Oggi il 60% dei laureati è formato da giovani donne: conseguono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati in media migliori, sempre meno nelle tradizionali discipline umanistiche. Eppure in Italia l’occupazione femminile è ferma al 48,5% della popolazione in età da lavoro, quasi venti punti meno di quella maschile, è lontana 13,9 punti percentuali dalla media europea, soprattutto nelle posizioni più elevate. Ergo va fatto qualcosa per migliorare la situazione. Ergo chi, tra le donne, è riuscita ad “arrivare” è inevitabilmente di altissimo livello. Anche nel jazz: ascoltare per credere.

Cettina Donato – Zoe Pia
Mito (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
La pianista e direttrice d’orchestra (a Boston ha fondato una big band a suo nome con musicisti di tutto il mondo) siciliana Cettina Donato e la clarinettista (suona anche strumenti tradizionali, come le complicate launeddas) sarda Zoe Pia, componente della Fire Orchestra di Mats Gustafsson, propongono il loro mix intenso e solido di jazz e musica da soundtrack. Compongono alternativamente le 12 tracce di un concept album dedicato al Mito, cercando di raggiungere la magia del suono atavico e la forza delle radici, irrorandole di portati afroamericani, di sapori mediterranei e di un ideale classicheggiante altrettanto profondi.
Pia, a cinque anni dall’ottimo esordio solista Shardana, ha una visione più terrigna e solida. in cui il sacro e il profano si mescolano. Donato, giunta al suo sesto album con diverse formazioni e progettualità (Piano 4hands in un altro duo al femminile con Stefania Tallini), tende a distendere il discorso jazzistico verso trame più contemporary, senza mai dimenticare la dimensione ampia dei rimandi del mythos, in greco “racconto, narrazione”.
Riferiti a saghe mitologiche celeberrime, da quella iniziale di Arianna, Teseo, Dioniso (con la profonda voce narrante dell’attore Ninni Bruschetta) a Medusa, lirica e schizzata, dal variegato e disarticolato Atena all’inafferrabile Clitemnestra, la guerriera, oppure a leggende delle nostre isole maggiori, come la dolente Dea madre, la Venere di Macomer oppure Antas, che da un tappeto infinito nel tempo e nello spazio arriva a puntate free, i brani hanno tutti un senso dell’evocazione e della ricerca, sono carichi di lirismo e di passione, offrono una dimensione che fonde un sentire arcaico rimasto vivo nei secoli tanto da irrorare classicismo e jazz d’avanguardia.
Un disco di pregio, la cui scrittura avrebbe avuto con un arrangiamento e un’esecuzione orchestrali una resa da capolavoro. Ma è la parola di chi, come chi scrive, soffre di horror vacui.

Valentina Fin
A chi esita (Giotto Music/Egea)
Voto: 8
Nel suo terzo album da titolare, cui si sommano i due con il quintetto RAME, la cantante e compositrice vicentina realizza una personale e profonda catabasi, inoltrandosi negli abissi della propria ricerca sia interiore sia artistica a tutto campo (non per nulla i testi si ispirano alla poesia e all’arte moderna e contemporanea, da Salvatore Quasimodo e Bertold Brecht a Oliver Sacks e Marina Abramovich) e nelle fessure di un percorso a specchio tra le necessità dell’io interprete per sé e dell’io interprete per il pubblico, ritrovandosi trasformata e con occhi ben aperti sul futuro. Non a caso la dedica-titolo A chi esita è comprensiva e insieme stimolante verso chi trova difficoltose e ingrate certe operazioni catartiche.
Gli otto brani (sei della leader, uno del fidato contrabbassista Marco Centasso e un altro dell’ottimo chitarrista Luca Zennaro) sono “pericolosi”, invitanti e rischiosi, avvolgenti come le trame di ragno per una mosca, difficili da digerire come frutta matura sulla soglia del sonno notturno. Apre subito la programmatica Piccola ode al cambiamento, in cui il sassofono di Manuel Caliumi già si propone co-protagonista, seguita dai vocalizzi di QQ e poi dall’altrettanto indicativa Dreams Are Dangerous, secondo il noto ammonimento sacksiano, con l’incrocio tra la delicatezza dei momenti cantati e la ricerca vibrante del quartetto jazz strumentale. Ancora vocalese modernissimo in perfetto interplay con gli altri strumenti per Indefinitely, poi la lievissima Quasi un madrigale, in trio con l’alto e la chitarra, la title-track drammaticamente brechtiana, aperta dalla voce in solo sul tappeto di campane tibetane (il batterista Marco Soldà è sensibilissimo in tutto il lavoro) e sviluppata in un evocativo incrocio tra il canto della voce e quello del sax, che brilla nell’intreccio ai limiti del free. Chiudono le evocative Langsamer e Marina cade dal muro, in trio con l’acustica e il contrabbasso a sostenere il lirico vocalese di Fin prima e il suo canto aereo, sospeso, sfaccettato, instabile, rigenerante, poi. “L’artista è universo” sono le ultime parole, un ritrovarsi totale, lo scoprire che il tutto è racchiuso in una sola, singola, minuscola identità individuale purché creativa.

Eleonora Strino
I Got Strings (Cam Jazz)
Voto: 7/8
La stringe affettuosamente tra le braccia anche in copertina la sua preziosa Gibson L7 del 1933, una chitarra dal suono morbido e pizzicato insieme. «Si può dire – afferma la strumentista napoletana – che quest’album nasce dal legno di questa sei corde e dalla ricerca del suono, e che è l’incontro di tre artisti in un piovoso e freddo pomeriggio berlinese.» Si tratta del secondo cd da leader di Strino (il precedente era Si Cy, omaggio al cantautore Cy Coleman realizzato nel 2017), che la vede affiancata a due big della scena americana: il contrabbassista Greg Cohen, già nel precedente lavoro e mentore da sempre della Nostra, e il magnifico batterista Joey Baron.
Ne risulta una session di elegante finezza estetica, del tutto mainstream e con una vena bluesy appena accennata, in cui i due ritmi (il primo a lungo con Tom Waits e anche con Ornette Coleman, Lee Konitz e via dicendo; l’altro prediletto dai chitarristi, in particolare i giganti Jim Hall e Bill Frisell), lasciano a Strino uno spazio da protagonista, che lei si prende con lucidità e bravura, senza lasciarsi andare a inutili virtuosismi, ma preferendo una nitida chiarezza e una fluida discorsività, sottilmente tese tra andamento vintage, luminosità tenue e angoli arrotondati.
La track list propone sette evergreen celeberrimi, tra cui tre brani ellingtoniani (in particolare vivissima la reprise della sbarazzina It Don’t Mean A Thing), il capolavoro di George Gershwin I Got Rhythm e una delle canzoni più belle di sempre Somewhere Over The Rainbow. Cui la protagonista ha aggiunto il “tocco” italiano della Estate di Bruno Martino e del tema da Oscar de Il postino, il film senza tempo con Massimo Troisi . Un repertorio da far tremare i polsi, che Strino affronta con un carisma da veterana, in grado di planare in perfetto equilibrio e con invidiabile senso melodico sul tappeto volante fornito dai due impeccabili e raffinati ritmi, già affiancati nel Masada Quintet di John Zorn.







































