OBI racconta il suo primo EP, “Pezzi miei” (intervista)

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OBI

Vincitore dell’edizione 2023 del Premio dei Giovani di Amnesty International – Voci per la Libertà, OBI ha pubblicato da pochi giorni il suo primo EP, Pezzi miei.
Sono due i brani che fanno parte di questo EP, ovvero Non cielo dikono e Stronza. Canzoni diverse tra loro, ma che nell’insieme ci danno l’idea della varietà di stile di questo giovane rapper torinese. Potete ascoltare i brani in fondo all’articolo.

Abbiamo intervistato OBI per farci raccontare la sua storia e i due brani che fanno parte di Pezzi miei.

Il tuo incontro col rap è avvenuto nel 2010, quando avevi 9 anni. L’ascolto di Controcultura di Fabri Fibra è stato una sorta di “illuminazione”. Raccontaci com’è andata.

È successo tutto per caso. Stavo navigando su iTunes dall’iPhone di mio padre, e sono “incappato” in questo album, colpito dalla copertina, che è decisamente impattante.
3 parole è stata in assoluto la prima canzone rap che ho ascoltato, e sono rimasto folgorato. È stato amore a prima vista, come quando senti le farfalle nello stomaco.

E da lì questo amore si è sviluppato…

Da quel momento in poi ho iniziato ad appassionarmi sempre di più a quel mondo: vedevo su YouTube video di gente che faceva parkour, quindi volevo farlo anche io. Poi mi sono detto “voglio fare una danza acrobatica, qual è la danza acrobatica per eccellenza?”, quindi sono passato alla breakdance. Ho trovato una scuola vicino casa e ho iniziato a ballare. Il mio maestro militava nei Double Struggle, uno dei gruppi più famosi di Torino.
Da lì ho iniziato ad approfondire la conoscenza della old school e della golden age del rap.
Ad un certo punto mi sono reso conto che quando ero da solo ed ascoltavo musica, anche io cercavo di fare delle rime, anche se solo nella mia testa.

Poi, tra la breakdance e l’immaginario nella mia testa, sono arrivato al momento in cui, circa a 12-13 anni, ho visto 8 Mile. Sembra il più classico dei clichè, col ragazzino che vede il film e inizia a rappare, ma per me è andata proprio così.
Ho scoperto il mondo del freestyle, e non solo. Vedere l’immagine di Eminem che scrive mi ha fatto capire che io nella vita volevo fare proprio quello: scrivere cose e cercare di connettermi con le persone che le ascoltano. Quindi da lì ho iniziato a scrivere e a fare freestyle.
Intorno ai 15 anni, al tempo del liceo, è arrivata quella che chiamo la “stagione dei contest”. Ho iniziato a partecipare alle battles di freestyle di Torino con i miei brani. Da lì ho iniziato a prendere fiducia, perchè vedevo che ogni tanto vincevo. Di conseguenza ho iniziato a far uscire le prime cose su YouTube.
Il culmine arriva nel 2018, quando vinco la Flexin Battle, che mi porta ad aprire il concerto di Noyz Narcos al Brixton Jam di Londra.

Dopo quel successo mi sono perso per un attimo: quando un ragazzino arriva ad aprire un concerto di Noyz Narcos a Londra… la mia testa di 17enne si è un po’ montata, anche se ho sempre continuato a scrivere.
Infine nel 2020 conosco Tommaso Colliva, che per caso ascolta un mio pezzo su YouTube. Da lì è nato tutto quello che avete ascoltato ultimamente.

E quindi arriviamo a Pezzi miei, il tuo primo EP, uscito nei giorni scorsi. Mi ha colpito soprattutto la genialità di un brano come Non cielo dikono, tanto che la domanda è: non è ancora arrivata la shitstorm dei complottisti?

No, assolutamente no.
Ho scritto la canzone durante il Covid sotto un’onda emotiva molto forte. Se durante il primo lockdown eravamo tutti uniti, quando c’è stata la seconda ondata tanta gente ha iniziato ad essere insofferente e a diventare rabbiosa. Mia madre è un’oncologa ed in quel periodo lì, dopo una giornata di lavoro, tornava a casa e doveva anche leggere gli insulti di queste persone.
Allora ho cercato di interrogarmi sul perchè della rabbia, senza essere troppo giudicante. Non volevo pormi su un piedistallo scrivendo cose tipo “io sono nel giusto, tu sbagli”, perchè questo poi va a creare una divisione. Ho cercato invece di parlare del fenomeno complottismo in una chiave che a me piace molto, un po’ giocherellona, nello stile della stand up comedy.
Credo e spero che questo sia il motivo per cui potrebbe non arrivare una shitstorm. Poi se arriva amen, fa parte del gioco, e da una parte me l’aspetto.

L’altro pezzo invece è Stronza, ed ha uno stile completamente diverso.

Stronza è un pezzo molto più rap e freestyle, scritto completamente di getto. Non l’ho fatto pensando “adesso scrivo questa canzone perchè…”.
Ho scritto il testo dopo aver visto una serie in cui c’era una di quelle scene d’amore “ultra Mulino Bianco”, come le chiamo io. Mi sono girate perchè ho pensato “ma che cos’è ‘sta roba?”, e da lì è nata la canzone.
Dopo mi sono reso conto che era venuta fuori come una sorta di memorandum: bisogna ricordarsi chi siamo e avere un’identità ben precisa anche all’interno della coppia. Esiste il compromesso, ma questo non deve uccidere la nostra persona in favore di una simbiosi che poi diventa totalizzante e soffocante.

Una cosa che mi ha colpito dell’arrangiamento dei tuoi pezzi è l’uso dei fiati, che danno corpo ai brani. Com’è nata questa scelta?

Molte idee riguardanti la produzione, più che dalla mia neofita testa musicale, arrivano da Tommaso Colliva, quindi dietro tutto questo c’è sicuramente il suo genio.
Questo tono che danno i fiati, molto giocoso e riempitivo, è anche dato dal fatto che io vengo sì dal mondo del rap, ma nel frattempo ho ascoltato anche tanto jazz, soul, funk, dove si fa un grande utilizzo di queste componenti.
Inoltre abbiamo scelto di fare un disco con gli strumenti musicali anziché in digitale perchè volevamo andare controcorrente rispetto ad un mondo della musica pop che sta diventando sempre più digitale.

Dopo questo primo EP, quali saranno i prossimi passi di OBI?

Diciamo che essendo il primo EP, quando ho scritto EP 1 si deduce che probabilmente ci sarà un EP 2, anche se per ora non spoilero nulla.
Il prossimo 22 luglio suonerò a Rovigo al festival Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty, dove andrò a portare Attimo, brano che ha vinto il Premio Giovani.

Il mio obiettivo è cercare di essere allo stesso tempo sia socialmente impegnato che disimpegnato.
Tento di usare lo stile di Zerocalcare. Lui porta al pubblico delle tematiche sensibili senza usare termini da professoroni, ma cercando di essere il più umile possibile. Non si mette a filosofeggiare di certi temi nella teoria, ma ti fa vedere la realtà, quello che succede nel quartiere nella vita di tutti i giorni. E in questo modo fa arrivare il suo messaggio a più persone possibili, come vorrei fare io.

Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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