Sanctuary
di Zachary Wigon
con Margaret Qualley, Christopher Abbott
Abbott, che sta per ereditare dal padre morto una fortuna mastodontica (catene alberghiere) e prendere le redini dell’impero, ai bordi della sua investitura riceve in una camera d’albergo la Qualley, che inizia a schiavizzarlo: dialoghi svelti, modi spicci, lei è una dominatrice e umiliatrice e lui, che adora essere umiliato, ha scritto un copione in cui lei lo sottopone a vessazioni intellettuali e sessuali per far sì che venga accettato dall’entourage dell’azienda. Un rito sessuale perverso per approcciare l’enorme responsabilità. Dopo un primo orgasmo più psicologico che carnale del futuro capitano d’azienda, la dominatrice si toglie la parrucca ma il gioco, lui masochista e lei sadica, continua: però non era previsto. La dominatrice ha escogitato un ricatto tanto sofisticato quanto incredibile con cui potrebbe mettere in difficoltà l’esistenza del superdirigente e tutto il suo capitale. Rovinato? Quando anche il secondo gioco inatteso sembra quietarsi ecco una terza difficoltà, quasi mortale… In questo genere di giochi c’è un momento in cui uno dei due chiede la sospensione per fondati motivi di sicurezza. Di solito è una parola d’ordine. Avete indovinato la parola d’ordine? Si fermeranno? Se pensate che sia un film violento sulle perversioni siete stati attirati in un altro gioco: è un duello di parole, teatrale, spesso elegante, crudele, sottile e claustrofobico tutto in una stanza. Abbott viene dal giro dei film premiati ai festival, la Qualley era la redattrice di Il mio Salinger e la bellissima pericolosa e sboccata ragazza della famiglia Manson in C’era una volta Hollywood





































