Museum of Failure, il museo che celebra i più grandi flop della storia!

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Diciamocelo: celebrare una vittoria è molto più semplice che celebrare un fallimento. Pensate allo sport: nelle sedi delle grandi squadre di calcio troverete sempre la stanza dei trofei, lì in bella mostra a ricordare i successi passati. È abbastanza improbabile trovare la stanza che ricordi i secondi posti, le sconfitte più cocenti, le uscite al primo turno di Champions League ad opera di qualche oscura squadra turca o israeliana. Perché quando perdi, esattamente, che cos’hai da festeggiare? 

Spesso però la vita ci insegna che il discorso è più articolato. Le vittorie, i successi, spesso assumono un valore ancora più grande proprio perché preceduti da grandi sconfitte. Il fallimento è essenziale per assaporare la bellezza della vittoria.

Devono essere stati questi i presupposti che hanno portato lo psicologo Samuel West a concepire il Museum of Failure, una mostra itinerante (è passata da Shangai, Parigi, Calgary, Los Angeles ecc.) che raccoglie in un’esposizione più unica che rara quasi 160 “fallimenti” e che il 18 giugno chiude la sua tappa newyorkese ad Industry City, Brooklyn – New York.

Il buon Dott. West si è per lo più focalizzato su grandi tonfi di marketing (quindi niente Roberto Baggio che sbaglia il rigore o Milan – Liverpool del 2005) e che hanno avuto un forte impatto sulla pop culture. Una carrellata di prodotti ai confini della realtà che sulla carta avrebbero dovuto rivoluzionare il mercato e le nostre vite, ma che poi si sono rivelati dei flop clamorosi. 

Visto che qui a Spettakolo parliamo soprattutto di musica e cinema, ne cito alcuni in quell’ambito: il Betamax, sistema homevideo a marchio Sony, uscito in contemporanea al sistema VHS ideato dalla JVC. Dobbiamo proprio dire quale dei due prodotti ha avuto la meglio? Oppure il Minidisc, ve lo ricordate? Quello che doveva decretare la fine dei CD, salvo poi essere finito nel dimenticatoio grazie all’avvento dei primi lettori MP3. E poi ancora il Laser Disc, quei 33 giri che dovevano essere quello che poi 5-6 anni dopo è diventato il DVD. Oppure robe che (grazie a Dio) non credo siano mai sbarcate in Europa, come il Sound Burger, tentativo malriuscito di walkman per dischi in vinile, che però poteva funzionare solo se adagiato su una superficie perfettamente piatta (quindi non il massimo per fare jogging!). 

Le cose più eclatanti, come ovvio, sono gli oggetti legati all’elettronica, soprattutto quelli messi in commercio dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi del nuovo millennio. Dai primi tentativi (falliti) della Nintendo di portarci nella realtà virtuale a tutti quei prodotti che cercavano di gestire in modo davvero maldestro l’avvento di internet, quando ancora se ne percepiva sì il potenziale, ma non si avevano i mezzi per poterlo sfruttare appieno.

Una celebrazione della creatività umana, ma anche della follia dell’uomo che pensava di poter davvero vivere un futuro come quello raccontato da Robert Zemeckis in Ritorno al Futuro

Ed ecco allora che questi fallimenti vanno celebrati proprio perché raccontano tanto di noi, di chi eravamo e di chi avremmo voluto essere. Un’operazione che si colloca al confine tra il nostalgico e il grottesco, tra la risata di scherno al sospiro malinconico per un’occasione sprecata.

Poi, ovviamente, usciti dall’esibizione non ci si può esimere dal giochino di pensare ad altri prodotti che potrebbero entrare a buon diritto in questo Museo. Per esempio, vi ricordate quei cerotti per il naso che spopolavano a metà anni Novanta? Per un annetto tutti pensavamo che senza non saremmo più stati in grado di respirare. Qualcuno sa che fine hanno fatto ( Dott. West, se leggi queste righe, prendi nota, mi ringrazierai!)?

Nella speranza che un giorno il Museum of Failure possa fare tappa in Italia, una menzione d’onore per un paio di “opere” al limite dell’assurdo, concepite per cambiare il mondo, ma finite fuori commercio nell’arco di pochissimi mesi (chissà come mai…): le lasagna al ragù della Colgate (si, proprio, loro, quelli del dentifricio!) e il “Monoski”, sorta di snowboard che però consisteva in due sci attaccati tra loro (ma perchè?).

Tutto assurdo, tutto bellissimo.

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