detto Ferrante Anguissola a 91 anni canta in tedesco e italiano

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detto Ferrante Anguissola

Arriva il comunicato stampa, nuove tracce dell’artista, curriculum, qualche info e solita prassi. La routine delle interviste è (quasi) sempre la stessa e dopo 30 anni di attività, lo confesso, a volte mi prende quella sensazione di spossatezza che mi spinge a declinare l’invito o a procrastinare. Ma qualcuno può fare la differenza e questa volta l’occasione è veramente ghiotta perché detto Ferrante Anguissola non è solo un cantastorie meraviglioso, che con il suo nuovo singolo ‘Einsamkeit- Solitudine ballata in due lingue Tedesco e Italiano’ ci offre la possibilità di approfondire ancora meglio il suo mondo, ma è un personaggio veramente unico.

Lui, che di anni ne ha novantuno, canta ma soprattutto ne ha fatti cantare molti. Ed è con un po’ di emozione che suono alla porta di casa Anguissola per un caffè e una lunga chiacchierata con il fondatore di Exhibo, azienda nata a Firenze nel 1958, che portò in Italia i celebri microfoni Sennheiser.

«Fu solo un caso se riuscimmo a avere la rappresentanza esclusiva della Sennheiser Electronik” – tende a precisare. «Si trattava di un’azienda tedesca che produceva microfoni per alcune società di comunicazione, ai tempi qui da noi ancora sconosciute, ma con il tedesco me la cavavo benissimo e cucire degli splendidi rapporti non fu certo un problema. Furono anni incredibili, di duro lavoro e di grandi soddisfazioni in primis con la Rai, il nostro primo cliente, poi con le radio libere, le televisioni e con tantissimi studi di registrazione.

Quei microfoni che erano già molto apprezzati da tecnici del suono e addetti ai lavori, mi diedero la possibilità di lavorare in giro per il mondo, e di incontrare cantanti e personaggi straordinari. Ma nel mio cuore, la vena artistica cresceva. Mentre viaggiavo mi annotavo idee di testi e musiche, che nel tempo diventarono ballate. Ogni tanto spunta fuori da un cassetto qualche inedito prezioso, proprio come questa mia “Einsamkeit- Solitudine’ (suonata con il chitarrista Raffaele Diomaiuto: ndr.), recentemente riveduta nel testo, ma scritta molti anni fa. Racconta la storia di una donna che vive nell’ansia per una situazione che potrebbe evolvere al peggio, proprio come accade alle compagne di marinai, pescatori e di altri uomini, che lavorano in ambienti insicuri.

Così, mentre attende il ritorno del suo amato, osserva il tempo che peggiora, e la solitudine si trasforma prima in preoccupazione e infine in rassegnazione al destino. L’idea di cantarla in tedesco e tradurla nella strofa seguente in italiano, è frutto della lunga esperienza da cantastorie. Durante le mie esibizioni all’estero, quando proponevo una canzone in una lingua sconosciuta, aiutavo in questa maniera il pubblico a afferrarne meglio il significato».

Chi ti ispirò tanta malinconia?
«Una mia zia austriaca, anche se diventato successivamente padre di quattro figlie femmine, ho vissuto anch’io quel senso di inquietudine soprattutto la sera, quando le ragazze uscivano di casa rientrando più tardi del previsto. L’attesa è sinonimo di trepidazione».

La copertina del singolo è stata realizzata proprio da Consolata Anguissola, una delle tue amatissime figlie, fondatrice tra l’altro di Hetre, Atelier du Papier.
«Sì, siamo una famiglia molto unita e loro sono mie grandi sostenitrici. L’idea di farle disegnare la cover, è venuta naturale».

Nuovo singolo, tre album alle spalle (‘Poligrafici, Pensionati, Trombai e Santi’ 1978, ‘A Occhi Aperti’ 2020 e ‘E la voce va’ 2022), e un cassetto pieno di inediti. Una passione per il canto, nata da giovanissimo.
«Già. A dodici anni venivo reclutato per fare le classiche serenate, alle ‘morose’ dei ragazzi più grandi di me. Proponevo canzoni dialettali, francesi, qualche ballata italiana che andava ai tempi. Cantavo nelle cascine del cremonese».

Sei nato a Cremona, e a quella terra sei rimasto fortemente legato.«Sì, ho dei ricordi meravigliosi della mia famiglia. Mio padre, partito per studiare agricoltura in Belgio, tornò a casa innamorato dell’Europa e mi consigliò di imparare le lingue, suggerimento che si rivelò prezioso. Parlo correttamente inglese, francese, tedesco (e bene il croato, la terra di mia moglie) e come lui a diciannove anni, sono partito alla scoperta del mondo, testimone di tanti cambi epocali. Non ho mai smesso di ringraziarlo perché le lingue sono state fondamentali, nel mio lavoro e per la mia vita».

Come è nata la passione per la tecnologia e come sei arrivato a fondare Exhibo?
«Ero un ragazzino creativo, mi piaceva lavorare con le mani e trascorrevo le ore a osservare le capacità di muratori e falegnami. Avevo costruito un areoplanino con la carta e la colla ma ero stufo di lanciarlo con l’elastico e correre nei campi per andarlo a riprendere, cosi cercai una soluzione più interessante. Correva il 1946 e, per fartela breve, trovai la maniera di saldare quattro fili per farlo volare. Fu un successo.

Mi traferii successivamente a Bologna per frequentare la facoltà di chimica industriale, e per seguire le lezioni di ingegneria. Neo laureato, venni contattato da un’azienda italiana che mi propose un’assunzione immediata, con tanto di trasferimento a Hong Kong ma per fortuna…le cose andarono diversamente. Venni contattato da un caro amico fiorentino che mi propose di lavorare con lui, consapevole delle mie importanti conoscenze di elettronica e delle lingue, fondamentali per il contatto con i clienti. Exhibo è nata così!».

Fino a che anno, sei rimasto al timone di Exhibo?
«Fino al 2012. La marcia in più dell’azienda, sicuramente furono l’impegno, la coerenza, la grande professionalità del mio team e l’amore smisurato per questo lavoro».

Viaggiavi sempre e la valigia si riempiva di canzoni…
«Sì, ho sempre scritto parecchio. A 19 anni giravo l’Europa in autostop, di giorno visitavo le città mentre la sera suonavo negli ostelli. Credo di aver ereditato la passione per l’arte da Sofonisba Anguissola, pittrice del tardo rinascimento dal nome cartaginese, che ho la fortuna di custodire nel mio passato e della quale mi occupo ormai da 35 anni, da quando il prof. Caroli, massimo storico dell’arte, mi ha iniettato la conoscenza più dettagliata».

Viaggiatore e istruttore di vela nella scuola di Caprera, oltre che pioniere della comunicazione, del suono e delle telecomunicazioni.  Quanta passione, quanta vita!
«Ho vissuto la guerra, ho visto tante città distrutte e le loro ricostruzioni, ho visto cambiare usanze, abitudini, modalità, linguaggio e sono testimone dello straordinario evolversi della tecnologia. Grandi soddisfazioni nel mio lavoro, una famiglia meravigliosa e tanta musica. Sono un uomo fortunato».

A proposito, che musica ami ascoltare?
«Diciamo che la contemporanea non mi fa impazzire, per non parlare dell’uso spropositato che stanno facendo i ragazzi dell’auto-tune. Ascolto musica classica su Spotify, adoro Tchaikovsky, ma anche i cantautori italiani, come Paolo Conte, Fabrizio De André e Lucio Dalla – che mi chiamava il Signor Sennheiser (ride; ndr) – ma apprezzo moltissimo anche i chansonnier tedeschi, e francesi».

C’è una ballata, alla quale sei particolarmente legato?
«La mer “di Charlese Trenet. La feci suonare alle esequie della mia mamma. Adorava quel pezzo, mi è rimasto nel cuore».

Cosa ti annoia?
«Le (troppe) parole che non portano a nulla di positivo».

E del tuo rapporto con i social, che mi dici?
«Inizialmente ero scettico, mi sono ricreduto e oggi ritengo siano indispensabili. Ho trovato un ragazzo che mi ha insegnato tantissime cose e ora faccio (quasi) tutto da me. La tecnologia vince sempre e comunque, su qualsiasi altra passione ed è per questo che ho scelto la piattaforma digitale Musixmatch per i miei album. Si guarda al futuro, chi si ferma è perduto».

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