante Quando fa scuro dal taglio romantico e Mare Tranquillitatis, appena velata di tango.







































