Daliland
di Mary Harron
con Ben Kingsley, Barbara Sukowa, Christopher Briney, Rupert Graves, Alexander Beyer
Siamo a New York nel 1973. Salvador Dalì, il magnifico pittore degli orologi molli, il profeta spagnolo del surrealismo, l’amico di Buñuel, lo scenografo di Io ti salverò di Hitchcock, vive al St. Regis Hotel con la moglie Gala e spende come un maharaja. Vecchi, fragili, lei (Sukowa), terrorizzata dalla povertà, alla disperata ricerca di soldi e giovani amanti, lui (Kingsley), un Dalì che recita il ruolo di Dalì, deve tingersi e incerarsi quotidianamente i baffi altrimenti non stanno in piedi, e spende in champagne, feste e orge come un antico romano (parla di sè in terza persona come Cesare) alla ricerca dell’ispirazione latitante. Attira nel suo entourage come assistente l’impiegato di una galleria d’arte (Briney) che dovrà assecondare gli strani desideri del pittore (folle, ma anche tenero, paterno ) e fare da spia al gallerista. Perché molte opere di Dalì, forse tutta l’ultima produzione creata a con marce forzate di pittura per sostenere i ritmi dei galleristi, sono sospette e a volte falsificate dai galleristi stessi. La situazione è disastrosa ma non disperata. Ci si diverte, anche noi, dietro gli occhi di Briney spiamo il Dalì di Kingsley, che di Dalì ha solo gli occhi, ma bastano: Daliland è come Disneyland con l’inserzione buffa di Amanda Lear che fa già discutere per il suo genere e del protagonista di Jesus Christ Superstar che si crede una rockstar creativa e risulta solo un mantenuto (sembra che Gala gli regalò un ranch…). È anche divertente viaggiare attraverso il declino di un mito, e la regista Mary Harron è una specialista in storie d’arte perverse e in perversioni finte ad arte: ha infatti esordito con Ucciderò Andy Warhol e proseguito con American Psycho. Poi ha raccontato Bettie Page e Charles Manson.






































