Viva il jazz italiano! C’è poco da aggiungere quando si ascoltano album di classe e di ricerca, vere e proprie “operazioni culturali” che sanno coinvolgere le emozioni e l’intelligenza di chi ascolta, che piacciono fin dal primo ascolto e che, a ognuno dei successivi, sanno aggiungere suggerimenti e spunti al già ampio ventaglio di idee godibili raccolto fino allora. Quindi, decisamente riaffermiamo: viva il jazz italiano!

Lillo Quarantino
Se piove non esco (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Terzo album da leader di Angelo “Lillo” Quarantino e interplay sempre più affinato con il quintetto de luxe che accompagna il contrabbassista e compositore, formato da personaggi del calibro del clarinettista Gabriele Mirabassi, del Duo Taufic (i fratelli onduregni/brasiliani da anni in Italia Eduardo al piano e Roberto alla chitarra acustica), del batterista Red Rossi e del sassofonista Davide Grottelli, nuovo entrato. Il jazz di Quarantino, che, dopo un periodo effervescente che lo vide anche nel combo di Steve Grossmann e una lunga pausa per motivi di salute, è ritornato da leader nel 2006 con Fado Meridiano e una formazione all stars (Girotto, Gatto, Rea, Biondini), è prezioso, curatissimo, pensato e ripensato, pieno di lirismo e di poesia.
Le dieci track vanno da Tutto il mondo è paese, con i suoi eleganti richiami world, a Pianopiano, dedicata a Fabrizio Cecca, il contrabbassista paleontologo scomparso a soli 57 anni nel 2014, con uno struggente contributo di Javier Girotto, dalla versatile e ricca title-track alla sorridente Cat And Mouse, in cui clarinetto e sax si inseguono giocando “al gatto e al topo”, da Pianto dʼattrice, un samba lento e lirico da fine del carnevale con lʼunico assolo del titolare di tutto il cd, alla malinconica Buon amico e la conclusiva cumbia sospesa Turno notturno, con ancora lʼospite Girotto sugli scudi. Un jazz moderno molto elegante, giocato su accostamenti timbrici calibrati al millesimo e sullʼespressività sinuosa di tutti i protagonisti, quello di Quarantino, che ci porta in un mondo melodico romantico, delicato come un merletto di altri tempi, toccante come il moonwalk che ballano i manachini per conquistare le femmine più riottose.

Gianluigi Trovesi
Stravaganze consonanti (ECM/Ducale)
Voto: 9
Scrive il violinista e direttore del corposo ensemble di questo album Stefano Montanari: «Gianluigi Trovesi carpisce con grande sensibilità e intelligenza tutta la potenza e la raffinatezza di un linguaggio che passa in un battito di ciglia da Dufay a Purcell arrivando al Jazz (con la maiuscola, ndr), senza mai perdere il filo magico del significato profondo di un tessuto musicale che ha come primo motivo di essere la comunicazione unversale e la capacità di trasmettere emozioni indipendentemente dallʼambiente sonoro che lo circonda.» Si potrebbe chiudere qui la recensione di questo lavoro senza tempo, che coniuga nove tracce di musica classica – quattro del seicentesco inglese Henry Purcell, le altre composte tra metà 400 e metà 600 – con sei brani del quasi ottantenne clarinettista/sassofonista bergamasco.
Questo Stravaganze consonanti – titolo derivato da un pezzo celebrato per la sua modernità del compositore Giovanni Maria Trabaci (1575/1647) – propone un percorso in cui le letture classiche, per lo più dellʼuniverso barocco, si intersecano, a volte persino senza soluzione di continuità con le proposte del titolare, in un fluire che ha la presunzione di dimostrare come in fondo neppure le rivoluzioni sonore succedutesi in mezzo millennio abbiano trasformato lʼimmaginario europeo e neppure cambiato lʼanima di chi ascolta. Con titoli scherzosamente, ma non troppo, in opposizione (al Kirie I, tratto dalla messa Lʼhomme armé di Guillaume Dufay, uno dei massimi compositori del 400, è unito il lentissimo Lʼometto disarmato oppure la Mille Regretz, “mille rimpianti”, del fiammingo Josquin Deprez, tipicamente barocca, è preceduta dalla tensione sottile di De Vous Abandonner) Trovesi si immedesima nella profondità più “esistenziale” del sentire barocco, nelle sue sotterranee penombre solo offuscate dal rutilante apparato esteriore. E lo fa con lʼaiuto dellʼottimo percussionista Fulvio Maras e dellʼensemble – un quartetto dʼarchi, con lʼaggiunta di un arciliuto, due oboe, fagotto e dulciana, percussioni e clavicembalo, in mano a musicisti per lo più dellʼAccademia Bizantina di Ravenna – di Montanari, in un sostenersi e rimandarsi continuo tra repertorio classico, richiami popolari e jazz distillato.

Bebo Ferra
Lights (Ada Music/Warner)
Voto: 8
Decimo album come leader solitario (ne ha incisi una quindicina come co-leader) questo Lights del chitarrista sardo, ma milanese di adozione ne propone il lato più elettrico e narrativo. Il suo lato “culturale”, quello che ci aiuta ad apprezzare e impossessarci delle sfumature, dellʼimplicito, dellʼallusione, persino dellʼequivoco. In un universo come lʼattuale in cui tutto deve essere spiegato e sottoposto a norme, dove persino la battuta deve essere politicamente corretta e immediatamente percepibile come uno scherzo, è sempre più indispensabile ritrovare spunti, stimoli, idee che ci facciano emergere dal galoppante appiattimento culturale, dalla sistematica codificazione dei discorsi, dalla normativizzazione banalizzante.
Ferra, che nella lunga carriera ha collaborato con Fresu e Rava, DʼAndrea e Tonolo, Negri e Cazzola, Steve Grossmann e Paul McCandless, sviluppa un discorso tutto giocato sulle suggestioni, sui suggerimenti, sul “dico e non dico”. E, pur utilizzando linguaggi jazzisticamente ortodossi, che si rifanno ai suoi “amori” dichiarati – Bill Evans, del quale riprende lʼemozionante Very Early in chiave soul-jazz, Jim Hall e Bill Frisell -, si allontana dalla codificazione, dalla semplificazione, e sviluppa divagazioni, ricerche, sogni, con un linguaggio che è lʼopposto di un semplificato globish jazzistico. Così l’iniziale Sarah Jones incanta con i suoi chiaroscuri armonici, lʼindecifrabile e ascetica Beranu, lʼampia e psichedelica A Nice Day, la ballad bluesy Dicembre, la spedita e brillante Smiling e tutte le altre sanno essere i passaggi di unʼoperazione anche culturale, oltre che piacevole e intensa, grazie anche al contributo dei due fini accompagnatori Gianluca Di Ienno a piano, Hammond ed elettroniche e Nicola Angelucci alla batteria.







































