Il 25 giugno di 80 anni fa, a Carate Brianza, nasceva Roberto Vecchioni.
Sicuramente uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi, uno dei principali alfieri della canzone d’autore italiana.
In oltre mezzo secolo di carriera Vecchioni ha scritto una serie infinita di capolavori, dedicandosi però anche alla letteratura e, come tutti sanno, all’insegnamento. E forse anche nel suo rapporto costante con i giovani, e tramite loro con il quotidiano, sta il segreto di un artista che non ha mai perso il contatto con la realtà e che ha saputo come pochi raccontare l’animo umano, sia che parlasse di sé, dei nostri tempi o dei miti del passato.
Roberto Vecchioni oggi compie 80 anni, ma le sue canzoni, anche quelle più datate, sono senza tempo, perché contengono al loro interno il germe prezioso della poesia.
Per celebrare i suoi 80 anni abbiamo pensato ad una playlist “alternativa”, che per una volta lasci da parte brani conosciuti da tutti come Samarcanda, Luci a San Siro, Chiamami ancora amore, Sogna, ragazzo sogna e così via, per dare spazio a delle gemme altrettanto lucenti, anche se probabilmente meno conosciute al grande pubblico.
L’ultimo spettacolo
Partiamo con una canzone che in fondo non è così sconosciuta tra i fan di Roberto Vecchioni, tanto che da molti viene indicata come canzone preferita del cantautore milanese, ma che il grande pubblico probabilmente non conosce.
Abbiamo scelto questo brano per primo perchè contiene in sé tutti i tratti della poetica del cantautore, e inoltre perché “rappresentante” di altri pezzi strettamente autobiografici come ad esempio Improvviso paese, Due giornate fiorentine, o Sestri Levante.
Tratta dall’album Samarcanda, del 1977, L’ultimo spettacolo è probabilmente una delle vette più elevate della musica italiana del Novecento.
La canzone è divisa in due parti: la prima del passato, del mito, con la nave del fenicio che porta via il poeta, che deve partire per vedere il mondo e poi cantarlo.
La sua natura lo spinge a partire: è la sete di conoscenza, di sapere, che lo porta lontano da casa, dove lascia la sua donna. Con l’occhio azzurro la saluta ma con l’occhio blu già la rimpiange, come un segnale premonitore di qualcosa che succederà.
Ed ecco gli uomini, che vengono rappresentati “grandi, dietro grandi scudi”, pronti a scegliersi il proprio destino, in realtà sono “piccoli, goffi, disperati e nudi”, con l’ombra nera sullo sfondo che ribadisce che è lei a scegliere.
Troviamo anche Omero, che per rimanere nel sogno decide di accecarsi, per non essere costretto a guardare la realtà.
Ma Vecchioni invece con la realtà è costretto a fare i conti, e allora la scena della canzone si sposta nel tempo presente, più precisamente alla stazione di Milano, sul marciapiede del treno per Torino.
La donna è reale, è la sua prima moglie Irene, che sta andando nel capoluogo piemontese dal suo amante.
L’addio farsesco si consuma tramite le ultime e uniche parole di lei. Quel “me la dai una sigaretta?”, a dimostrazione della distanza, dell’incomunicabilità e dell’imbarazzo del momento.
In quest’ultima parte troviamo tutta la drammaticità di un uomo che ama ancora la propria donna ma che invece la accompagna per vederla andare da un altro.
Ed arriviamo ad una delle frasi più belle mai scritte in una canzone, quel “e non si è soli quando un altro ci ha lasciato / si è soli se qualcuno non è mai venuto”.
Pur amando l’altra persona, ci si accorge di essere soli, perchè si è sempre stati da soli all’interno di quel sentimento. E non serve a niente il conforto degli amici, l’invito a lasciar stare.
Perchè questa storia è vera, è maledettamente vera, e Vecchioni con l’ultimo verso ce lo conferma, insieme alla confessione d’amore: “perchè se questa storia fosse una canzone con una fine mia / tu non andresti via”.
A. R.
Arthur Rimbaud è quello che può essere definito il fondatore di un nuovo tipo di poesia e di un nuovo modo di scrivere. Da lui nasce, nel secondo Ottocento, il simbolismo francese. Oltre a questo era un antiborghese ed anarchico, che fece parte della Comune di Parigi, nonostante fosse nato in una famiglia bigotta e borghese.
La canzone è costruita su due piani, in un continuo rimando (tra strofa in terza persona e ritornello in prima persona) tra un racconto per sommi capi della vita di Rimbaud e l’immedesimazione poetica tra lui e Vecchioni.
Troviamo la gioventù a Londra e quell’amore difficile con Paul Verlaine, dal finale drammatico. Il buttarsi via, le droghe, fino a smettere completamente di scrivere e decidere di imbacarsi per fare il mercante d’armi e di schiavi tra Europa ed Egitto. Una vita vissuta disperatamente nella continua e costante autodistruzione, con sullo sfondo la ribellione verso la madre e quello che rappresentava (“E sua madre nel fienile, nel ricordo / Vecchia, scassata borghesia”), che lega la negatività della sua condotta di vita a un complesso di Edipo mai superato.
Questo distacco narrativo delle strofe, con l’uso della terza persona, sta a significare un doppio giudizio da parte di Vecchioni sul poeta: se non concorda con la negatività delle sue scelte di vita, dall’altra parte è nell’arte, nelle opere che c’è affinità, ed ecco quindi che arriva la prima persona dei ritornelli, a immedesimarsi per celebrare quel nuovo modo di fare poesia (e quindi, per Vecchioni, di scrivere canzoni).
Euridice
Nel celebre mito greco Orfeo, straziato dal dolore per la morte della sua amata Euridice, uccisa a soli vent’anni da un morso di un serpente, decide di scendere agli inferi per riaverla indietro.
Così, giunto al cospetto degli dei Ade e Persefone, canta fino a farli commuovere e li convince a far tornare Euridice nel regno dei vivi, ma a patto che durante il viaggio di ritorno non si volti a guardarla finché non fossero giunti alla luce del sole.
Ma proprio quando la luce ormai si intravedeva Orfeo si gira, per impazienza, perdendo per sempre Euridice, costretta a tornare tra i morti.
Ma è stato davvero per istinto, amore e impazienza che Orfeo si è voltato?
Secondo Vecchioni, quella di Orfeo è una scelta consapevole.
Si volta perché durante il viaggio di ritorno dall’Ade ha il tempo di pensare che, anche se Euridice dovesse tornare tra i vivi, nulla sarà più com’era prima. Perché lei è morta e il nero della morte contrasta con i colori che ci sono fuori, il calore del Sole contrasta con il gelo che le ha preso la vita.
Basterebbe voltarsi per cancellare lo sforzo di aver trionfato sul sovrano del sottosuolo.
E Orfeo si volta.
Compiendo un atto di volontà, sceglie deliberatamente di abbandonare la sua sposa negli inferi.
Euridice viene lasciata nell’aldilà perché il ritorno non comporterebbe meno sofferenza della perdita. Ritornare non significherebbe rivivere, perché Euridice non è già più.
“Tutto quello che si piange / non è amore”, canta Orfeo: non sta abbandonando la sua sposa, non la sta uccidendo ma sta solo rifiutando un’ulteriore sofferenza.
Nell’atto di voltarsi, Orfeo sceglie l’inizio di una nuova vita, fatta di gioie che non ha ancora assaporato, una vita che lo attende fuori, della quale inizia a sognare non appena intravede il “primo barlume di cielo”.
Il cielo capovolto
Da professore di materie letterarie al liceo per tutta la carriera, Roberto Vecchioni non poteva non far defluire anche nelle canzoni l’amore per la letteratura greca.
E se poco più su abbiamo visto la “riscrittura” del mito di Orfeo ed Euridice, qui Roberto Vecchioni si impersona in Saffo, quella che ritiene la più grande poetessa dell’Antica Grecia.
Racconta lo stesso cantautore: «È la storia di uno dei tanti addi subìti da Saffo. È la storia di una delle sue allieve che va a sposarsi. Saffo soffre spaventosamente questo addio e lascia la ragazza piangendo, la separazione la ferisce nel fisico, non solo nell’anima. È la prima volta nella storia della poesia».
Infatti è stata proprio la poetessa greca la prima nella storia a raccontare l’amore, e l’addio, come dolore fisico. È lei a nominare per prima l’angoscia, la paura, il dramma di quando una persona se ne va.
In questa canzone, inoltre, proprio traendo ispirazione da un frammento di Saffo, Vecchioni afferma nella maniera forse più poetica, un concetto che permea fortemente le sue canzoni, ovvero la superiorità della donna sull’uomo.
Scrive la poetessa greca: «Alcuni dicono che la cosa più bella sulla terra nera sia una schiera di cavalieri, altri di fanti, altri di navi. Io invece ciò che si ama».
Parafrasando questo pensiero, le donne diventano il cielo e gli uomini il mare, che non hanno colore proprio, ma riflettono il colore del cielo. Da qui il loro eterno complesso di inferiorità nei confronti delle donne.
La stazione di Zima
Sono davvero molte le canzoni scritte da Roberto Vecchioni che hanno per tema Dio e il rapporto con lui.
Per rappresentarle tutte abbiamo scelto questa, che vuole essere la rivendicazione di una piena ed autonoma “umanità” nei confronti di qualsiasi essere supremo “altro”.
Sul treno che in questo viaggio immaginario e immaginato porta a Zima, verso l’angolo più sperduto del mondo, ci sono Dio e un uomo. Fra loro, unici viaggiatori, inizia un dialogo, quasi un braccio di ferro verbale: Dio propone all’uomo di seguirlo nella bellezza e nella dolcezza del Paradiso, ma l’uomo vuole scendere ugualmente alla stazione – brutta, isolata – tenendosi orgogliosamente stretto alla vita, ai suoi problemi, a tutte le sfumature dei colori che l’esistenza terrena propone.
Non c’è nichilismo nelle parole di questo uomo che dialoga con Dio, semplicemente la richiesta di essere lasciato a vivere da uomo e, soprattutto, a morire da uomo. Senza la necessità che “dopo” ci sia qualcuno o qualcosa ad accoglierci.
Un non credente che dimostra però grande disponibilità ad accogliere la divinità che vorrà rivelarsi, manifestarsi.
Curiosità su questo brano: quando chiesero a Vecchioni di una sua eventuale candidatura al Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.
Figlia
Di canzoni per i propri figli Roberto Vecchioni ne ha scritte tante. Più generiche, come Figlio figlio figlio, oppure profondamente autobiografiche come Canzone da lontano, Piccolo pisello, Le rose blu, Un lungo addio e, per l’appunto Figlia.
Roberto è da poco diventato padre di Francesca, avuta dalla prima moglie Irene, e le scrive questa lettera sotto forma di canzone.
Non è la classica canzone dedicata a un figlio che si sente oggigiorno, anzi. Se vogliamo è un’antesignana, ma rappresenta una vetta poetica che raramente è stata raggiunta da altri.
Non è la canzone sdolcinata per la gioia di aver dato alla luce una figlia, ma è una sorta di manifesto per la sua vita futura.
Troviamo sì la tenerezza del padre (“penso di avere fatto del mio meglio / così a volte guardo se ti rassomiglio”), ma anche la spinta a combattere per le proprie idee, con una frase dall’incredibile potenza come “non voglio che tu sia felice / ma sempre contro finchè ti lasciano la voce”.
Curiosità: Francesca si chiama così perchè, come viene detto nella canzone, “porti il nome di un mio amico / di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito / perché sei nata il giorno che a lui moriva un sogno”. L’amico in questione, anche se non è mai stato confermato ufficialmente, dovrebbe essere Francesco Guccini.
Tommy
Un’altra canzone estremamente personale, anche se dedicata ad un amico, è Tommy.
È ancora una volta Roberto Vecchioni a raccontare la nascita della canzone: «Nel dicembre dell’84 nevicò tantissimo in tutta Italia, e le strade erano coperte di neve. Un mio amico di Torino, che era anche il mio dentista, mi chiamò e mi disse che voleva farla finita con la vita. Io partii subito per arrivare da lui, però c’era così tanta neve che non riuscii mai ad arrivare, mi fermai prima. E lui purtroppo se ne andò veramente. Questa canzone è un piccolo dialogo col Signore, perchè ogni tanto vada a trovare questo mio amico, perchè io credo che Dio sia molto più umano degli uomini».
La canzone è divisa nettamente in due parti distinte.
Infatti, se nella prima metà Vecchioni ci aveva raccontato di Tommy e della sua vita disperata in cui “non aveva niente da sognare
, aveva già passato tutto il suo avvenire”, nella seconda metà il cantautore si rivolge a Dio, prima descrivendo in una maniera incredibilmente poetica un gesto come il suicidio (“Quel giorno Tommy tirò una corda al cielo / poi non si vide più, non c’era niente / così metterla al collo gli sembrò divertente”) e poi chiedendo al Signore un po’ di pietas per l’amico.
Viene a galla anche il senso di colpa per non essere riuscito a salvare l’amico (“digli che io c’ero e non ho fatto in tempo”), ma la premura è che possa ricevere amore, nonostante il suo gesto estremo, arrivando perfino a “cedergli” degli attimi felici tra quelli che ha vissuto lui (“dagli un attimo di madre / contro i tuoi comandamenti / Fallo, tanto chi ti vede? / Toglilo dai miei che ne ho già avuti tanti”).
Signor Giudice
Il 17 agosto 1979 venne eseguito a Milano nei confronti di Roberto Vecchioni un mandato di cattura emesso da un giudice del tribunale di Marsala, il giudice Salvatore Cassata. L’accusa era quella di spaccio di sostanze stupefacenti. Vecchioni venne arrestato e due giorni dopo venne trasferito nella casa circondariale di Marsala. Vi passò quattro giorni.
Il motivo? Il giudice Cassata aveva deciso che un paio di anni prima, durante la festa dell’Unità che si era tenuta a Marsala nel giugno del ’77, Vecchioni aveva ceduto uno spinello a un ragazzino alla fine di un suo concerto. In realtà pare che un ragazzo si fosse avvicinato chiedendogli da fumare e che il cantautore gli avesse semplicemente risposto: “mi dispiace, non fumo”. Il giovane aveva quindi messo in scena l’accaduto, come emerso al momento dal confronto col cantautore.
La rabbia di Vecchioni fu ulteriormente esacerbata dal fatto che, dopo aver emesso il mandato di cattura, il giudice Cassata era partito per le ferie.
Notevoli le stilettate ironiche del cantautore nel testo del brano, riferendosi alla situazione surreale: “Signor giudice le stelle sono chiare per chi le può vedere magari stando al mare”.
Per l’interrogatorio (da persona libera, nel frattempo era stato già scarcerato) ci fu da aspettare il mese successivo (“Signor giudice lei venga quando vuole, più ci farà aspettare più sarà bello uscire”).
E nonostante Vecchioni alla fine sia stato ovviamente assolto, non poteva mancare un’ulteriore frecciata: “Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà, ci vergogniamo tanto d’essere uomini così così”.
Mi porterò
Nell’album Chiamami ancora amore, che contiene la canzone che ha vinto il Festival di Sanremo nel 2011, c’è un altro brano di notevolissima ispirazione e vena poetica, ovvero Mi porterò.
In questa canzone Roberto Vecchioni immagina, come probabilmente tutti abbiamo fatto almeno una volta nella vita, cosa si porterebbe nell’aldilà.
Ed è una carrellata di immagini, in maggior parte legate all’amore, sia universale che autobiografico: “Mi porterò / tutti i poeti che hanno pianto per amore / se ci staranno nel mio cuore / Mi porterò / il soldatino che non rimaneva in piedi / e che è il più bello se ci credi”.
E ancora: “Mi porterò / quando aspettavo il tuo sorriso come un dono / e far l’amore era un perdono / Mi porterò / quando eran piccoli i ragazzi e noi eravamo / giovani e belli come siamo”.
Rimane l’incertezza su cosa ci sarà dopo, ma i ricordi, quelli sì, ci saranno sicuramente (“Vi porterò / e vi terrò / dove sarò / o non sarò”).
Canzone per Alda Merini
Chiudiamo con una splendida canzone scritta da Roberto Vecchioni per la poetessa Alda Merini e contenuta nell’album Sogna, ragazzo sogna del 1999.
Stavolta lasciamo tutta la scena al cantautore, che racconta la nascita del brano: «Un giorno le ho chiesto: “ma tu sei felice? Che cosa sarà la felicità per i poeti?” E lei mi rispose in un modo secondo me bellissimo: “basta niente per essere felici: basta vivere come le cose che dici e dividerti in tutte le cose che hai, per non perderle mai”.
È vero, la felicità secondo me è questo. Allora le ho detto: “guarda Alda, io parto da qui. Ti faccio una canzone che sarà la tua, permetti anche mia perché ti amo, però questi quattro versi me li devi lasciare, perché sono il centro di tutto quello che sei tu”.
E infatti la canzone è quello che è lei adesso: il dramma di Gerico, il problema del tornare non al cielo ma all’inferno. La canzone inizia con una realtà pazzesca, cioè questo manicomio dove le legavano addirittura i polsi. Non poteva scrivere, anche se l’avesse voluto. E poi gli elettroshock e tutto il resto. Una specie di viaggio che passa attraverso un sacco di gironi infernali: le figlie che non vengono, le perde, che se ne vanno da tutte le parti del mondo.
E a questo punto c’è la domanda: “ma con tutto quello che hai passato, come fai ad essere felice?”
E lei mi ha risposto: “Perché io non ho mai perso niente. Non ho mai diviso la mia vita da quello che ho scritto, non ho mai diviso la mia vita da quello che ho pensato e mi sono divisa in tutte le persone che ho amato e me le sono tenute”.
E mi sono detto: questa risposta è un grandissimo input.
Da lì mettere una melodia su una canzone così è stato facilissimo, perché è proprio il crescendo di una donna che vuole gridare a tutti: io sono libera.
Infatti la canzone finisce gridando: sono libere le mie mani, libera la mia bocca, è libero il mio cuore, libero il sesso, è libero tutto dentro di me.
Tutto questo per dire: la vita è libertà, nonostante tutto quello che ho passato.
E questa è la canzone raccontata, si può anche raccontare una canzone».
I prossimi appuntamenti con Roberto Vecchioni
13 luglio – Piane di Montegiorgio (FM), Square Music Festival
16 luglio – Laurenzana (PZ), Piazza Largo Fiera
29 luglio – Gatteo Mare (FC), Arena Rubicone (unplugged in duo)
31 luglio – Porto Cervo (SS), Conference Center
3 agosto – Cavriglia (AR), Piazza Enrico Berlinguer
12 agosto – Tagliacozzo (AQ), Piazza – Festival internazionale di Mezza Estate
13 agosto – Salemi (TP), Piazza Alicia
14 agosto – Bisaccia (AV), Piazza Duomo
16 agosto – Casabona (KR), Campo sportivo
18 agosto – Presicce Acquarica (LE), Piazza
26 agosto – Lestizza (UD), Piazza San Biagio
7 settembre – Pescara, Festival D’Annunziano
Il calendario aggiornato si può trovare qui.






































