Qual è il primo segno di civiltà in una cultura? Forse le lame, le ciotole di argilla o le pietre per affilare? La grande antropologa americana Margaret Mead ha dato la risposta corretta: il primo segno di civiltà in una cultura antica è la prova che una persona con un femore rotto è guarita. Nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori, non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere acqua o andare a caccia di cibo. Diventi carne per i predatori: nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo da permettere all’osso di guarire.
Perciò, spiegò Mead, «un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ha guarito la ferita, ha messo in salvo la persona e si è preso cura di lei fino alla sua morte. Aiutare qualcuno nelle difficoltà è il punto di partenza della civiltà. La civiltà è aiuto alla comunità.» Immediatamente dopo sono arrivati i suoni, la musica, che quella degenza, quello stare insieme, quella comunità hanno allietato e aiutato a sopportare, comunicare, crescere. Musica antichissima, eppure ancorata alle nostre radici più vitali e più autenticamente “umane”, come quella che andiamo a proporvi.

Federica Greco e Paolo Presta

Federica Greco e Paolo Presta
A ’sta frinestra (Calabriasona Italysona)
Voto: 8

Album di debutto di ottima caratura questo del duo calabrese formato dalla cantante e percussionista Federica Greco e dall’organettista Paolo Presta. I due – già ascoltati in numerosi festival durante i cinque anni di attività insieme – elaborano in chiave attuale dieci brani della tradizione della loro regione, con un’attenzione insieme filologica e world, spruzzando i diversi canti (tutti recuperati “sul campo”) di allusioni al rock, al jazz, persino al rap. Inoltre «la scelta di utilizzare solamente la voce, il tamburello e l’organetto diatonico ha lo scopo di indagare sulle potenzialità di strumenti che troviamo nella tradizione e che in questo caso assumono una valenza diversa: non più funzionali a pratiche socialmente accettate, ma a un libero e personale sentire».
Si apre con il canto a farsa U quarantesette, ironica presa in giro delle varie persone del villaggio Mandatoriccio, satirico anche lo scioglilingua a filastrocca U re Bifè, sempre coinvolgente la deliziosa serenata Spuntenera. Drammatiche invece la protesta di Nu jornu ammazzai nu puricinu (i poveri sono talmente sfruttati che da uno di loro, un puricinu, un pulcino, i ricchi ricavano 300 soppressate), la Caribardi contro tutte le guerre, comprese quelle per l’unità d’Italia, e anche, pur nella sua sorridente ironia, la notissima Marituma è Jutu all’America, un trallallero contro l’emigrazione obbligata dalla povertà. Si chiama strina, “strenna”, il canto augurale che si fa davanti alle case di amici e parenti durante le festività natalizie per ottenere cibi e bevande da condividere: E cari signori e Strina du judeo ne sono due esempi perfetti. Chiudono due canti in cui una ragazza cerca di far valere nei confronti dei genitori la forza del proprio innamoramento: in quello a domanda e risposta Matajola cercando ogni scusa per nasconderlo e nella serenata A ’sta frinestra mostrando la sofferenza della separazione.

La Cantiga de la Serena – foto di Giuseppe Pezzulla

La Cantiga de la Serena
La Novia (Zero Nove Nove/Self)
Voto: 8/9

Dal 2008 l’ensemble formato dal cantante e chitarrista Fabrizio Piepoli (assolutamente da cercare anche il suo album del 2022 da solista Maresia), dalla cantante e fiatista Giorgia Santoro e dallo specialista di oud Adolfo La Volpe si dedica al recupero e alla rielaborazione della musica antica e tradizionale del bacino del Mediterraneo. Dopo La serena del 2016, La fortuna del 2019 e La mar del 2021, il trio pugliese sviluppa il suo lavoro di ricerca ed esplorazione mirato a porre in confronto e in equilibrio – non facile per motivi culturali e sociali – la vitalità dei canti e delle tarantelle del sud Italia con la poetica della tradizione sefardita degli ebrei di Spagna (e della loro diaspora di fine 1400) e con i suoni e le melopee del Medioriente, cui si sommano La tarantella di Cristoforo Caresana, compositore seicentesco veneziano dalla carriera tutta napoletana, e lo scherzo Si dolce è ’l tormento del grande Claudio Monteverdi (Cremona, 1567 – Venezia, 1643), posta a chiusura del cd.
Fin dal titolo La novia, “la sposa”, l’album vuole celebrare un matrimonio simbolico “fra canti, lingue, storie e tradizioni diverse, dando vita a creature nuove, differenti dalle matrici che le hanno generate”. Ci propone un lavoro di bulino raffinato, colto, complesso, sulle scelte ispirative, che vuole far comprendere sia il sostrato unitario tra le civiltà del Mare Nostrum, sia il suo lievitare come un respiro vitale tra esiti “alti” e canti “bassi” e tra mondi lontani in continuo peregrinare. Da segnalare il supporto di Nabil Bey Salameh, voce dei Radiodervish, nella serenata siriana Almaya, delle Faraualla, splendido quartetto vocale femminile, nel canto di nozze sefardita La novia (con la piva e l’accordion del trio L’Escargot) e nella vivace tarantella classica di Caresana (con il violino di Francesco D’Orazio), cui fa da contraltare quella popolare del Gargano Tarantella di San Michele, e del percussionista Roberto Chiga in vari brani. Magnifici, inter pares, la sofferta Ave Maria libanese Ya Mariam el bikr e l’evocativo strumentale (comprensivo di vocalizzi) Longa Farahfaza del massimo compositore egiziano del secolo scorso, Riyad el Sonbati.

Giuseppe “Spedino” Moffa

Giuseppe Moffa
Uauà (Squilibri)
Voto: 8/9

“Spedino” Moffa è musicista eclettico e versatile, che sa passare dalla chitarra elettrica alla zampogna tradizionale e sa orchestrare con talento e ricchezza espressiva il materiale musicale che gli passa tra le mani. Da solista ha pubblicato cinque album, ha scritto per il cinema e il teatro, partecipato e organizzato eventi in cui ha percorso le strade del blues e della canzone d’autore, del jazz e della sperimentazione, del rock e dell’elettronica, non di rado innovandole con il supporto della zampogna. Questo suo ultimo lavoro è un progetto importante in quanto recupera un personaggio significativo dell’area culturale contadina del Molise, la regione dove Moffa è nato. Il maestro elementare, direttore didattico e poi ispettore scolastico Eugenio Cirese (Fossalto, 1884 – Rieti, 1955) fu un poeta, un autore di canzoni e soprattutto uno studioso attento dei canti e delle tradizioni popolari, dapprima molisani e poi, trasferitosi nel Lazio, della provincia reatina.
Il cd propone un brano del Cirese cantautore, due sue poesie interpretate da Giorgio Careccia e otto testi tradizionali da lui (e da suo figlio Alberto Maria che ne seguì l’esempio) recuperati, cui Moffa ha aggiunto musiche sintoniche, effettuando un’operazione sincretica tra diversi canti e persino diversi dialetti. Si ottiene così una visione d’insieme (completata dal bel saggio di Antonio Fanelli che apre il booklet, come da “stile Squilibri” corposo, elegante e ricco) dell’opera ciresiana, che si muove tra poesia e ricerca, e insieme «una panoramica del ciclo della vita contadina attraverso i suoi canti». Le varie tracce del disco, che quei portati attualizzano e rinnovano, vanno dal canto di questua della Pagliara a quelli da sposalizio della cultura arbëreshë Vare vare, E zëmra ime rri get get e la magnifica Qifti (tutte con la voce di Erika Patti), dai delicati Sunette d’amore agli oltre 8 minuti delle scherzose Canzoni a dispetto, dalla magica Ninna Nonna cantata da Vania Trivisonno al corale Canto dei mietitori. Con Moffa sono Marco Molino a marimba, vibrafono e percussioni, Domenico Ciaramella alla batteria, Manuel Petti alla fisarmonica e Lorenzo Mastrogiuseppe al basso. A loro si aggiungono, in alcuni passaggi determinanti, il clarinetto di Gabriele Coen, il corno francese di Marco Zampogna e gli archi del Kalós Ensemble.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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