Giovani jazzisti italiani crescono. E, chi più chi meno, non si adeguano. Agli standard del jazz mainstream di americana narrazione. E poiché gli acquirenti, pare, non si fidano più di nessuno e devono porre orecchio per credere, noi suggeriamo di seguire (e soprattutto ascoltare) le loro tracce. Ecco un terzetto di “ragazzi” che vogliono uscire dalle trame più scontate, dalla programmazione a stelle e strisce che è tanto omogenea da far sembrare un concerto minimalista simile a un circo a tre piste su cui si scatenano contemporaneamente domatori e trapezisti, clown e donne-cannone, giocolieri e illusionisti. Contenti loro. Noi preferiamo chi prova a dire qualcosa di personale e fuori dalle rotte canoniche.

Aniello De Sena

Aniello De Sena
Soulmates (Alfa Projects/Egea)
Voto: 8

Da un album di debutto solitamente ci si attende un variegato ventaglio di proposte sonore, che spesso vanno in direzioni disparate che magari neppure ci azzeccano fra loro, perché sono il frutto della ricerca di un percorso personale, di una “via” da perseguire, elaborato negli anni giovanili e in un tempo prolungato. La scelta del trombettista e compositore campano Aniello De Sena invece è unitaria, quasi monolitica, nel frequentare un jazz moderno, attuale, più vicino a una discendenza scandinava, cui si aggiunge spesso una spruzzata di swing, che ai colori del Mediterraneo, con un preciso ordine negli assolo, quasi sempre affidati alla sua tromba e alla fantasia del pianista Raffaele Ranieri, un talento di grande prospetto.
La formazione base è un quintetto completato dal chitarrista dal piglio metheniano Michele Caccavale (elegantissimo nel girotondo con il flauto dell’ospite Francesco Desiato in Minor Game), dal bassista Aldo Capasso (brilla nell’acquerellata A New Experience sollecitato da un prezioso solo di Ranieri) e dal batterista Marco Fazzari. Tra i brani da segnalare anche la programmatica apertura A Rainy Day, gli incroci di The First con i due assolo del protagonista, quasi in contrasto tra loro, l’articolata e nitida Blue Canvas aperta da una tromba lunare, l’ondulatoria Never Ending Story, con un assolo di tastiere che fanno il verso a un vibrafono, e la conclusiva For My Sister, un breve, lirico racconto del solo pianoforte.

Accordi Disaccordi – foto di Dario Berlucchi

Accordi Disaccordi
Decanter (autoprodotto)
Voto: 8

Album numero cinque per la nostra più attiva band di gipsy jazz, quello “inventato” negli anni Trenta dal franco-gitano Django Reinhardt (il nome della formazione è preso dal titolo italiano del film di Woody Allen Sweet And Lowdown, che narra la vita di un chitarrista jazz il cui ossessivo riferimento è proprio il grande artista sinti). Il trio – Alessandro Di Virgilio, chitarra solista, Dario Berlucchi, chitarra ritmica, e Dario Scopesi, contrabbasso – però sa svincolarsi con intelligenza dai cliché del genere e allargare la sua proposta a territori diversificati, tanto da essere quest’anno una delle band stabili per tutto Umbria Jazz.
Durante l’ascolto si passa così dalla raffinata altalena ritmica di Rosabruna con un brillante finale alla Gypsy Kings al bolero spagnoleggiante Barcellona, piena di virtuosismi e di ammiccamenti, dall’inafferrabile Restart, con la talentuosa violinista Anais Drago (fondamentale anche in altri tre brani e del tutto non grappelliana, come invece ce la si aspetterebbe) a sollecitare il trio verso una “ripartenza” fuori dagli schemi, alla Easy che sa di musica da film anni 60, grazie anche al vibrafonista Riccardo Conti, dalla popolaresca Rue Du Midi, spruzzata di musette grazie alla fisarmonica di Roberto Cannillo, alla chiusa insinuante e consolatoria di Insomnia. Senza dire di The Other Song, con il violino e le percussioni di Gilson Silveira (anche lui in altre tre track) a disegnare un gypsy jazz “progressivo” attualissimo e coinvolgente.

Emiliano D’Auria

Emiliano D’Auria
First Rain (Losen)
Voto: 8

Cosa ci fa un quintetto di musicisti italiani nell’isola norvegese di Giske ad attendere la “prima pioggia”, la First Rain? Cerca il clima giusto per incidere i brani elaborati dal pianista Emiliano D’Auria (nove, cui si alternano tre rapide improvvisazioni, le Entr’Act, grezze e meritevoli di approfondimenti), che seguono percorsi lontani dal mare nostrum e illuminati da un sole di mezzanotte ambiguo e onirico. Il quinto cd da leader del musicista di Ascoli Piceno è il suo secondo con questa formazione – completata dai beneventani Luca Aquino alla tromba e Dario Miranda al contrabbasso e dai romani Giacomo Ancillotto alla chitarra elettrica ed Ermanno Baron alla batteria – e per l’etichetta scandinava Losen, che certamente li ha scelti per la sua affinità, seppure non priva di attriti, con le sonorità che da ormai mezzo secolo ci vengono dai jazzisti di quelle regioni.
Aquino, che non disdegna anche il flicorno, ha visione prospettica e lirismo ampio. Miranda sorprende per profondità e per l’abilità nel portare in primo piano lo strumento. Ancillotto è nervoso e poetico, ansioso e denso, proprio comme il faut. Baron è eccellente nell’offrire sollecitudini “giuste” e insieme inattese. D’Auria sa distendere e aprire, disegnare varchi all’interno di panorami uniformi, volare come un gabbiano su una superficie cangiante come il mare d’inverno. E sa comporre e guidare i suoi pard a disegnare inquietudini profonde sopra panorami senza fine come nell’iniziale title-track, in Looking For Love e in The Man Without Nose, a frantumare paradisi naturali e immaginari con le graffiate quasi rock e gli incedere cupi in Social Melancholy e in Birth And Rebirth Of Birds, a riassumere tutto il climax nei conclusivi, spezzettati, volubili quasi 10 minuti di The Storm And The Stillness.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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