Era il 17 giugno 1983 quando Synchronicity, quinto album in studio dei Police, fece la sua prima apparizione sugli scaffali dei negozi di dischi del Regno Unito.
Forse quel giorno nessuno si sarebbe aspettato che questo lavoro, il migliore della discografia della band, sarebbe stato il punto più alto della loro storia, ma al tempo stesso il capitolo conclusivo del loro viaggio.
Sì perché Synchronicity è l’album di Every Breath You Take e King of Pain, è quello capace di scalzare dalla prima posizione delle charts americane un disco come Thriller di Michael Jackson (non se ci siamo spiegati…), è quello che porta il gruppo a suonare allo Shea Stadium di New York (quello del leggendario concerto dei Beatles del 1965) davanti a 70000 in delirio (fun fact: ad aprire il concerto, insieme a Joan Jett and the Blackhearts, salì sul palco anche un allora ancora sconosciuta band di Athens, Georgia, i R.E.M., ne avete mai sentito parlare?).
Ma è anche l’album che fa implodere un trio fin dagli esordi contraddistinto da dinamiche interpersonali che definire infuocate sarebbe riduttivo. Sting, uno dei più grandi songwriters degli ultimi cinquant’anni, il cui ego è secondo solo alla sua bravura; Stewart Copeland, un genio che ha rivoluzionato il ritmo del rock; Andy Summers, un chitarrista venuto dal jazz, di una decina d’anni più vecchio dei suoi compagni. Nel 1983, questi tre, dopo un quinquennio di litigi, botte, master di registrazioni distrutti, produttori che minacciano di gettare la spugna quando capiscono che lavorare con loro è come dover gestire compagni di scuola che non si sopportano, ecco, proprio quell’anno, quando sono al top e con tutto il mondo ai loro piedi, decidono che è il momento di dire basta.
Io ho praticamente la stessa età di Synchronicity e ricordo che, almeno fino alla fine dello scorso millennio, era ancora un disco da avere a tutti costi; la sua importanza per la pop culture e il suo fascino sono stati attuali fino a quasi vent’anni dopo la sua uscita (basti pensare ad Alanis Morissette che inserisce una cover di King of Pain nel suo MTV Unplugged di fine 1999). Poi, come del resto tutto il rock, anche questo lavoro è diventato pietra miliare per nostalgici. Ma questa è un’altra storia.
Certo è che, sorpassato il punk-reggae dei primi tre dischi e il pop iperprodotto di Ghost in The Machine, la compattezza sonora di questo disco (un pop rock sofisticato, complesso, ma al tempo stesso accessibile), non è per nulla sbiadita dal tempo, anzi. Per non parlare dei testi di Sting, ispirati alle teorie sulla sincronicità dello psicanalista e filosofo Carl Jung, che sono cupi ed ermetici, ma che al tempo stesso lasciano spazio all’ascoltatore per essere interpretati secondo il proprio vissuto personale. Senza alcun dubbio l’apice del suo songwriting.
E se tutti conoscono Every Breath You Take, la contro-canzone d’amore perfetta, e magari altri ricordano King of Pain e Wrapped Around Your Finger, io vi consiglio di rispolverare il ritmo tribale di Walking in Your Footsteps, la dark-new wave di Synchronicity II, l’irresistibile lancio di batteria (un fill di due battute da manuale del rock) della seconda strofa di O My God, l’atmosfera eterea e desolata di Tea in The Sahara. E se poi siete più inclini alla sperimentazione, ascoltatevi anche Mother, l’unico delirante e meraviglioso brano a firma Andy Summers.
Tre Grammy Awards vinti, circa venti milioni di copie vendute nel mondo, e dal 1983 la presenza in tutte le classifiche possibili ed immaginabili che comprendano l’intestazione “Migliore album”. Insomma, un capolavoro pop.
Quarant’anni e magari sentirne qualcuno, ma comunque buon compleanno, e cento di questi giorni.






































