Marco Mengoni, quando l’umanità diventa rivoluzione

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Marco Mengoni
© Andrea Bianchera

Martedì sera, lo Stadio Euganeo di Padova ha ospitato la prima tappa (che ha seguito la data zero a Bibione del 17 giugno) di “Marco negli Stadi”, il tour con il quale Marco Mengoni  — fresco vincitore del Nastro d’Argento per la Miglior canzone originale con Caro amore lontanissimo, testo di Riccardo Sinigallia e musica del compianto Sergio Endrigo — sta celebrando la conclusione della trilogia discografica Materia e un anno ricchissimo di soddisfazioni, dalla seconda vittoria al Festival di Sanremo con Due vite al successo internazionale grazie al nobile quarto posto all’Eurovision Song Contest di Liverpool.

Proibito… come mai dev’esserlo l’amore

Ebbene, nell’introdurre Proibito, delicato e poetico brano che racconta, per fotogrammi di vita, una storia d’amore tra due uomini, uno dei quali è già impegnato in una relazione, Marco ha sottolineato, come ci tiene sempre a fare, che ogni forma di sentimento dev’essere libera, così come libera dev’essere la ricerca della propria felicità e del proprio posto nel mondo.

Ma, attento anche al quotidiano, ha voluto anche esprimere indignazione rispetto alla decisione della Procura della città di impugnare gli atti di nascita di 33 bambini registrati dal 2017 come figli di due mamme, privandoli di fatto di diritti e tutele, nonché della serenità che meritano. Qui le sue parole.

I social e il gorgoglio fangoso di una violenta ignoranza

Il pubblico che riempiva lo stadio in ogni ordine di posti, più di 40mila persone, ha accolto le parole dell’artista con una scrosciante ovazione, ma le reazioni del mondo social, tanto per cambiare, sono state di ben altro tenore.

Da ieri mattina, fare un giro, anche solo distratto, tra i commenti agli articoli che hanno riportato le parole di Marco significa addentrarsi in una discesa negl’inferi per niente arricchente o alta come quella dantesca: anzi.

Ciò a cui si assiste è uno scomposto farfugliare che mescola crassa omofobia, moralismo reazionario, anatemi religiosi di stampo biblico, pretestuosa omologazione dei meccanismi biologici della procreazione alle dinamiche affettive della genitorialità, sprezzante sicumera, sgrammaticata o linguisticamente addobbata obbedienza a leggi o regole spesso inventate sul momento per assecondare la propria visione impositiva e punitiva. Molta violenza verbale, e una clamorosa assenza di empatia.

E poi, immancabile, un classicone: “perché non pensa a cantare”? Quella frase ridicola, irritante e priva di senso che sempre si utilizza per sminuire il valore di una presa di posizione andando a rimarcare la presunta “frivolezza” di un mondo professionale che ancora non si vede riconosciuto, ahinoi, come parte integrante della cultura del Paese.

Un clima politico che è benzina sul fuoco

Tanto si potrebbe dire sulla visione che chi oggi governa ha dei diritti di quelle che sono comunemente definite “minoranze”, dalle donne, agli immigrati, a coloro che fanno parte della comunità LGBTQIA+.

Si potrebbe dire che da anni quanti con orgoglio rivendicano la propria affinità, quando non la propria appartenenza, a una storia nerissima da tanti punti di vista portano senza remore attacchi ripetuti, corposi, subdolamente sottotraccia o a testa bassa come un ariete medievale, alle persone che, in questa società, risultano tanto fragili quanto indifese su ogni fronte, e quotidianamente si vedono costrette ad affrontare soprusi e diminutiones che rendono complessa e faticosa finanche la preservazione della loro dignità.

Si potrebbe rievocare, come esempio paradigmatico di squallore istituzionale eretto a sistema, l’applauso fragoroso che due anni fa accolse al Senato la bocciatura del DDL Zan, legge che, seppur ampiamente perfettibile, avrebbe esteso tutele e previsto una giustizia più giusta per i reati figli d’odio, pregiudizio e discriminazione.

Si potrebbe dire che, negli ultimi tempi, si sta assistendo quasi giornalmente a una erosione progressiva e inarrestabile, benché spesso difficilmente percepibile anche a causa di una informazione, per usare un eufemismo molto… eufemistico, poco propensa all’indipendenza critica rispetto al potere, di conquiste sociali di libertà e uguaglianza alle quali si è pervenuti con dolore, fatica e straordinario coraggio.

Si potrebbe dire tanto, e con un sentimento di difficilmente controllabile e poco professionale rabbia. Ma non è questo il luogo appropriato, né è l’intento di questa disamina.

L’umanità come elemento politicamente identitario

L’intento di questa disamina è il sottolineare quanto debba spaventare, e indignare, e accendere, l’idea che un pensiero di essenziale empatia come quello espresso da Marco Mengoni sul palco di Padova venga percepito come una pericolosa chiamata alle armi diretta a un nugolo di rivoluzionari senza Dio dall’animo corrotto, responsabili dello sprofondamento del mondo in un abisso di depravazione e vizio (sic!).

In sintesi, non in pochi sono convinti che ritenere che una persona:

– abbia il diritto di essere e di amare liberamente perché è questo che definisce la nostra unicità;

– abbia il diritto di vestirsi come vuole, di gestire il proprio privato e il proprio corpo come vuole, di esigere che le vengano forniti gli strumenti adeguati per raggiungere i livelli più alti nel proprio settore professionale senza che questa diventi una aspirazione mutualmente esclusiva rispetto alla scelta di creare una famiglia;

– abbia il diritto di non volerla creare per niente, una famiglia, e di non vedere per questo sminuito il suo valore o il senso della sua esistenza;

– abbia il diritto di reputarsi assolutamente in grado di dare amore e di prendersi cura di un bambino a prescindere dal proprio orientamento sessuale;

– abbia il diritto di cercare in un’altra terra un futuro di sicurezza e di dignità per se stessa e per coloro che ama secondo modalità che non prevedano la riduzione in condizioni che nulla hanno a che fare con la definizione stessa di “persona”…

… che il ritenere per tali diritti si debba combattere insieme con forza a prescindere da genere, identità di genere, provenzienza geografica, status sociale, orientamento sessuale o credo religioso per il puro, semplice, naturale sentirsi parte di un’unica umanità al netto di ogni differenza e nel rispetto di ciascuna di esse, rappresenti il manifesto programmatico di una precisa ideologia politica.

E che, pertanto, a questa visione sia legittimo contrapporne una diametralmente opposta che consideri eticamente giustificabile il legiferare e il giudicare sull’identità, sul sentimento, sui legami familiari, sul corpo, sul fine vita, sulle opportunità da concedere in base al colore della pelle, facendo impietoso strame della altrui dignità senza batter ciglio, in nome di principi religiosi e morali branditi come strumenti di offesa, forgiati e piegati in base alle necessità del frangente.

E l’ascolto?

Sia chiaro: nessuno crede realmente che una società civile possa essere costruita come una utopia regolata esclusivamente da sentimenti e libertà, né tantomeno si intende negare il diritto sacrosanto di esprimere visioni e opinioni personali e libere su quelli che vengono considerati temi eticamente sensibili.

Però, è allo stesso modo inevitabile auspicare che ogni opinione la si maturi attraverso un ragionamento concreto e fondato, critico e approfondito, e che al manicheismo di pancia che, in uno schiocco di dita, diventa odio sic et simpliciter, si sostituiscano una sincera disponibilità all’ascolto e un altrettanto sincero desiderio di confronto.

Già, l’ascolto: basterebbe semplicemente chiedere a una donna, a un immigrato, a una persona LGBTQIA+, a una bambina, un bambino, una ragazza o un ragazzo figli di coppie omosessuali, a chi è affetto da una patologia allo stadio terminale, di cosa necessiti perché venga pienamente riconosciuto il proprio status di essere umano, con tutto ciò che tale status implica sia in termini di diritti che di doveri. Ed essere realmente interessati a capire, per poi da qui ragionare, legiferare, regolamentare e bilanciare. Avendo come unica bussola il rispetto della dignità di ciascuno.

È politica il “restiamo umani”?

E torniamo al principio di questo discorso. “Marco Mengoni è diventato politico, si è montato la testa”, si leggeva ieri tra i tanti deliri social. E ancora: “Andiamo ai suoi concerti per ascoltare delle canzoni, non dei pipponi condizionati dalle mode del momento”, “Troppo esibizionista, mi sa che non lo seguo più”. E altro che non è il caso di riportare perché meno significativo e di spessore di una folata di vento.

Credo nei doveri di ciascuno e credo nei diritti uguali per tutti.
Credo in chi lotta per i diritti degli altri.
Credo nel potere delle parole, nel loro peso, nella loro bellezza.
Credo in chi ha perso la vita pur di non perdere le parole.
Credo nella famiglia, quella da cui tornare ferito, per cercare conforto, quella che non ti giudica,
che ti abbraccia quando sei triste, che ti nutre quando hai fame, che ti copre quando hai freddo.
Credo che questa sia l’unica definizione di famiglia possibile

diceva Marco già diversi anni fa. E, per capire quanto nulla sia cambiato, vi consigliamo di ascoltare, una su tutte, The Damned of the Earth, tratta dall’ultimo album Materia (Prisma), un brano intensissimo che marca nel ritmo stesso il passo faticoso dell’umanità nella direzione di un mondo più giusto.

Forte di una storia artistica di assoluti prestigio e robustezza, e di un talento di straordinaria rarità, per Mengoni unirsi a quanti, tra i suoi colleghi in ogni branca del mondo dello spettacolo, in questi mesi si stanno producendo in salti carpiati, acrobazie e giravolte di pensiero degni del Cirque du Soleil stendendo umidi tappeti di saliva ai piedi dei potenti di turno alla ricerca, o alla conferma, del proprio posto al sole, sarebbe stato comodo e conveniente.

Ma Marco, oggi più maturo e consapevole della persona e del comunicatore che intende essere, ha deciso di fare della propria posizione privilegiata un enorme cannocchiale sul mondo, e un microfono col quale cogliere del mondo anche i sussurri più sottili. Ha deciso di esporsi con ancor maggiore decisione, di gridare, di metterci la faccia, il corpo, l’anima, la musica, le parole, e di lasciare, come suo solito ma in versione “amplificata”, a chi lo ascolta qualcosa di prezioso tanto quanto una emozione condivisa: una scintilla di riflessione.

Non da pericoloso sovversivo comunista vendutosi al gender (sì, ecco un altro degli sconclusionati deliri letti qui e là). Ma da cittadino che vive e che vota, da artista che canta, costruisce, racconta e si racconta, influenza, ispira ed entusiasma. Da persona tra le persone, fieramente rimasta — e intenzionata a rimanere — tale.

Non s’accontenta del “sono solo canzonette”? Bene, benissimo. Incitare a restare umani praticando attivamente l’empatia significa fare politica e suscita reazioni di sdegno e d’odio? Bene, stra-bene, benissimo: quale incentivo migliore a farla tutti, a testa alta, con rabbia costruttiva, con passione e determinazione? Anche chi dal partitismo istituzionale è lontanissimo.

L’auspicio, dunque, è che prese di posizione nobili e nette come la sua valgano ad accendere un rigurguto di coscienza in chi, tra quanti vivono sotto i riflettori e non solo, ha dimenticato per vigliaccheria, per egoismo, per calcolo o per ignoranza che, come diceva Fabrizio De André, artista e uomo che delle ultime e degli ultimi non si è mai stancato di raccontare dolore e bellezza, “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

1 COMMENTO

  1. Bellissimo articolo Chiara Rita Persico prima di buttarsi a fare commenti su argomenti così complessi bisogna riflettere e non sparare subito a zero, offendere chi non è d’accordo con noi.
    Se poi parliamo di Marco Mengoni anima sensibile e profonda, siamo proprio fuori strada.
    È un grande che merita tutto il rispetto possibile, avrebbe potuto evitare di metterci la faccia, visto il momento magico che sta vivendo, ma non lo ha fatto ( chissà cosa ha pensato il suo ufficio stampa ) . un affettuoso saluto.

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