Avincola, “Barrì” è il suo nuovo album: «Le mie canzoni come scene dei film»

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Avincola

Un’estate di concerti attende Avincola, che da poco ha pubblicato Barrì, il suo nuovo album, il quarto della sua carriera. Il disco per ora esce solo in digitale, ma non viene esclusa anche una sua pubblicazione “fisica” in un prossimo futuro. Il cantautore romano, dopo aver partecipato fra le Nuove proposte al Festival di Sanremo del 2021, recentemente ha avuto vetrine televisive importanti. È stato da Fiorello a Viva Rai2!, ha partecipato come ospite a Stramorgan, programma condotto da Morgan e Pino Strabioli, ed è anche salito sul palco del Concerto del Primo Maggio per leggere un suo testo dedicato ai rider.

Il nuovo album contiene nove canzoni, altrettanti bozzetti che alternano surrealismo e attenzione alle piccole cose. La malinconia, che pure c’è, non sfocia mai in tristezza. Le canzoni di Avincola si muovono in una dimensione che affianca il reale, discostandosene giusto il necessario per non sfociare nella mera descrizione. Le collaborazioni ci sono, ed anche importanti: Pasquale Panella, su tutti, ma anche Folcast, Serepocaiontas e Alessandro Gori. Il disco, però, è totalmente “made in Avincola”, pensato e curato nei dettagli dal cantautore. La copertina è di Federica Berti. A seguire la nostra intervista.

Avincola

Per il tuo disco hai scelto un titolo, Barrì, che risulta decisamente originale. Perché?
Io sono un po’ fissato con il suono delle parole e mi piaceva proprio il suono di questa. Poi ovviamente ho approfittato di questa occasione meravigliosa che è stata trasformare in canzone una poesia di Pasquale Panella, che si chiama Barrì, e ho voluto intitolarci l’album. Mi sembrava una cosa bella per me, in primis.

Com’è nata questa collaborazione con Panella?
È nata grazie a Morgan. Ha creato una chat all’interno della quale ha inserito alcuni artisti che stima, mentre stava scrivendo un libro di poesie. Ha chiesto una prefazione a Panella, che invece ha risposto a tutte le sue poesie con altrettante poesie. Morgan ha allora invitato chi era nella chat, fra cui io, a trasformare in canzoni le poesie di Panella. Io ne ho fatte cinque e poi ne ho scelto una per il mio album. Per me è stata un’esperienza interessante, perché per la prima volta ho costruito una musica su un testo, che non potevo toccare e che non era nato con la forma della canzone. Ho solo qua e là spostato delle cose per dare un senso di ritornello al pezzo.

A Panella Barrì è piaciuta?
Moltissimo. È un personaggio molto schivo, ma è nata una bella corrispondenza. La prima telefonata me l’ha fatta a mezz’ora dalla mezzanotte di Capodanno. Abbiamo praticamente passato il Capodanno insieme. Tutto ciò che riguarda Panella diventa ogni volta surreale come quello che scrive.

Un’altra collaborazione illustre è quella con Folcast nella canzone Battiti. Insieme avete partecipato al Festival di Sanremo nel 2021. È nata allora la scintilla?
L’idea di collaborare insieme è nata dopo. Prima è nata l’amicizia, che per me è fondamentale. Non amo fare le cose tanto per fare gli “stream”. Ci siamo conosciuti a Sanremo e sembravamo amici da sempre. Forse perché siamo entrambi di Roma Sud e abbiamo un po’ la testa simile. Tempo dopo avevo in testa l’idea di questo pezzo un po’ funky e gli ho proposto di completarlo insieme. Mi è piaciuta l’idea di mischiare immaginari diversi.

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Ha senso, secondo te, fare un album nel 2023? Sembra che oggi contino solo i singoli…
Non lo so, in effetti oggi si ragiona solo per singoli. Anche nel mio disco ci sono alcune canzoni che erano già uscite. A me però piacerebbe che in futuro si tornasse all’album come racconto, anche se non necessariamente come concept. L’album è il riassunto del lavoro degli ultimi anni di un artista, mi piace che venga ascoltato come un insieme, le canzoni all’interno si sfiorano tra di loro.

Qual è la canzone del disco che ti rappresenta di più, che senti più tua?
Domanda difficile, vado un po’ a periodi. In questo momento forse Ghiaccioli e bollicine. Ha un’ambientazione un po’ strana, la sento un goccio surreale e questa cosa mi piace perché mi dà la sensazione che sia raccontata una realtà che però si trasforma. Riascoltandola mi sembra di rivivere delle cose che ho vissuto, ma che diventano qualcos’altro. Un finale diverso dalla realtà.
Sono molto affezionato anche a Tapparelle, mi piace come sono riuscito a raccontare l’ambientazione. A me piace molto immaginare le canzoni come fossero delle scene di film. Qua paragono gli oggetti alla vita, lo yogurt che scade come è scaduto l’amore… A ben vedere è un disco pieno di oggetti, sono in fissa con gli oggetti. Delle volte trovo più fascino negli oggetti che negli esseri umani. Finita la nostra vita spariamo, al massimo lasciamo una traccia. Invece gli oggetti restano, hanno una loro storia e si trasformano. Ne sono affascinato.

Come lo hai realizzato questo disco? A leggere i crediti sembra che hai fatto molto da solo…
Ho suonato quasi tutti gli strumenti e ho fatto quasi tutto a casa. Sono molto pigro, per me era la situazione perfetta. Il protagonista di Tapparelle, ad esempio, non riesce a dormire. Allora ho deciso di registrare la canzone in un momento in cui ero molto stanco e che si avvertisse nella voce. Mi sono svegliato a mezzanotte e l’ho registrata. Tutte cose che in studio non si possono fare.

Avincola

L’esperienza del Festival di Sanremo cosa ti ha lasciato?
Mi ha fatto conoscere ad un pubblico più ampio. Mi ha dato tanto. Mi sono divertito ed è stata una soddisfazione personale enorme. Ero cosciente di essere sul palco dove erano stati i più grandi artisti italiani. Penso a Vasco, per fare un nome, del quale sono un grande fan. Ma c’era anche il pensiero di quelle persone che magari non credono in te, ti trattano con sufficienza. In quel momento ho pensato: «Che bello se stanno davanti alla tv e mi scoprono qui, a Sanremo».  Una soddisfazione magari sciocca, ma bella.

Ci torneresti?
Sì, mi piacerebbe molto. Il prossimo anno ci vorrei provare.

L’estate è alle porte, cosa ti aspetta?
Ci saranno un po’ di concerti, qualcuno a luglio, di più ad agosto. Soprattutto nel centro e sud Italia. Per me l’album è anche il pretesto per suonare dal vivo, quella è la cosa più importante e bella. Anche se devo dire che questo disco mi ha dato molto piacere anche nel realizzarlo.

Questo è il tuo quarto album. Il precedente, Turisti, risale al 2021. Vuoi consigliare due canzoni del tuo passato a chi magari vorrebbe conoscerti meglio?
Sono molto affezionato a Limone, perché nell’album precedente era l’unico pezzo un po’ surreale. E poi dico Roma Est, perché è una delle poche canzoni che ho scritto che non prende ispirazione da qualcosa di autobiografico. Parla di un ragazzo che il giorno di Natale lavora in un centro commerciale e vive il contrasto di sentirsi solo in una situazione molto caotica.

Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran, iniziata nel 2000 e che prosegue tuttora. Per 15 anni ho collaborato anche con il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 e fino alla sua chiusura ho curato il blog Atuttovasco.

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